“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Domenica, 28 Ottobre 2018 00:00

Il fragore del silenzio (Quarta parte)

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... l’ultima immagine di quel viso e di quelle cangianti ciocche svanì fra le trame sovrapposte di bianchi merletti. Anche quelli, a poco a poco, si dissolsero del tutto. Sulla parete dei morti, poco oltre una profonda crepa tra le lastre di marmo, il ritratto di un uomo corpulento e non troppo anziano, con baffetti da sparviero ed un elegante cappello da chef, di quelli morbidi che scendono dolcemente su di un lato della testa, mi sorrise in modo galante. Di nuovo avvertii la musica girarmi intorno ed ebbi di fronte il soffice copricapo bianco, inghiottito da uno sfarfallio di nubi opalescenti, sfrangiate sullo sfondo di un cielo terso, in pieno giorno. Sotto quella luce accecante, d’un tratto, l’argenteo grigio di un masso calcareo si frantumò in una miriade di piccole pietre...

... Michelino sollevò lo sguardo verso il cielo, schermandosi gli occhi con l’ombra della mano e rimanendo così, imbambolato, per un bel po’ di tempo, senza sapere nemmeno lui perché. Era stanco, esausto, si sentiva la schiena a pezzi ed il sudore gli scorreva praticamente su ogni centimetro del corpo.
“Allora, che si fa qui? Si batte la fiacca?”.
Disse in tono calmo ed un po’ ironico il capo, rivolgendosi al ragazzo.
“No signore, stavo solo guardando...”.
“Cosa? Che ore si sono fatte per sapere se il turno è quasi terminato?”.
“Beh signore, io...”.
L’espressione dell’uomo panciuto, dapprima un po’ burbera, mutò agevolmente in una benevola e sonora risata.
“Non preoccuparti figliolo, mi prendevo gioco di te”.
Poi il capo estrasse l’orologio dal taschino, tenendolo sospeso per la catenella, e lo consultò.
“Bene ragazzi! Avete fatto un ottimo lavoro oggi. Ho buone notizie! Presentatevi domattina allo stesso orario, ho altra grana da farvi guadambiare!”.
I giovani lavoratori si avviarono celermente all’uscita della cava con stanca inespressività, pensando che l’indomani avrebbero dovuto penare di nuovo sotto al sole cocente ma che, se non altro, avrebbero avuto l’occasione di appesantire maggiormente le tasche, almeno per quella settimana.
Michelino salutò cordialmente il capo e fece per andarsene, quando quello lo fermò: “Aspetta un attimo Michelì, viè qua... oggi hai lavorato proprio tanto! Domani sarà l’ultimo giorno della settimana, se farai così bene come hai fatto ora ti regalo qualche lira di più, che mi dici?”.
“Che faccio del mio meglio pure domani, signore”.
“Bravo ragazzo, bravo, adesso vattene a casa a riposare” gli ordinò dandogli un paio di buffetti sulla guancia.
Michelino seguì senza indugio l’ottimo consiglio. Erano già all’alba di un’estate che si preannunciava più che torrida ed il lavoro di spaccapietre per il quale lo chiamavano di volta in volta, ogni settimana, a breve sarebbe diventato un vero tormento. Ma Michelino non aveva intenzione di pensarci in quell’istante, desiderava solo stare un po’ fermo, all’ombra, senza far niente, magari arrotolandosi una delle ultime cartine rimaste. Era troppo stanco per riflettere su qualsiasi cosa. Salutò gli altrettanto giovani colleghi e si fermò poi a metà della strada verso casa, per bere un po’ d’acqua. Durante la sosta si tolse la leggera camicia e si buttò letteralmente con tutta la testa ed il busto sotto il fresco, liquido getto della fontana. Si rivestì e, accompagnato dal suono delle cicale, riprese il tragitto ancora pienamente assolato. Nonostante nella mattinata avessero distribuito loro del pane bagnato con dei succosi pomodori adeguatamente salati, il suo stomaco era già più vuoto che mai, aveva speso ogni energia su quei massi. Non gli parve vero di vedere l’uscio di casa. Entrò lentamente dalla piccola cucina e si soffermò davanti alla stanza. La porta era accostata. Vide sua madre ed i gemellini, Carlo e Maria Elena, riposare insieme sul lettone, mentre accanto a loro, sulla branda singola, c’era Piero, il più grande degli altri figli, di appena sei anni. Spinse silenziosamente lo stipite e si sedette al tavolo della cucina, dove la madre gli aveva lasciato un piatto ricoperto da uno strofinaccio decorato con fiorellini rossi dipinti. Scostò il panno e sorrise alla vista dell’abbondante piatto di minestra di fagioli e bietole, di cui era incredibilmente ghiotto. Si trattava di una pietanza molto buona anche servita fredda, così, seppure la brace sotto al fornello continuasse ad emanare un po’ di calore, ingerì la zuppa com’era, gustandone ogni boccone ed accompagnandola con qualcuno dei pezzetti di pane secco, lasciati per lui nel cestino accanto alla scodella. Bevve ancora un po’ d’acqua e si ritirò nella sua camera, ovvero nello sgabuzzino dietro la tenda della dispensa, dove aveva allestito un piccolo spazio con un basso giaciglio, per potersene stare un po’ per conto suo, almeno la notte. Si abbassò le bretelle e si stese, richiudendo la tenda per farsi ombra ed addormentandosi in pochi secondi. I suoi sogni furono irrequieti, vari e confusi gli uni con gli altri, come quelli che spesso fa chi è troppo affaticato per poter dormire serenamente, tanto che al risveglio non ne avrebbe ricordato neppure uno. Alcune ore dopo venne destato dalla risatine acute di Maria Elena, la quale stava giocando sul pavimento con una piccola palla, assieme al suo gemello. Scostò la tenda e vide che la luce proveniente dalla finestrella e dall’anta superiore della porta, lasciata aperta, era già quasi quella del tramonto.
“Buongiorno giovanotto, ti sei riposato bene?” gli chiese sua madre mentre, seduta sulla bassa sediolina di paglia grezza fatta per i bambini, imboccava ora l’uno, ora l’altra gemella, con il cucchiaio pieno di semolino.
“Si, bene, e voi vi siete riposata abbastanza?”.
Le chiese a sua volta mentre le si avvicinava per stamparle un bacio sulla fronte. Gli sembrava di buonumore.
“Si, mio caro. Saresti così gentile da andarmi a prendere un po’ di erbe che stasera abbiamo la gallina, ce ne ha data un po’ Marilena. Pensa che due ne ha ammazzate stamane, che fortuna, eh? Ne avevo proprio voglia”.
“Oggi la minestra di bieta, stasera la gallina, che posso chiedere di più? Vado subito”.
Mentre stava per uscire si fermò sulla soglia e le chiese ancora “lui dov’è? Non è ancora tornato?”.
“È fuori, seduto sulla panca, sta dando un’occhiata a Piero” gli rispose lei mentre continuava ad imboccare i pargoli.
Michelino uscì senza dir nulla. La panca era posizionata più in là, lateralmente alla porta. Passò vicino al padre facendogli un segno di saluto con la testa.
“Così si saluta, tutto qua?”.
Domandò l’uomo staccandosi la pipa dalle labbra. Michelino diede un’occhiata a Piero che intanto stava chino sulla terra vicino alla bassa staccionata, disegnandoci sopra dei cerchi con un ramoscello, poi guardò il padre e gli diede la buonasera con voce atona. Si accorse subito della puzza di vino, l’odore del fumo della pipa non riusciva a coprire quello preminente di cui gli abiti dell’uomo erano impregnati. Doveva aver passato buona parte del pomeriggio a bere alla taverna con i compagni, e non era ancora nemmeno tramontato il sole. Il ragazzo raccolse un mazzo di erbette e le portò dentro casa, senza aggiungere altro. L’uomo gli riservò un ulteriore ed ostile occhiata mentre lo guardava rincasare, mantenendo il fornello della pipa con la mano destra e tenendo l’altra poggiata sull’abbondante curva dello stomaco. Michelino aiutò la madre con i bambini e mise la tavola mentre lei terminava di cucinare lo stufato nella pentolaccia, assieme ad un piccolo pugno di patate in umido. Il capo famiglia rientrò con Piero in braccio quando a tavola era già tutto pronto e gli ultimi raggi del sole illuminavano la loro mensa, così la donna accese un paio di candele mentre l’uomo posizionava il bambino sulla sedia già munita di cuscino. I gemelli erano ormai in camera, nella loro culla “a due piazze”. La gallina aveva un buon sapore, ma Michelino, arrivato al punto in cui la sola presenza di suo padre bastava a renderlo nervoso, non era più tanto in vena di chiacchiere. Da quando lui era tornato, una settimana prima, era apparso ancor più indolente del solito. Per come la vedeva Michelino, quello lì se ne stava tutto il tempo alla taverna, a giocare a carte ed a spendere quegli stessi risparmi che affermava di accumulare per la famiglia, in vino.
La mamma diede il via al discorso e, guardando in direzione del primogenito, gli chiese come fosse andato il lavoro di quella mattinata.
“È stata una buona giornata” rispose Michelino “Don Armando mi ha detto che siccome questa settimana ho lavorato molto poi ci aggiunge anche un regalino alla paga di domani”.
Suo padre ridacchiò sommessamente ed a denti stretti, mentre si versava il terzo bicchiere di vino rosso. Probabilmente, pensò il ragazzo, aveva sbagliato a parlare di lavoro davanti al vecchio ed ora si trovava alla mercé dei suoi atteggiamenti, non potendo in alcun modo controbattere a quella sprezzante reazione.
“Ho detto forse qualcosa che vi ha divertito?” chiese al genitore con fare serio, guardandolo fisso negli occhi e cercando di ostentare una certa sufficienza.
“Michele! Perché parli così a tuo padre?” lo redarguì sua mamma, che intanto si passava una mano sul ventre rotondo, come a voler, in qualche maniera, riportare alla calma la situazione.
“Dovreste chiederlo a lui, madre”.
L’uomo smise di mangiare, posizionò accuratamente il cucchiaio sulla tovaglia e iniziò ad osservare il figlio portando con calma il corpo all’indietro, quasi a voler sprofondare nella sedia, tenendo un braccio piegato con il gomito sullo schienale e l’altro mollemente abbandonato sulla coscia quasi del tutto distesa.
Dopo qualche secondo di assoluto silenzio parlò rivolgendosi a Michelino, mentre sua moglie continuava ad assaporare la gallina per poter far finta di nulla.
“Dunque, ragazzino, sei soddisfatto di quello che riesci ad ottenere dal tuo caro don Armando, non è così?”.
“Non mi sembra che voi sapete portare a casa abbastanza denaro da permettermi di non accettare soldi da don Armando”. disse Michele placidamente, poggiando anch’egli la posata sul tavolo ed ignorando volutamente la provocazione insita nel termine “ragazzino”.
La preoccupazione della madre cominciò ad aumentare, mentre l’uomo di casa rideva con sdegno alla battuta del figlio ed attaccava con un discorso non del tutto inedito, senza curarsi di guardare il ragazzo, ma occupandosi di lisciare per bene la tovaglia con un ripetuto, lento gesto della mano ed un viso ben più cupo: “Dilettissimo figlio, tuo padre ha lavorato incessantemente per quattro mesi, prima di tornare a casa”. Ci fu una lunga pausa, poi l’uomo proseguì: “Per chi pensi che si affatichi tanto il tuo povero babbo, se non per i suoi figli e per tua madre? Pensi che a me piaccia fare lo sguattero in cucina alla mia età? Forse per te io vado a fare la stagione per divertirmi, è questo quello che pensi?... piccolo ingrato che non sei altro!”.
“Io so solo che quelle poche volte che siete qui passate tutto il santo giorno con i vostri amici alla taverna, a bere! Come continuate a fare pure adesso! E noi stiamo a mangiare fagioli e a non poterci permettere di comprare tutto quello che serve, perché voi buttate i vostri guadagni in quel buco fetente...”.
Il genitore si alzò in piedi mentre la consorte portava via in tutta fretta il bambino piccolo. Posò i palmi sul tavolo che ora diveniva insulso all’ombra della sua notevole stazza. Aveva le guance arrossate dal vino e il suo alito si sentiva anche al lato opposto della mensa, dov’era Michele, il quale continuò a rimanere seduto, con il cuore che gli palpitava sin nella gola.
“Stupido!” pronunciò suo padre a gran voce scandendo con tono roco ed accentuato ogni lettera, “che gran pezzo di figlio di buona donna che sei! Io ho smesso di fare il contadino per dare un futuro migliore a questa famiglia! Cosa speri di ottenere tu, piccola stolta canaglia che non sei altro! Credi di poter tirare avanti facendo lo spaccapietre per sempre?!”. Ora le parole iniziavano ad apparire biascicate: “Io assisto in cucina grandi cuochi ed intanto imparo! Tu cosa stai imparando a fare invece?! Vuoi spaccarti la schiena come un ignorante per tutta la vita? Piccolo ingrato!”. Quando aveva bevuto ed era arrabbiato, suo padre soleva ripetersi molte volte “sei un piccolo stupido ingrato e non ti meriti i sacrifici che sto facendo per te! Fra poco divento un vero cuoco, ed allora si che guadagnerò bene! I miei soldi ti faranno studiare alla migliore scuola di cucina della regione ed a farti avere qualche possibilità nella vita, senza sprecare il tempo ad arraffare due spiccioli per dieci ore di lavoro, imbecille! Povero stupido ignorante spaccapietre che non sei altro!”.
Michele balzò in piedi ed alzò i toni come aveva fatto il padre, stavolta era deciso a non mollare. Aveva paura, ma del resto se lui gliele avesse suonate quella sera, non sarebbe stata proprio la prima volta. Magari, con un po’ di fortuna, avrebbe potuto essere l’ultima invece, come in effetti fu. Mentre l’uomo già carezzava minacciosamente la cintura dei propri calzoni, il giovane si fece coraggio e gli scagliò contro la rabbia accumulata in quegli ultimi sette giorni: “Voi non siete il mio padrone! Non mi costringerete ad andarmene via. Chi pensi che baderà come si deve a questa tua famiglia se io non ci starò! E poi non dirmi che stai per diventare cuoco perché lo dici ogni anno da quasi quattro anni, non te ne rendi conto?!”.
“Non ti ho mai dato il permesso di parlarmi in questo modo e non te lo concedo adesso! Sono quattro anni che butto il sudore per te e ora che sono vicino ad ottenere un buon posto tu ti sei stancato» rise amaramente, e proseguì: «Questa è bella, io mi sbatto per fare qualcosa di buono e lui si stanca! Piccolo ignorante spaccapietre! Maledetto il giorno in cui ti ho messo al mondo, se potessi ti spazzerei via dalla terra all’istante, non temere!”.
“Venite qui, padre! Cosa state aspettando?”.
“Non provocarmi disgraziato! Non ti conviene!”.
La madre si precipitò in cucina, dopo non essere riuscita a calmare il pianto dei gemellini che si erano svegliati sentendo le urla, e li pregò di non litigare a quel modo. Ma i due non sembravano far caso a lei, l’uomo si era già sfilato la cintura, la teneva ben stretta in una mano, intanto manteneva sul figlio un arcigno sguardo di sfida e gli diceva a voce alta: “Non c’è posto per tutti e due in questa casa! Vuoi forse farti cacciare? Ah! Ma io non te la do questa soddisfazione, piccolo ingrato farabutto! Tu resti qua e ti fai sculacciare per bene, e quando te lo dico io vai a studiare e ti trovi un vero mestiere, ingrato! Io ho quattro, fra poco cinque figli da mantenere! Credi che siano i tuoi miseri spiccioli a far mangiare i tuoi fratelli e tua madre?! Noi non possiamo permetterci di avere problemi da un primogenito sciagurato. Noi qua, fra poco, ne abbiamo un’altra di bocca da sfamare e tua madre nemmeno può darmi una mano con la terra, perché deve badare a voi! Devo occuparmi io del vostro futuro! Perché tu sei troppo ignorante per trovarti un lavoro non schifoso e perché lei tra poche mesate sgrava!”.
“E allora se ti lamenti tanto che lavori troppo per crescere noi... mi spieghi perché diavolo la metti incinta ogni volta che torni?!”.
A quella frase l’uomo perse totalmente l’uso della ragione e stette per scagliarsi con la pesantezza di un bisonte contro lo smilzo e giovane figlio, quando sua moglie si piazzò davanti a Michelino per impedirgli di picchiarlo. Disperata e con le lacrime agli occhi, la donna fece un ultimo appello al marito: “No Antonio, basta! Non devi fare male al ragazzo!”.
“Levati di mezzo Assunta! Levati di mezzo, ho detto!” le urlò lui biascicando ancora di più le parole, al che la donna s’impuntò davanti al suo Michelino: “No!”.
L’uomo le sventolò un ceffone sulla faccia facendola cadere di lato, su di un fianco, per fortuna senza che lei urtasse a terra con troppa violenza. Michele cacciò un urlo spaventosamente potente e, nello stesso istante in cui il genitore levava in alto la temuta cinta, gli si gettò contro piazzandogli un violento pugno in piena faccia. Suo padre barcollò, intontito dal colpo, sbatté con le spalle contro il muro e ricadde con un tonfo sul proprio fondoschiena, con una discreta quantità di sangue che gli colava dal naso, confuso e nauseato a causa del considerevole colpo. Michele aiutò la povera donna a rialzarsi: “Madre! State bene?”.
“Sì, ringraziando iddio sto bene”.
“Siete sicura?”.
“Si”.
Assunta aveva il viso ancora sconvolto ma stava riacquisendo colore. Prese uno strofinaccio, lo bagnò con un poco d’acqua e, senza dire una parola, si inginocchiò accanto al marito, tamponandogli il naso con la pezza, mentre lui si lamentava per il dolore, ancora in stato confusionale. Era la prima volta che lui la colpiva, di solito se la prendeva solo con Michelino. Il ragazzo, perplesso per quel così rapido perdono della madre, si prese le coperte dalla dispensa e, con il cuore che ancora gli scalpitava nel petto e le tempie che gli sbattevano fortemente, le parlò: “Adesso che si riprende ditegli che è stata solo colpa sua e che non deve azzardarsi mai più ad alzare un dito su di voi, né su nessun’altro, qua dentro. E ditegli anche che, se ancora vuole menarmi, d’ora in poi io risponderò ad ogni schiaffo e non sarà una bella cosa per lui. Vi auguro la buonanotte, me ne vado a dormire nel fienile”.
Mente gli avanzi dello stufato si raffreddavano nei piatti, Michelino andava a coricarsi nella piccola baracca accanto alla casa. Si stese sulla paglia a pensare a ciò che aveva fatto, alle parole che erano state vomitate a tavola. Passarono varie ore ma il giovane non riusciva a prendere sonno in alcun modo, ancora agitato dalle vicende appena trascorse, ancora con l’immagine della madre scaraventata a terra davanti ai suoi occhi. Poi successe qualcosa di inaspettato. Nel cuore della notte qualcuno aprì cautamente l’esile porticina di legno, rischiarandone l’interno con la luce della sua lampada ad olio. Michelino, che in quel momento era nella delicata fase iniziale del sonno, ebbe un sussulto, ma subito si acquietò, senza aprire gli occhi. Suo padre si avvicinò a passi estremamente lievi, come se d’improvviso il suo peso si fosse ridotto a quello di un adolescente. Sollevò di poco e cautamente la sua lanterna. Il viso del figlio era illuminato in modo lieve, ma abbastanza da poter permettere una discreta analisi dei suoi tratti.
Per la prima volta, guardandolo mentre dormiva ed avendo osservato il coraggio dimostrato a tavola, quando lo aveva sfidato a viso aperto, dovette ammettere a se stesso che Michele non era più un bambino. Si stava avviando a diventare uomo. L’orgoglio di padre si mescolava e scontrava con il moto di rabbia che dentro di lui ancora non si era del tutto placato. Se avesse osato una sola volta un comportamento del genere all’età che aveva adesso suo figlio, suo padre forse lo avrebbe ucciso e ne avrebbe seppellito il corpo nel terreno poco distante. “Ma tuo padre era pazzo furioso” gli suggerì una di quelle sporadiche voci interiori. E magari i tempi stavano cambiando, ed era giusto così.
Giungeva infine il momento di regalare la libertà al suo piccolo, ed anche se come genitore non si sentiva ancora pronto per quel passo, non aveva altra scelta, per cui era meglio acconsentire di propria spontanea volontà, prima che Michele uccidesse quell’ultimo scampolo d’autorità paterna che ancora gli rimaneva. Aveva sbagliato, gli doleva ammetterlo ma era proprio così.  Ed aveva ben chiaro cosa l’avesse spinto a fare visita al ragazzo nel cuore della notte. Era quella pungente ed opprimente sensazione di essere incatenato a qualcosa, al gioco, al vino, l’amara sconfitta di un uomo che in fondo si sacrificava più per andare a spendere i guadagni di una vita ancora magra e tediosa che per fare del proprio meglio nei confronti della sua famiglia. Non avrebbe mai infierito ulteriormente sul proprio orgoglio scusandosi con quella sua ribelle ma amata creatura, aveva di già chiesto perdono a sua moglie la quale, del resto, era sempre stata così buona e fedele da accordarglielo ancora prima che le sue colpe si dissipassero. Avrebbe però potuto cercare di tenersi più a freno, avrebbe potuto lasciare qualcosa di più a lei, ai bambini ed a quel testardo e sveglio ragazzo, poiché tutte le loro speranze erano riposte in loro. Si sentì improvvisamente un padre tenero, forse proprio perché il suo vecchio non aveva mai avuto né un gesto né una parola gentile nei suoi confronti e perché non gli aveva mai dimostrato quell’affetto che adesso, essendo padre da così tanto tempo, gli sembrava impossibile non provare nei confronti di un figlio, per quanto in modo contorto, represso, a volte più simile al duro senso della responsabilità che al dolce istinto di protezione. Fece quasi per elargire una carezza a quel volto finalmente rasserenato ma poi qualcosa di troppo antico e radicato in lui lo trattenne. Avrebbe rimediato in altro modo alla bruttura di quella sera.
Contemplò ancora un altro secondo il volto della giovinezza perduta, racchiuso nel viso di quell’essere a metà fra un angelico fanciullo ed un disilluso, rancoroso giovane adulto. Se ne andò via nello stesso silenzioso modo in cui era apparso, lasciando Michelino avvolto nel suo sonno ristoratore, in quel riposo quieto e pesante che solo un’adolescente che abbia sfruttato appieno le proprie energie durante la giornata conosce. Ritornò accanto a sua moglie, poco prima che gli anni scivolassero via senza un attimo di tregua, sigillando in quel candido istante la giusta promessa per suo figlio. Fu nella mattinata successiva al brutale litigio che il corpo del ragazzo, appena ridestatosi, godette a quel modo straordinario dei primi baci del sole, ne fece il pieno in vista di tornare al lavoro della cava, laddove essi sarebbero stati ben più duri da affrontare, specie con il precipitare delle ore lungo il crinale di mezzodì. Sull’uscio della rimessa in cui aveva trascorso la notte, i raggi ancora pietosi ed il suo vigoroso e insieme snello fisico gli fecero come pregustare una forma di felicità futura, ancora inimmaginata, nell’attimo della più grande energia che si possa conoscere nel corso dell’esistenza, quiescente nel clima tiepido di una secca mattinata di campagna e fresca come la brina ormai da tempo lasciata alle spalle, in quel lontano, primo idillio di primavera...





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Roberta Andolfo, Il fragore del silenzio (Terza parte)Il Pickwick, 13 ottobre 2018

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