“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Domenica, 02 Agosto 2015 00:00

Al mare con Francesca

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Erano ormai cinque anni che quel rito volto alla ricerca di noi stessi procedeva verso una potenziale catastrofe. Giorno dopo giorno avanzavi sul mio terreno col tuo slancio vitale. Inesorabile. Io mi trattenevo. Pensavo di farcela. Stupidamente. Tanto stupidamente da lasciare che l'invisibile nulla ingoiasse la mia cieca passione. Vasta e cieca come quel nulla che circondava i miei occhi terribilmente stanchi.
T'immaginavo ogni giorno più bella e m’illudevo di riuscire vincitore in questa mia pia aspirazione: conquistarti unicamente con la dedizione più assoluta. Una dedizione che era per me anche una specie rara di asimmetrica dissoluzione interiore. Quella dissoluzione del vivere che solo la contemplazione impossibile della tua chioma sembrava interrompere, per un paio di ore di vera vita – poco più, poco meno – la mia perpetua vacanza nei recessi abituali in cui mi ero assurdamente quanto fatalmente relegato.

Di quella folta corona di neri capelli, ampi e rigonfi all’inverosimile, tu mi avevi parlato in chiave di leggenda esotica, ed io in un lampo senza luce avevo provato lo stesso tremore che si dovrebbe provare al cospetto di una gorgone rediviva, restituita, senza nulla mutare, al buio della mia fragile condizione di attempato amante ceduto in comodato ad un giorno settimanale qualunque.
Da cinque anni ritrovavo la mia unica ragione di vita nella contemplazione di quel sogno tardivo che si presentava a me con le mani di una bambina ben piantata che mi batteva a macchina un improbabile capolavoro che, a storica conferma delle umane lettere, non sarebbe mai stato pubblicato né in questo secolo così come in un altro. Due mani d’angelo che mi raffiguravo nel buio della notte con un misto di sdegno e cupidigia. Sdegno dovuto alla paralisi che m'impediva di soddisfare in qualsiasi modo gli estremi della mia cupidigia. Una cupidigia che si estendeva simbolicamente al frutto lucente delle sue invisibili labbra, così come alla curva indistinguibile del collo e dei fianchi che mi figuravo ancora tiepidi dei resti della decorsa aurora.
Ci si era immersi in quelle ore ventilate di sangue e di tormento, io e lei, nella compilazione di un centone letterario senza capo né coda. In un’atmosfera da avventura predivina dissipavamo insieme le teorie antiche e moderne di un plagio depurato di smanie di possesso e di rancori verbali, passato al vaglio di un composto miracoloso di suoni e di odori. Tormento allo stato ideale era il profumo di lei, che riconoscevo come promemoria della mia venuta al mondo. Supplizio atroce della bellezza invincibile che si approssima in carne ed ossa al sapere assoluto. Più carne che ossa secondo i miei ancor solidi parametri mentali. Parametri andati precocemente perduti, ma da me magicamente ripresi in un gioco tumultuoso di visioni cinetiche, da vecchio infatuato fino ad un eccesso di morte, di una giovane di ventitré anni, figlia del suo tempo, più propensa – ne ero certo! – all’ardore dei sensi che alle derive d’un cuore in perenne turbamento d’amore.
Quel giorno, ancor piena delle sue mille meraviglie, si apprestò col solito ritardo ad occupare la sua poltrona girevole, padrona assoluta di me e della mia tastiera mentale. Un devoto fruscio di pantaloni alle mie spalle seguito da un tenero cigolio di rotelle. Mani invisibili subito intente a dare un senso alla nostra libera ricreazione del mondo. Solo che quelle mani, ne ero ben consapevole, erano tutte rivolte alle incredibili richieste di una storia né bella né brutta. Della quale a me restava come sempre il sogno residuo di una tenera e intemerata carezza. Una rosea lusinga in piena carestia che non sarebbe mai sopraggiunta, neppure dopo il più arduo dei pellegrinaggi terreni. Un gesto anche piccolo, sì, ma che, tuttavia, non sarebbe mai arrivato sino a me.  Disperato nella più nera delle disperazioni! In ciò precisamente essa rivelava la sua angelica costituzione di fanciulla del destino.
Come si sa, un silenzio mortale ristagna in quelle creature dalle strutture spropositate, in lungo ed in largo deposte, irreprensibili dominatrici del giorno e della notte, alate matrone circonfuse di spine, che ti rubano i sogni ad ogni piè sospinto, unicamente aprendo la bocca sonora e regalandoti un murmure armonioso, frutto sorprendente del loro intimo mistero.
Lei trascriveva la sua silente bellezza in notazioni braille, ed io la rileggevo poi, impressa nella mia notte insonne, bianco su bianco.

Fu sempre in uno di quei giorni della settimana che si avvicinò a me superando lo spazio simbolico in cui eravamo murati in una sorta di danza invisibile dei corpi chiusi in se stessi. Muro contro muro, per me il mondo era spento da anni, per lei quella era semplicemente una bellissima mattina di sole di metà aprile.
– Eccomi prof, oggi è una giornata perfetta... dovremmo dedicarla a noi.
Si sentiva in fondo alla sua bocca un represso frastuono. Forse non si era ancora liberata dai turbamenti notturni. Il sole o la luce del sole avrebbero dovuto pensarci.
– Prof oggi si va a battere all’aria aperta.
Proprio così: “si va a battere all'aria aperta” ed il mio pensiero, non so perché, corse all’intima contesa dei tepori che doveva aver seminato – poetico pedaggio – tra le sue ospitali lenzuola. Un maxispillo improvviso giunse da lontano a bucarmi il cuore... Io ero escluso terribilmente da tutto questo. Quel suo corpo ancora fumoso e pervaso di notturne rincorse, tutto iscritto nella verità della giovane carne, era per me fonte di una duplice sofferenza. Come nella dolorosa scissione tra il sogno ed il reale, io non rientravo per essa da nessuna parte, ma ne uscivo regolarmente da tutte!
– Prof oggi ho la macchina, la porto a fare una passeggiata...
La sua “macchina” era di un ordine serafico. Aperta a tutte le avventure, lanciata nel traffico con un coraggio inaudito, correva sicura di sè, io saldamente seduto accanto a lei che mi enumerava, nel frattempo, le vicende acerbissime della sua giovinezza infelice, ascoltavo in silenzio tenendomi ancor più saldamente durante le curve, un silenzio in espansione temporale, che per me si espandeva interiormente e tristemente, come nella vacuità giovanile di un’eterna inutile vacanza.
Dall’oscurità in cui ero immerso, mi parve normale domandarle:
– Francesca ma dove mi porti?
Lunghissimo silenzio:
– Francesca dove stiamo andando? Francesca dove mi porti...?!?
E dopo un minuto di silenzio, fermando la macchina:
– Prof andiamo al mare... Sì, Prof, proprio così, oggi si va a scrivere di noi vicino al mare.
Lasciammo la macchina presso una delle tante spiagge lungo la costa, e lei mi aiutò a scendere fin giù alla riva del mare. Cominciai ad analizzare l’acre profumo che giungeva da ogni parte. Le alghe lo sciabordio delle onde il rumore dei ciottoli, tutto mi suggeriva un’altra dimensione mentale del mondo. L'umida dimensione labirintica dell’universo marino che tale mondo circonda.
– Ecco Prof sediamoci qui...
Ed io ubbidiente mi piegai a sedere sulle pietre a pochi metri dal rumore delle onde. Lei accanto a me, risonante presenza neobarbarica, anima pervasa dalla pura potenza del mare.
Dopo alcuni minuti di concentrato silenzio sentii che si stava alzando. E subito dopo il suono dei suoi passi allontanarsi sempre più. Era la fine!
– Francesca dove vai...?  Francesca che si fa...?
– Prof resti ancora un po’ qui e guardi il mare!
– Ma Francesca, lo sai, io non ci vedo...! io sono cieco!
– Stia lì Prof, e si ricordi, più che vedere conta il sentire...
E sentii, nel frattempo, la sua auto ripartire.

In un muto crollo, mi raccolsi ancor più nella mia solitudine, mentre sentivo il buio della mia lunga notte, intorno a me, risalire precipitosamente a galla.

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