“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Mercoledì, 07 Dicembre 2016 00:00

Io Michelangela

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“Prima dei quaranta, ehi bella, quando un ragazza mi permetteva di rivolgerle anche soltanto una parola io non mi fermavo lì...“ mi dice con fare vagamente scherzoso.
“Ma te la facevi. No?”.
“Mi è capitato un sacco di volte. È El Macho che ti sta parlando!”.
“Certo Federico, l’ho capito”.
Ci guardiamo di sguincio, e giù a ridere che è un piacere.
Lui con me ci ha provato, i suoi messaggi più o meno subliminali. Ma non c’è stato niente da fare. Dopo essermi laureata a Londra in Scienza e Tecnologia della Comunicazione, mi sono messa in testa ben altro. Niente distrazioni fugaci o peggio ancora avventure allo sbando.

Si era ormai in pieno web-mondo. Il tecno-boom. Terreno di coltura più adatto al genere maschile in marcia inarrestabile. Del resto i geniali imprenditori di quel ramo rispondono ai nomi di Bill Gates, Mark Zuckerberg, Steve Jobs... e altri. Sempre uomini, comunque.
Superfluo aggiungere che le mie ambizioni in materia non erano neppure lontanamente paragonabili a certe mitiche figure, ma mi proponevo di progettare miei plugin personalizzati. Quanto a nuove idee ne avevo parecchie, e anche originali. Specie nel Videogame Development, un settore per il quale mi sentivo portata non fosse altro per una buona dose di creatività che non mi è mai mancata sin dal ragazzina. Mi piacevano già da allora i giochi da inventare. Il che mi ha sempre fatto pensare al mio futuro con un’autostima al femminile non comune in un mondo dal tratto sociale dominato dall’altro genere.
Siamo nell’ufficio di Federico. “Perché, Michelangela, hai lasciato dopo soli tre mesi la società di marketing dove lavoravi?” mi chiede.
“Che vuoi Fede. Ero andata lì soltanto per prendere la necessaria confidenza con il computer usato a fini aziendali nel risolvere problematiche abbastanza complesse. Il primo passo. Una iniziale messa in pratica di quanto appreso nei miei studi. Adesso devo cercare il posto giusto, e ho pensato che tu, grazie alle conoscenze di indubbio prestigio, potresti darmi qualche utile consiglio”.
“Gratis?”.
“Mmm... per come la intendi tu, sì”.
Quel suo mezzo sorriso.

Ci siamo conosciuti l’estate scorsa in una crociera. Destinazione Formentera. Io ero con la mia amica Virna. Fede in occasionale compagnia di una giovane dai capelli biondo chiaro gioiosamente sbarellata che indossava ampi pantaloni svolazzanti, infradito gialli dai quali spuntava brillando lo smalto rosso acceso delle unghie dei piedi. Lui svaccato per ore sulla chaise longue accanto al nostro ombrellone sopra la piscina di bordo, lei seduta al suo fianco alternando sincopate raffiche di voce acuta a incontenibili risate.
“Responsabile della ricerca di soluzioni e modelli di simulazione” è stata la sua risposta quando, seduti tutti e quattro per l’happy hour allo stesso tavolo del salone nel brulicante primo piano inferiore della nave, ho chiesto a Federico che lavoro faceva. In quei momenti aveva un’aria impeccabilmente professionale.
“Ma in quale settore?”.
“Genericamente, potrei dire tecnologia digitale. Ma prima ho fatto un po’ di mordi e fuggi qua e là”.
“Ah!”. E subito la mente è corsa al mio progetto. Gliene ho parlato a lungo, senza trascurare alcun dettaglio.
“Per il momento non ci occupiamo di giochi elettronici. È un campo inflazionato. Vedremo” ha tagliato corto.
Tornati in Italia, la sua amica si è fermata a Genova. Fede è salito sul treno con me e Virna, anche lui abita a Milano.
Durante il viaggio non ho voluto toccare l’argomento, ma una volta arrivati alla Stazione Centrale, prima di salutarci ci siamo scambiati i numeri di telefono. Da parte mia gli ho rivolto un sorriso palesemente contenuto che proprio per quello voleva essere d’intesa.

Nel suo ufficio non abbiamo parlato molto. “Andiamo a fare quattro chiacchiere in un buon ristorante... se ti fidi” mi ha detto Federico.
“Va bene, va bene” faccio. E gli sorrido, questa volta apertamente.
“Come ti dicevo, Michelangela, per ora niente videogame all’orizzonte della mia società. Ma c’è un mio amico – e forse lui ha più coraggio di me – che è partito da zero e ha subito messo in piedi un combattivo gruppetto con solo un paio di collaboratori per progettare nuovi sistemi tipo quelli che ti interessano. Non hanno molti mezzi a disposizione. Lavorano nel box auto dello stabile del mio amico, come ha fatto un pioniere americano poi diventato uno dei grandi, pensa un po’. Il mio amico si chiama Sandro Grimaldi. Vuoi che te lo presenti?”.
“Sì. E presto, ti prego”.
Meno di una settimana ed entro nel gruppo. C’è stata subito intesa tra noi.

È una richiesta di brevetto da inoltrare al competente ufficio First To Invent. È qui, sulla scrivania di Grimaldi, che oggi è fuori per una visita a potenziali clienti. Ha voluto che i due giovani assistenti lo accompagnassero in quella che lui ha definito ‘una missione di fondamentale importanza’. Non resisto alla tentazione di dare un’occhiata al compact disc allegato. Mi assicuro che non stiano rientrando telefonando a Grimaldi con una scusa, ne hanno ancora per almeno un’ora. Faccio allora azionare il computer: mi appare lo schema di un nuovo gioco elettronico. Normale, a prima vista. Quando però lo sguardo mi cade su un tecno-modulo, che sembra essere l’asse portante dello schema stesso, ho un moto di soprassalto: si tratta di una mia elaborazione digitale che non mi risulta essere presente in altri videogiochi in circolazione e che avevo intenzione di lanciare sul mercato.
Telefono a Federico, e gli spiego la situazione. Prima di staccare gli dico anche che ieri Grimaldi − perché lo aiutassi a leggere uno schema a suo dire poco chiaro − mi ha fatto appoggiare i gomiti sulla scrivania e poi chinare la testa per vederci meglio. Lui che è più alto di me si è messo alle mie spalle appoggiandosi più del necessario con una certa sospetta insistenza. Mi sono rialzata di scatto guardandolo fisso negli occhi. Lui impassibile.
“Non escludo che stiano tentando di fregarti, Michelangela. Succede spesso nel nostro campo. Non c’è ancora un sistema di controllo consolidato. Fa’ una cosa: riproduci una copia di tutto e portamelo qui al più presto. Devi muoverti prima che quel modulo venga brevettato testando così la privativa esclusività del marchio a favore della società di Grimaldi... e lascia perdere il resto, tanto non è successo niente. Non ti ha toccata, voglio dire”.
“Quel  gioco è una mia esclusiva idea. Lui non mi ha mai detto che ci stava lavorando sopra. A questo punto non so che fare. Dammi il tempo di chiamare un taxi e sono da te”.
“Dài che ce la farai. Non sarà necessario che t’impegni in una start up per una tua società. Ti costerebbe troppo e richiederebbe molto tempo Ci penso io, vedrai”.
L’ufficio di Federico si trova all’altro capo della città. In taxi ho il modo di riflettere e trarre qualche considerazione su quello che mi sta accadendo.
Ho solo ventidue anni, mi sono laureata presto. Laurea breve. È stata una mia scelta. Tutti, a partire dai miei genitori, mi riconoscono una forte volontà di affermarmi, di non accettare certe regole che potrebbero essere per me penalizzanti. Voglio il mio posto in una società che purtroppo non è inclusiva per quelle come me. Voglio essere Michelangela. Ma non devo farmi prendere dall’ossessione di bruciare i tempi. Mi viene da pensare alle sequenze temporali che danno forma alla mia vita. Sto trascurando il rapporto umano con gli altri. Vorrei vivere in un posto la cui vita sociale ruotasse intorno ad ambienti a me più congeniali. Non ho una vita sentimentale, salvo sporadiche frequentazioni senza un seguito né progetti per una futura famiglia. Mi serve trovare un punto di equilibrio. E poi c’è Fede... Che fare con lui adesso? Come comportarmi? Ho la sensazione di non essermi ancora chiarita le idee. Sono tutte questioni del mio essere donna, che non posso permettermi di non risolvere. E in tempi brevi, come mi impone il mio carattere.

Sono passati due mesi. In un primo tempo, d’impulso io e Fede pensavamo di denunciare Grimaldi, ma in realtà, come risultava da un controllo fatto presso l’ufficio di registrazione non aveva ancora compiuto il furto della mia idea.
Ci siamo quindi affrettati a depositare il modulo a favore della società di Fede, che nel frattempo mi aveva assunta come Videogame Poject Manager.
Finalmente ho smesso di lavorare in un box. Ho un ufficio tutto mio, e all’occorrenza una segretaria a mia disposizione.
Con Grimaldi non abbiamo voluto creare un caso. È bastato un incontro chiesto da Fede, dove ciascuno dei due ha glissato sulla gravità di quello che sarebbe potuto succedere. Naturalmente i rapporti tra loro si sono raffreddati di quel tanto. “Lasciamolo al suo agguanta e arraffa” ha concluso Fede.

Io e Fede. C’è stato un suo invito per un week-end a Megève.
Lassù, nell’Alta Savoia, su quello che lui desiderava da quando mi ha conosciuta e io, fraintendendo allora le sue intenzioni ero riluttante ad accettare, abbiamo trovato il comune coronamento in un’intima notte che non potremo dimenticare. Ci siamo definitivamente aperti. Con lievi ma percepibili accenni al nostro futuro. Non solo professionale.
“E io sono anche certo che un matrimonio senza figli è un deserto” ha detto lui. Con una chiara venatura il cui significato non poteva sfuggirmi.
“Belle queste tue parole”.
Poi mi ha confessato di averle rubate a una canzone di Roberto Vecchioni.

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