"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 01 Novembre 2018 00:00

Gli anni zitti

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Gli anni zitti
(2014-2015)
 


Quando è morto mio marito
non avevo ancora quarant'anni,
e ho sperato, sì, per giorni e per anni,
di trovare un amore, una carezza,
qualcuno da incontrare a metà settimana.

Forse il mercoledì. A cui regalare
un maglione di lana, una cravatta.
E telefonargli la sera.
Invece, che matta! Mi sono sposata
la tristezza; la più vera, la più sola.


Io, in attesa
e ferma come una cosa
qualunque, trascurata, inessenziale
(non mi avesse vista
un mattino; oppure subito
− così! − cancellata).
Ad aspettare
un nuovo sguardo,
nuovo davvero, non educato;
o la mano che osa alzarsi
sulla mia. Poi resta
sospesa, senza appoggiarsi,
turbata.


Tante facce tra noi
ci allontanavano da noi.
Visi da salotto o da metropolitana,
gesti indecisi.
E occhi spalancati,
sorrisi cenni
sottintesi.
In due, far finta di niente,
scontrosi eroi
della diversità.
Ma vincevano,
poi,
i banali invidiosi,
allontanandoci − io e lui
arresi a chiedere pietà.
Così restavamo esitanti,
perdenti.
Delusi
di loro, di noi.


Quanto mi lasciava sola
davanti a Dio (al mondo, alle paure),
e sapeva nascondersi
dietro le spalle fragili:
di me, delle bambine.
Ma come si appendeva a noi,
chiedendoci più vita, e gioia,
e anni.
Quanto restavo sola, allora;
e ancora, dopo.


Il silenzio cade,
e qualcuno non verrà mai più.
Mai più per sempre.
Per sempre zitta la sua voce,
ogni parola.
Riguardiamo le foto,
sistemiamo i biglietti d'auguri,
i filmini superotto, le cassette
registrate. Poi torna il silenzio,
aspettando
oltre i muri un'assenza.


La sua assenza, il suo mancare,
non imprimere il gesto nell'aria,
la voce nel silenzio; la traccia delle scarpe
sulla neve in giardino, il calco
della mano sul cuscino del divano.
È tutto cancellato,
divorato dal niente.
Così resto a pensare, cerco di ricordare:
com'era veramente la sua faccia
se mi guardava e tratteneva il fiato.


Molte cose muoiono
insieme a chi muore.
Le sue impazienze, i sorrisi
improvvisi. Il sonno
del primo pomeriggio
da non disturbare,
la crema per le mani
vanitose, la pianta
sempreverde rinsecchita.
Partenze affrettate,
ritorni pentiti.
E le parole
tenere, quelle dubbiose;
le musiche, le rabbie, i vestiti.
Lo sguardo di chi lo cercava
e adesso non sa cosa fare:
vaga, trema, si incanta
o si perde.


Rimangono tante cose da dire
che non si sono dette,
per pigrizia, distrazione, mancanza
di tempo o di passione.
Sarebbe bastato un sorriso,
un cenno divertito a qualcosa
di non tragico accaduto:
scusa per quella volta
o grazie per le altre volte.
Ma non c'è stato tempo, eravamo
distratti, pigri, impazienti
e abbiamo perso l'ultima occasione.


Le storie che finiscono
− storie che durano oltre,
rami intrecciati, radici
radicate sotto i sassi,
lapidi, marmi
                     (O my dear, O my dear)
Mia madre mio padre
mio marito, le lastre
pesanti, le foto, preghiere
e labbra cucite,
e mani gelate
                      (O my dear, O my dear)
Le storie sepolte
di cenere alla cenere,
lontani i lontani,
le ancore ancoranti
sciolte divelte risucchiate
                       (O my dear, o my dear)
La terra tornata di terra
le voci zittite,
in alto più pallido
un sole risorto
tramonta risorge rimane
                        (O my dear, O my dear)


Se arriva una lettera da uno che era vivo
e poi è morto, una lettera scritta da un vivo
che arriva giorni dopo la sua morte,
o settimane; si ha paura ad aprirla,
si teme un rimpianto una ferita
e la rivelazione di un segreto taciuto
da sempre; ma se in quella stessa lettera
che arriva da un morto non c'è niente
di male, né scuse né accuse, soltanto
una carezza tardiva, i baci alle bambine,
pensieri sospesi destinati a restare
sospesi in eterno, nell'aria,
in qualche chissà dove; allora la si legge,
si rilegge, la si impara a memoria,
e si sfiora con le dita l'indirizzo
che non verrà più scritto
allo stesso indirizzo da un mittente
che è morto, e si pensa alla firma
impietrita, al suo nome sepolto,
al silenzio futuro:
mentre tutto era vivo, presente, affettuoso
nella lettera scritta da un morto
quando ancora era vivo,
e ci pensava.



                                                                 Alle mie figlie

Al nostro ieri basta dare
un altro nome,
proiettarlo in un futuro sconosciuto:
ed ecco che è promessa
− non più tristezza.
Festa e non lutto,
conquista e non sconfitta.
Invenzione, mai memoria;
progetto, non storia antica.
Fantasia speranza alba
(il mio domani, il vostro).
Via il pianto, la fatica dell'odio,
ogni brutto pensiero.
Danza canto bellezza.





N.B:
La silloge Gli anni zitti è contenuta nel volume L'attesa, in uscita in questi giorni per Marco Saya Edizioni.
Immagine in copertina di Daria Angeli.

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