“La sua vita fu un gomitolo di illuminazioni e di sbagli”

Il'ja Grigor'evič Ėrenburg, su Marina Ivanovna Cvetaeva

Sabato, 15 Settembre 2018 00:00

Il fragore del silenzio (Prima parte)

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Mi trovavo nel piccolo e solitario paese, nel suo più puro ricordo d’inverno. Ero arrivata già da due giorni e mi ero sistemata per bene nella casa anticipatamente fredda di neve, di quella che non era ancora caduta e che il meteo preannunciava per la settimana seguente. “Qual buon vento?” l’interrogativo più comune, tra gli sparuti abitanti rifugiati nelle proprie case, era questo. Ognuno trovava il suo personale modo per domandarmi la ragione di quel soggiorno. Qualcuno mi chiedeva della famiglia, voleva sapere quanto mi sarei trattenuta in quel nostro tranquillo villaggio. “E viene anche tuo marito?” mi chiedevano, affrettandosi poi a sapere “come stanno i ragazzi?”.

Volevano avere notizie anche riguardo alla mia, di salute, e su come andassero, in generale, le cose. “Bene” era la risposta che riservavo ad ogni richiesta di informazioni. Non avevo abbastanza tempo e neppure tanta voglia di comporre un discorso più specifico ed approfondito. Del resto molte delle persone anziane volevano accertarsi che tutto ciò che sapevano di me fosse rimasto immutato, per assicurarsi del fatto che nessun ordine fosse stato tradito, che nell’immoto ripetersi del tempo tutto fosse al proprio posto e non sconvolgesse le loro certezze e la più intima attesa dei loro ultimi anni.
Li ringraziavo per la loro attenzione. Ogni essere umano che appartenga anche indirettamente alla piccola comunità, rientra in un certo senso nella categoria delle persone familiari. Come sempre, tutti i membri di un ristretto circolo in cui poche cose sfuggono agli occhi ed alle orecchie della gente, almeno apparentemente e fatta eccezione per chi sa fare un migliore uso degli occhi e delle orecchie, aguzzano i sensi per scrutare maliziosamente i tuoi pensieri, anche quando essi sono chiassosi e lontani. Solo pochissimi eletti, però, possiedono il grande dono del capire ancor prima di conoscere. Ripetevo un grazie ad ognuna delle persone incuriosite dalla mia visita al paesello, sia che il loro interesse fosse alimentato da quel tedioso male che è l’assenza di cose da fare ed a cui pensare nel monotono scorrere di minuti tutti uguali, sia che fosse dettato da un reale sentimento d’affezione e di speranza di cose buone, anche se sperimentate ormai soltanto attraverso la vita del prossimo. La verità era che il mio animo si trovava in uno straordinario stato d’eccitazione.
“Com’è che stai qui?” ed io dicevo, più o meno “sono venuta qui per stare isolata e concentrarmi, ho tantissimo lavoro da fare”.
In quel periodo avevo avuto un’occasione d’oro. Trenta tavole illustrate per un racconto epico e favoloso ed un’ottima edizione. E quel lavoro si rivelò davvero molto prezioso per me, soprattutto per la grande opportunità di crescita la quale si sarebbe verificata tra i successivi turbamenti che, com’è naturale, il peso delle scadenze avrebbe provocato. Essa si realizza nei continui ripensamenti sul disegno e nei vuoti di idee poi colmati da improvvise intuizioni, tutto ciò che, insomma, contrassegna il denso e lungo percorso di nascita di quell’opera che sai appartenerti fino in fondo. Il progetto era quello che era; non potevo sbagliare una virgola. I genitori di colui che era allora il mio compagno e che sarebbe poi diventato mio marito, anche se all’epoca tutti in paese ci consideravano già sposati, si erano offerti ben volentieri di aiutarlo con i nostri bambini. Avrei rivisto i piccoli ed il loro bellissimo papà nei week-end, quando mi avrebbero raggiunto in paese. I tempi erano stretti e così sarei rimasta nel mio volontario isolamento per non più di due mesi. Per la prima volta dopo tanto mi ritrovai da sola e chiaramente, per quanto la mia famiglia mi mancasse, ero felice di poter trascorrere tante ore a tu per tu con la mia testa. Dopo qualche piccolo lavoretto qui e lì, la casa che avevo ereditato era divenuta più accogliente.
Il piccolo studiolo che ero riuscita a ricavarmi era già stato precedentemente, e con lungimiranza, ben attrezzato. Nonostante l’ansia per le alte aspettative sul lavoro, la sensazione di avere il sostegno da parte di chi era rimasto a casa e di godere dell’aiuto di molte brave persone, capaci di prendersi amorevolmente cura dei miei bambini durante l’assenza della loro mamma, mi alleggeriva di un grande peso. Non restava altro che cominciare. Ma prima avevo una piccola, rilevante questione da portare a termine. Accostai la fronte al vetro della finestrella in cucina, per strada non c’era nessuno. Forse, ed infatti fu così, una settimana dopo avrebbe nevicato, ma in quel momento il livello di umidità dell’aria era altissimo e l’atmosfera non era ancora sospesa al punto da lasciar presagire l’incombente precipitazione dei soffici fiocchi. La coltre di nebbia che sembrava aver inghiottito tutto il villaggio era spessa e consistente eppure ad un tempo sfuggente ed ambigua, come tanto bene si addice a questa candida ed affascinante creatura. Non potevo lasciarmi scappare quel pomeriggio perfetto. Il racconto che mi accingevo ad illustrare era ambientato in inverno, ricco di impressioni ricavate dalle tormente di neve, dalla foschia e dal vento. Presi le chiavi appena dopo aver indossato la giacca ed il cappellino di lana. Aprii la porta.
Potevo d’un tratto inspirare con le mie narici ciò che speravo tutti i lettori avrebbero respirato nei miei disegni. Quella volta il gelo e l’umidità non annientarono il mio desiderio di uscire allo scoperto dal luogo che ormai, grazie ai potenti mezzi di riscaldamento, era diventato un caldo e piacevolissimo rifugio. Anzi, al contrario, mi avevano sospinta con dolcezza nel chimerico ed algido manto. Iniziai a camminare lentamente, cercando di scrollarmi di dosso quella sensazione pressante del dover raggiungere una meta che spesso caratterizza il passo cittadino. Mi lasciai guidare da un moto spontaneo che presto mi condusse nello stretto viottolo fra le case che davano sul piazzale del quartiere. Da lì andai sulla via più ampia che costeggiava il grazioso, un po’ in declino, parco comunale. Nell’esangue quadro del paesaggio, ombre spettrali di quelli che dovevano essere tronchi spogli nel fusto ma adorni, sull’inesistente chioma, di un sottile disegno di esili ramoscelli, si rivelavano allo sguardo, solleticando i miei grafici, creativi appetiti. Presi nota delle sensazioni che quelle mute scene mi donavano così intensamente. Può darsi però che non fosse la potenza di quei dettagli quanto piuttosto la loro aguzza capacità di penetrare i pensieri, a colpirmi. La strada mi portava verso il piccolo cimitero ed io continuai a seguirla respirando adagio la nebbia. Ero l’unico essere umano nel raggio di non so quante centinaia di metri, ma questo non mi aveva mai turbato. In verità avvertivo quel fresco ed invitante brivido dell’esplorazione che sempre mi accompagnava da ragazzina, quando passeggiavo per conto mio in ogni anfratto del paese, nelle ore più tarde e solitarie. Mentre assaporavo i sorprendenti ed inconsueti spunti annidati nei più nascosti angoli della natura, già vidi dinanzi a me il cancello laterale del cimitero, trovandolo, come di norma, aperto. Con la solita calma deferenza che ci accompagna quando varchiamo un luogo che più di altri è in grado di trasudare la sua spiccata sacralità, oltrepassai la soglia. Fu lì che mi accorsi di essermi già staccata un po’ dal resto del mondo, di essere già stata presa e distratta da quel tipo di fantasie che solo camminare in solitudine può attivare. Una volta entrata constatai che la nebbia accumulatasi in quel piccolo appezzamento di terreno recintato era densa quanto quella presente al di fuori. Solo in un piccolo borgo può accadere che il silenzio di un raccolto luogo di sepoltura eguagli quello incombente al di là dei suoi confini. I cipressi, le lapidi sull’umido terreno, tutti gli elementi che rendono un posto come quello ciò che è, divenivano visioni immaginarie, sfumate ed in alcune parti del tutto celate dal vapore bianco-grigio dell’aria.
D’istinto mi avvicinai maggiormente al limite del giardino interno ed i miei occhi registrarono subito una forma più viva delle altre. Una calda macchia di colore giallo intenso sostava presso una delle lapidi di pietra più recenti, nel punto in cui il terreno cominciava a rialzarsi in modo più evidente rispetto al piano del vialetto, il quale circondava ad ovale il giardino posto al centro, formando il dosso della collinetta attraversata nel mezzo dal sentiero perpendicolare a sua volta segnato, su entrambi i lati, da due lunghi filari di cipressi. La massa gialla di quei fiori apparentemente freschissimi, forse apposti in mattinata, modulava le apparizioni di oggetti e di sagome, alcune delle quali tanto lievi da rischiarare come un soffio trasparente il morbido ed ovattato velo di nebbia. Il tempo si era fermato in quella statica immagine, che sussurrava le emozioni più dolci che si possano legare alla sede del ricordo di affetti non più tangibili, almeno non nel senso più stretto del termine, all’interno di un luogo che era esso stesso memoria. In tale istantanea vidi qualcosa di così imperdibile che subito i miei dubbi su quanto fosse opportuno o normale aggirarsi da soli per un cimitero avvolto da un’aria così fosca da nascondere ogni cosa alla vista, si infransero come vetro. Mentre il delicato spettacolo di quei fiori mi lasciava una luminosa scia di sussulti al cuore, amplificando ogni percezione, proseguivo lungo il percorso ad anello. La dimora del riposo eterno era disseminata di sepolture dei più lontani e prossimi parenti, nel grado e nel tempo. Era così per ogni abitante del paese. Mi soffermai davanti a quelle che mi erano più familiari. Non sono solita parlare ad alta voce con i defunti ma, sarà stata l’atmosfera particolare, sarà stato il fatto che ero sicura non ci fosse nessuno pronto ad invadere la mia privacy, una volta laggiù, sotto l’alta parete bianca in cui sono incastonati i loculi, sentii di volermi rivolgere in modo diretto ai miei cari.
“Ciao mamma”.
Anche la sua targa di marmo, molto in alto, non era ben visibile. Ma sapevo che si trovava lì. Poco più a destra c’erano i nonni. Salutai anche loro. Dissi che ero passata a fare un salto e che sarei tornata spesso ora che dovevo starmene un bel po’ di tempo in paese. In realtà qualcosa di molto insolito mi avrebbe spinto a trascorrere lì quasi tutto il pomeriggio. Ripensai a qualche immagine piacevole legata ai miei scomparsi e quando credetti che fosse già troppo da digerire mi allontanai da quel lato della corte. Tutto era fermo in una pacifica stasi senza vento e senza parole estranee ed io continuavo ad essere l’unica visitatrice, in quel freddo pomeriggio. Arrivai pian piano sull’altra sponda del giardino, dove sapevo di trovare le tombe più antiche, quelle che sin da piccola mi avevano attirato, invitandomi a guardare le scritte recanti date così incredibilmente distanti nel tempo, soprattutto agli occhi di una persona molto giovane. Il cuore mi batteva forte quando ero vicina a sepolcri tanto vecchi da poter essere definiti antichi, immaginando che una volta quelle vite lontane, ora inafferrabili e segrete per tutti noi, fossero reali quanto lo erano state quelle dei miei genitori, dei miei nonni o quanto la mia stessa vita. Mi inquietava far parte di quel ciclo continuo dell’esistenza a cui nessuno può sottrarsi ma nello stesso istante si manifestava in me quell’emozione risiedente in ogni essere umano che sia già maturo nella sua personalità: la sensazione di percepire l’involucro invisibile in cui tutto l’universo è raccolto, la consapevolezza di essere parte di un tutto frammentato in così tante cose ed anime, ognuna delle quali inscindibile dal resto pur essendo sé stessa, poiché accomunata alle altre dal medesimo destino, dallo stesso imperscrutabile significato. Da piccola avvertivo di già una sorta di imbarazzo nell’esprimere ad altri quei miei pensieri, temendo forse di essere giudicata strana. Tuttavia dentro di me sapevo che la vaga vibrazione del sensibile mi stava comunicando qualcosa di arcano, qualcosa che si può percepire soltanto scavando pertugi nell’anima. E così mi sentivo su di giri ed iniziavo a trovare quel ciclo di vita e morte tutto sommato non così tanto sinistro e perverso, perché senza saperlo cominciavo già a rendermi conto che il solo poter formulare pensieri così alti, legati a qualcosa che non è dato comprendere fino in fondo, era la prova reale di come un immenso, potente mistero pervadesse la nostra interiorità, tanto da svelare quanto fondante e primaria fosse la nostra coscienza. Il turbinio di idee mi esaltava ed una parte di me, molto importante e vera, mi suggeriva che c’era qualcosa di assolutamente meraviglioso in tutto quello che provavo. Incredibilmente, in quel freddo pomeriggio, la stessa inarrestabile ed arcaica emozione fece risuonare le mie corde, proiettandomi al di sopra del tempo della mia consapevolezza. I canali percettivi continuarono a liberarsi di ogni superfluo movimento e in tutta me stessa ero tesa all’ascolto. Per un po’ avrei dimenticato di avere dei figli e di essere fidanzata, e forse addirittura di essere una donna.
Quando lambii gli antichi sepolcri tutto questo non aveva più importanza. Nella mia testa cominciò a suonare dolcemente la soave musica di Satie, quella delle Gymnopédies et Gnosiennes, che ero solita ascoltare spessissimo quando mi mettevo al lavoro, perché mi faceva sentire fortemente ispirata, e quand’anche non fosse stato proprio così, da quell’illusione sorgeva sempre una reale fonte d’ispirazione. I passaggi e le note erano così chiare ed esattamente ripetute che ben presto mi sembrò che la musica venisse dall’esterno e scorresse lungo tutti gli angoli del cimitero. Fu così che l’arte entrò in quel luogo del silenzio che tanto bene poteva accoglierla. La sua musica ormai risuonava fra i lumini ed i fiori, insinuandosi nei solitari meandri fra le lapidi ed all’interno delle rientranze perimetrali, dove mute pareti di loculi sorgevano al coperto di bianche sale dalle cui finestre si vedevano montagne, alberi e rocce, ancora schermati da una grumosa e insieme soffice nebbia. La melodia si svolgeva fra i cipressi del vialetto e fra le cappelle più antiche, azzerando qualsiasi limite di tempo o spazio, nella bianca ed umida vaghezza dell’aria. Cullata da quei setosi tocchi di pianoforte che riecheggiavano tutt’intorno, mi spostavo piano fra le lapidi che costellavano il terreno seminascosto, nell’angolo nord-est del cimitero, dove la terra si raggruppava in mucchi irregolari ed estremamente stratificati, sui quali l’erba era cresciuta in modo omogeneo. Camminai stando attenta a non calpestare le aree segnate dalle tombe.
Su quel praticello desolato, dove riposavano persone morte fra i cinquanta ed i cento e più anni prima, alcune fra le croci disseminate erano piccolissime, povere, a volte portavano inscritto nome e cognome del defunto, altre volte solo data di morte e nascita, impresse a caratteri in stampatello sulle piccole braccia trasversali del simbolo cristiano. Eppure in alcuni casi nemmeno la data era riportata. Si capiva, soltanto osservandole, che dovevano essere là da molto, moltissimo tempo. Il ricordo di quelle persone era scivolato in una zona d’ombra incredibilmente oscura, dalla quale nessuno dei viventi dei nostri giorni, neppure fra i discendenti, avrebbe potuto tirarle fuori. Le lapidi e le croci che mi colpivano maggiormente erano quelle poste a veglia di ridottissimi cumuli di terreno ricurvo, perché immaginavo esservi stati sepolti corpi di bimbi anche piccolissimi, che la fame, il freddo, gli stenti, le malattie un tempo incurabili dovevano aver condannato così prematuramente. I racconti dei nonni mi avevano sempre illustrato con quale alta semplicità e rassegnazione gli abitanti di quel povero paese di contadini e pastori affrontassero la frequente e temuta maledizione della morte infantile, in tempi di certo ben diversi dai nostri, ma resi ancor più difficili dalla generale arretratezza in cui le zone rurali di quella regione versavano. Mi rattristava pensare che il dolore di quei genitori, di quei figli e di tutta quella gente non sarebbe mai stato cancellato, ma destinato a divenire sempre più sconosciuto col passare dei decenni e della vita degli stessi che avevano pianto e sepolto quei corpi, di cui ormai quasi nulla doveva rimanere. L’estraneità di tutte quelle creature la cui vicenda sarebbe rimasta comunque sconsolata in eterno, almeno nel mondo dei viventi, mi commuoveva e in un certo senso me li faceva sentire più vicini, come quando ci si prende cura, anche solo per pochi minuti, di figli o di parenti altrui.
Ora che quelle persone che un tempo erano state care a qualcuno non erano care più a nessuno su questa terra, esse erano diventate nonni, genitori, figli, parenti e fratelli di tutta la comunità umana. Questo era ciò che provavo. Fu come se ad ogni passo potessi entrare sempre più in contatto con loro, come se potessi realmente sentire i sussurri della gente anziana o le risate dei bambini, ma ciò che rendeva veramente particolare il tutto era che queste ambigue percezioni non mi spaventavano affatto.




(continua...)

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