“Le ho riservato due biglietti per la prima del mio Pigmalione. Porti un amico. Se ne ha uno”; “Non posso venire alla prima. Verrò alla seconda. Se ci sarà”

Scambio di telegrammi tra George Bernard Shaw e Winston Churchill

Domenica, 26 Luglio 2015 00:00

Variabili indipendenti

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Questa notte ho sognato papà. Quando mi sono svegliata ero in un bagno di sudore, il respiro in affanno. Poi mi sono ripresa ma non è finita lì perché la mente, quasi agisse in completa autonomia dal mio stesso essere, ripeteva sta sperando, solo sperando, non gli resta altro. E per qualche manciata di secondi la cosa è andata avanti in quel modo. Massimo, mio marito, come suo solito si stiracchiava prima di alzarsi dal letto per recarsi al lavoro, mi guarda e dice: ”Che c’è Mariangela, qualcosa non va?” “No, no... un sogno. Soltanto un sogno”.

Papà. Fa il direttore di banca. Lavora all’estero, non saprei dire dove. Di lui ricordo tutto, di quando mi diceva che tipo di vita si aspettasse dopo aver conseguito la laurea in economia col massimo dei voti, delle sue ambizioni giovanili che puntavano molto in alto e cose così. Aveva scelto quella carriera per emergere, detestava la mediocrità, quello che lui definiva il deprimente grigiore, a suo dire ormai irreversibile, che stava dilagando qui nell’Occidente post-industriale. Sulle prime l’intero suo orizzonte esistenziale gli appariva chiaro, nessun timore di non farcela, tutto era dato per scontato. Solo che in seguito gli è successa una brutta faccenda che lo ha costretto ad affrontare certe situazioni complicate e dolorose. E ripensandoci ho come la sensazione che tuttora ne stia pagando le conseguenze.
A soli venticinque anni aveva già messo su una famiglia che a suo modo di vedere rispettava in pieno lo standard ideale: una moglie molto graziosa e volitiva, una figlia di quasi due anni, io, piuttosto vivace e, stando all’ecografia, un maschietto in arrivo. Con mamma si erano conosciuti all’università, dove lei studiava scienze politiche con risultati più che brillanti.
Grazie a un mutuo a tasso d’interesse vicino allo zero, privilegio contrattuale della categoria bancaria, gli era stato possibile comprare un appartamento di centoventi metri quadrati in una palazzina postmoderna nel quartiere Monluè, alla periferia est di Milano, dove − l’ho letto in un libro sulla storia della nostra città − nei giorni più caldi d’agosto, nel ‘600, il Cardinal Borromeo si trasferiva lasciando temporaneamente la residenza dell’Arcivescovado. Vacanze estive al ‘Monte dei lupi’, si stenta a credere!
Una bella sistemazione quella di papà e mamma, che dava loro un appagante senso di benessere e che, seppure con calcolata moderazione, non mancavano di far notare. Si erano insediati di colpo e senza difficoltà in un complesso residenziale abitato da una classe sociale che si poteva ritenere omogenea, solo in apparenza però, perché lì non era facile distinguere il velleitario piccoloborghese, sempre timoroso di apparire meno di quello che si illude di essere, dalla normale persona senza problemi economici del tutto aliena da ogni forma di ostentazione.
Naturalmente quel tanto di conformismo che permeava l’ambiente non poteva risparmiare la nostra famiglia, in fondo papà e mamma ne erano consapevoli. Quello è un tipo di contraddizione al quale non puoi sfuggire. Anzi, sembra essere la condizione necessaria e sufficiente per entrare nel giro.
Ecco allora che papà si sentiva obbligato a viaggiare, a esibirsi piuttosto, su un’auto giapponese ad alta tecnologia e di cilindrata più che rispettabile. Mentre mamma dal canto suo provava un certo piacere nel districarsi con allegria nel traffico urbano alla guida della sua city-car, sempre rigorosamente tirata a lucido.
Così scorreva la vita nella nostra famiglia. Poi nel volgere di pochi anni tutto è cambiato. È stato un percorso graduale, senza scosse apparenti, ma inarrestabile per come si stavano mettendo le cose.

L’inizio di un percorso che non potrò dimenticare. Arrivò al ristorante con un’ora di ritardo, era il suo modo di fare, papà amava mettersi in mostra. Quella festicciola familiare l’aveva organizzata mamma per il conseguimento della mia licenza di terza media. Era visibilmente orgogliosa della mia pagella: una strepitosa sfilza di otto. Insomma, la migliore studentessa dell’Istituto. Da parte mia avevo confidato ai miei genitori che non avevo ancora le idee ben chiare su quale orientamento prendere per le superiori. Magari il liceo classico e poi una laurea in filosofia, che dire.
Mamma aveva prenotato un tavolo per cinque persone: noi quattro, tra cui mio fratellino Filippo di dieci anni, e 'fra Domenico, suo fratello, che da pochi mesi era entrato nell’Ordine dei Cistercensi presso l’abbazia di Chiaravalle, non molto distante da dove abitavamo noi.
Eccolo finalmente!, esclamò lo zio ‘fra Domenico con un sorriso bonario quando papà, col suo solito stile impostato, aprì la porta del ristorante. Gli indumenti che portava, scelti con puntigliosa cura, vestivano la figura che da sempre amavo con tutto il cuore. Papà disegnò nell’aria col braccio destro un ampio semicerchio a mo’ di saluto generale, poi con calcolata lentezza si avvicinò a capotavola, dove ero seduta, sfilò dall’altra mano il colorato pacchetto confezione regalo e mi soffiò un quasibacio sulle guance, sussurrandomi tieni Mariù fanne buon uso, ti sarà utile... vedrai. Aprii subito il pacchetto. Come avevo immaginato, era un libro.
Ricordo come fosse ieri che fu verso i cinque anni quando il mio rapporto con papà prese una piega speciale. Filippo era nato da poco, e mamma, che pur mi copriva di tutte le possibili attenzioni, terminato il suo lavoro quotidiano part-time come segretaria di un broker di assicurazioni, era comunque impegnata, oggi mi sento di dire più di quanto fosse necessario, in quello che chiamava “il dovere di esserci”. Il che per lei significava partecipare alla vita politica della nostra zona circoscrizionale, con quanto di gravoso quell’impegno comportava: riunioni di partito, campagne elettorali, assunzione di responsabilità sempre crescenti fino ad assurgere al ruolo di coordinatrice del partito in zona. Il tutto a scapito di una sufficiente presenza in famiglia, specie di sera. Da principio i miei genitori discussero tranquillamente di quel problema, e la loro decisione fu di ricorrere, quando ce n’era bisogno, a una giovane baby-sitter. Del resto lo stipendio di papà, direttore dell’agenzia bancaria più importante di quella parte della città, sommato a quello di mamma garantiva alla nostra famiglia di fronteggiare anche quella spesa.
Le sere in cui mamma era assente si facevano sempre più frequenti. E così ebbe inizio un tipo di relazione con papà che avrebbe segnato profondamente la mia vita. Per farmi addormentare raccontava favole sempre nuove che inventava sul momento.
Iniziai la prima ginnasio piena di entusiasmo, fa parte del mio carattere, ma ancora non mi era chiaro quali fossero le mie aspirazioni per il futuro. Tenevo un diario gelosamente custodito a chiave nel cassetto della mia scrivania al riparo da occhi indiscreti. Un giorno o l’altro lo avrei fatto leggere a qualcuno di mia fiducia, chissà.
Nel frattempo oltre alla nascita di Filippo qualcosa stava cambiando nella nostra famiglia. Mamma era sempre più assorbita dai suoi impegni politici, non passava sera che non avesse una riunione da qualche parte e rincasava quando ormai papà si era ritirato a letto, dove leggeva fino al suo rientro. Dalla cameretta dove dormivamo io e Filippo mi capitava talvolta di udire i miei genitori che discutevano, ma non riuscivo a distinguere quello che dicevano. Ciò che percepivo bene era la concitazione con cui parlavano. La mattina dopo, mentre consumavamo la prima colazione, scrutavo i loro sguardi e il reciproco comportamento, mi sforzavo di intercettare qualsiasi segno, anche il più apparentemente insignificante, nel tentativo di cogliere eventuali indizi di incrinatura nel loro rapporto coniugale. Osservandoli bene, però, tutto mi appariva normale. Tuttavia mi sentivo vagamente a disagio. Forse non vogliono turbarmi, può darsi che cerchino di non far trasparire nulla che mi faccia pensar a loro possibili screzi, rimuginavo tra me. Ma uscendo di casa in tutta fretta con a tracolla lo zainetto pieno di speranze, il mio stato d’animo cambiava di colpo. Sprigionavo ottimismo, gioia di vivere, e al liceo classico i miei risultati miglioravano costantemente, specie nelle materie umanistiche. Quando la prof di lettere riportava a scuola i temi che aveva corretto a casa, la mia votazione era sempre la più alta e il tema che avevo scritto veniva puntualmente letto con enfasi davanti a tutta la classe con lodi che si sprecavano. Felicità.

Accadde all’improvviso. Quel giorno ero tornata da scuola con mezz’ora di ritardo a causa di un guasto al tram 27 che ero solita prendere. Dopo la fermata dove scendevo ogni giorno feci di corsa un tratto del viale Forlanini, temevo che mamma mi sgridasse. Suonai due, forse tre volte il citofono, avevo il fiatone e il cuore mi batteva forte. Venne mamma ad aprirmi, notai subito che aveva gli occhi arrossati. Mamma non è colpa mia... il tram...,dissi senza avere la forza di aggiungere altro. Vedere papà a casa a quell’ora mi aveva come bloccata. Era appoggiato alla porta del salotto. Il solito largo sorriso rassicurante che ti conquistava. La sua struttura fisica imponente. Era vestito di tutto punto come fosse in ufficio a trattare chissà quale importante affare. Mi prese per mano, una stretta forte, quasi a farmi male, e mi fece sedere sul divano. Sfoderò il più magnetico dei suoi sorrisi, e disse tutto in nove parole Me ne vado per un po’... poi si vedrà... Non capivo, ero stordita. Come abbia potuto starmene inchiodata sul divano con gli occhi sbarrati senza mettermi a singhiozzare mentre loro due con impressionante freddezza mi spiegavano la situazione me lo sto chiedendo ancora oggi. Considerate le sue non comuni doti manageriali, la banca aveva offerto a papà la carica di direttore della filiale di Barcellona che sarebbe stata aperta di lì a poco. Un balzo in avanti che nessuno in condizioni famigliari normali avrebbe potuto rifiutare, tantomeno papà che del carrierismo e di quella che lui chiamava meritocrazia faceva una sorta di mantra. La decisione di accettare papà l’aveva presa all’istante, quello stesso giorno, senza neppure chiedere, il parere di mamma. Io non smettevo di fissarli, prima uno, poi l’altra, aspettando quelle poche parole tipo Ci trasferiremo tutti e quattro,che mi avrebbero liberata dall’ansia. Ma tu mamma..., riuscii a balbettare. Non posso abbandonare i miei impegni civici. Sono troppo importanti... per me, rispose. A quei tempi non ero ancora in grado di capire se la colpa fosse dei miei genitori, ignari dei limiti di certe ambizioni che se superati rischiano di alterare la condivisione della vita, o dovesse invece essere imputata alla società ormai orientata verso forme di darwinismo causando una distorsione del senso comune al punto di rendere sempre più difficile se non nei casi più gravi addirittura impossibile avere genuini rapporti di coppia. Filippo, al di fuori di quello stato di tensione, se ne stava seduto in un angolo litigando con il suo inseparabile iPad.
Ero alle soglie dell’adolescenza e stava per scoppiare la mia prima crisi esistenziale. Fu uno sconvolgimento del nostro quadro famigliare. Papà si stabilì a Barcellona; quali accordi avesse preso con mamma per ciò che riguardava il resto, tipo fino a quando le cose sarebbero andate avanti in quel modo eccetera, nessuno si era preoccupato di dirmelo. Solo frasi fumose da parte di mamma che diventava di giorno in giorno sempre più reticente. Aveva assunto a tempo pieno una tata peruviana, e dal canto suo non solo aveva aumentato gli impegni serali ma capitava spesso che nei giorni festivi si assentasse rientrando a tarda sera.
Per i primi tempi papà telefonava due volte alla settimana, quasi sempre di mercoledì e domenica, avevo la netta percezione che col passare del tempo la sua voce perdesse quella straordinaria energia vitale che gli conoscevo. Quando chiamava qualcosa in me si bloccava; facevo domande banali alle quali lui rispondeva in maniera altrettanto banale. Di saltare su un aereo e venirci a trovare per il fine settimana neanche a parlarne. Poi gli passavo Filippo, con il quale papà vaneggiava per qualche istante di PlayStation, Nintendo e cose del genere. Di solito quando squillava il telefono nei giorni consueti mamma scuoteva la testa e lanciava un’occhiata a me e a Filippo, come dire rispondete voi.
Andammo avanti così per qualche mese. Poi le cose precipitarono: fu mamma a prenderci da parte una domenica mattina per dirci, senza tradire la minima emozione, che lei e papà non erano più in condizione di tornare a vivere insieme. In breve, avrebbero divorziato e io e mio fratello saremmo rimasti con lei. È risaputo che quando si devono prendere decisioni dolorose si cerca di stringere i tempi, e fu così anche nel caso dei nostri genitori: bastò un fitto scambio di raccomandate con tanto di documentazione allegata tra l’avvocato spagnolo di papà e quello di mamma, che a sua volta chiuse la questione con un volo di un sol giorno andata/ritorno a Barcellona per le firme necessarie e accordarsi sull’ammontare degli alimenti che papà avrebbe dovuto corrispondere.
Fu per me il colpo di grazia. Subii un’inaspettata trasformazione sentimentale. Cominciai a odiare papà, e l’unico modo di vendicarmi fu di fare male alla mia persona. Abbastanza normale in certi casi, direi; per spiegarlo non c’è bisogno di scomodare Freud. Per prima cosa pensai di rifiutare il cibo, l’anoressia era il mio obiettivo, ne avevo sentito parlare; mi appagava l’idea di fare soffrire papà riducendomi pelle e ossa. E al diavolo tutto il resto! Già, ma lui non era in grado di vedermi. Salvo forse intuire vagamente qualcosa dalle poche parole che gli dicevo durante le telefonate che si stavano progressivamente diradando. Fatto sta che rischiavo davvero di diventare anoressica, e l’unica persona che ne soffriva era mamma, che a un certo punto decise di chiedere aiuto a ‘fra Domenico, l’amato fratello nelle cui capacità di scandagliare l’animo umano aveva una gran fiducia. Venne da noi una domenica pomeriggio. Chiese a mamma di lasciarci soli. Parlammo per un paio d’ore, o meglio, parlava lui e io rispondevo a monosillabi. Vedi, Mariangela, c’è sempre un significato in ciò che ci accade, addirittura un che di sacro, tutte le cose sono legate in un modo che spesso ci sfugge. Ma se qualcosa non va per il verso giusto, esistono sempre altre scelte. Dobbiamo soltanto concentrarci per scoprirle. In una situazione come la tua, la gioia, l’amore, persino la compassione devono aiutarti a ritrovare te stessa e procedere con fiducia nella tua vita, quella fiducia si rifletterà poi sulle persone a te vicine e riscoprirai un mondo che stava per sfuggirti, con queste parole sorridendomi dolcemente suggellò il nostro incontro. La porta di casa nostra si chiudeva alle sue spalle, e già avevo deciso di dire basta all’anoressia. Non volevo più subire il tormento di una situazione che non dipendeva in alcun modo da me. Mi ero ormai convinta che i miei avevano perso quella capacità di stupirsi della vita come un grande dono da non disperdere, credevano di essere felici per il solo fatto di sentirsi al riparo dai rischi che talvolta il nuovo porta con sé, non importa di che si tratti. Casomai, in definitiva, dovevano avere il coraggio di domandarsi se quella rassicurante continuità non era altro che il rovescio di un inconfessabile timore per imprevedibili ma pur sempre possibili cedimenti. Chi di loro due non si è accorto che in qualche momento degli anni passati insieme (ma quale?) è venuta a mancare la libertà di vivere con autentica pienezza la propria esistenza? E, semmai, perché escludere che quella distrazione sia successa ad entrambi?
Dopo pochi mesi dal divorzio, visto che papà non chiamava, mamma telefonò seppure con scarsa convinzione all’ufficio del personale, presso la direzione centrale del gruppo bancario cui apparteneva la filiale di Barcellona che ogni mese le accredita sul suo conto l’ammontare degli alimenti, voleva avere notizie di papà, non fosse altro per convincerlo a farsi sentire almeno con me e Filippo. Le risposero che papà non lavorava più a Barcellona, si limitarono a dirle che era passato a dirigere un’altra loro sede specializzata in transazioni finanziarie a livello internazionale, ciò che dati i tempi di recessione pressoché generale comportava continui spostamenti, ma per ragioni di privacy non erano autorizzati a fornirle altre informazioni che venivano considerate riservate.

Sono ormai cinque anni che papà non si fa vivo. Oggi il dorato sole settembrino invade il soggiorno attraverso la vetrata e fuori, sulla strada, esalta l’impressione cromatica di ogni cosa rendendone più nitidi i contorni: mi trovo in un bilocale al primo piano di una vecchia casa di ringhiera ristrutturata con criteri piuttosto trendy, in quel di Rogoredo. L’appartamento appartiene a Massimo, insegna letteratura italiana all’Università Statale di Milano. Ha dieci anni più di me, si è trasferito qui da Modena. Un carattere dolce ma deciso. Il nostro primo incontro è stato del tutto casuale, in una movida di Corso Garibaldi assieme ad amici comuni. Da quella sera è cominciata la nostra storia.
Quando dopo un po’ che ci frequentavamo Massimo mi ha proposto di andare a vivere con lui non ho esitato un attimo a dirgli di sì. Avevo ormai diciotto anni. E sentivo di dovere andarmene da casa, là non c’era più posto per me; mi era sempre più difficile sopportare la presenza del nuovo compagno di mamma, un tipetto smilzo, insignificante, dalle idee sociali a dir poco ambigue che lei aveva raccattato in un circolo politico molto attivo e frequentato non solo dagli iscritti residenti nei quartieri circostanti ma anche, nelle occasioni più importanti, da dirigenti nazionali del partito.
Filippo adesso è un giovanottello e vive con mamma; studia informatica e se ne sta fuori casa quanto più possibile. Lui non ha subìto traumi dalla storia di papà.
Con Massimo abbiamo deciso di sposarci, ma lui vuole un matrimonio civile. Io mi cercherò un lavoro. Dopo solo pochi mesi di università, nonostante i risultati dei miei esami fossero buoni, con gli studi ho chiuso; voglio farmi una famiglia da poter sentire davvero mia.
L’appuntamento in Comune per richiedere i necessari documenti è a mezzogiorno, dopo che lui avrà terminato le lezioni all’Università.
Da Rogoredo mi dirigo a piedi senza fretta verso la stazione. Dopo salterò sulla metro che mi porta nei pressi di Via Larga, dove ha sede l’ufficio comunale per le pratiche matrimoniali.
Viaggiare in metropolitana mi procura sempre un senso di particolare empatia nei confronti degli altri. Prendo il cellulare dalla borsetta e chiamo ‘fra Domenico, in abbazia: Ciao zio, volevo invitarti al mio matrimonio... tra due settimane... ma sarà con rito civile... Ci verrai lo stesso, vero? Un attimo di silenzio. Certo Mariangela che verrò, perché non dovrei? risponde quella voce che da sempre ha il potere di infondermi serenità. E subito mi è scattata un’idea: se ci fosse il modo di conoscere l’indirizzo di papà gli spedirei una bella busta contenente un cartoncino dal color rosachiaro con la scritta Soltanto chi spera può trovare l’insperato. È Eraclito: un possibile raggio di luce per non consegnarmi alla rassegnazione.
Domani contatterò un’agenzia investigativa, mi costerà ma non ho dubbi: avrò Massimo al mio fianco.

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