“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Domenica, 10 Maggio 2015 00:00

Clo

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Sono Clo. Tutti mi chiamano così. Il mio vero nome è Claudia. Un anno fa scomparivo. Ieri sono tornata. Sono stata via per cercare la mia strada, adesso è venuto il momento di vederci chiaro. Mi ci vorrà un po’ di tempo, ma neanche tanto, perché certi fatti hanno un significato complessivo dai contorni ancora nebulosi, mentre io per carattere ho bisogno di certezze in ogni istante della mia vita. Soprattutto quando mi trovo a dover ricominciare tutto daccapo.

Era l’autunno dell’anno scorso.
“Non che sia contrario, capisco la tua aspirazione ma due anni sono tanti” mi ha detto Luca, quando ha saputo della mia decisione.
“Be’, d’accordo si tratta di un biennio, ma tieni conto che ci sono i fine settimana liberi e un periodo di vacanze estive. Avremo modo di vederci. Del resto la nostra storia è cominciata solo da pochi mesi, giusto? E se non sbaglio, Luca, fino a oggi nessuno di noi due ha parlato di un progetto a lungo termine per il futuro. Chi può dire come andrà a finire. Magari quando avrò concluso il corso e sarò rientrata, le cose tra noi potrebbero essere cambiate e quello che in questo momento stiamo vivendo farebbe la fine di un effimero flirt giovanile”.
“Sì, può capitare, però...”.
Luca si era appena laureato in medicina, e aveva in mente di completare la sua preparazione professionale con un Master in riabilitazione postraumatica. Suo padre è proprietario di quattro o cinque cliniche in varie parti d’Italia. Una catena di strutture mediche, insomma.
Quanto a me − fresca dei miei diciannove anni − ero uscita dal liceo classico con una media da capogiro. Ma a dispetto di quel risultato non avevo la benché minima intenzione di iscrivermi all’università, come invece avrebbero desiderato i miei genitori, che tuttavia non sono di quelli portati a imporre ai figli l’indirizzo scolastico che appaghi le loro personali ambizioni. Per cui mi hanno lasciato fare.
Dovessi spiegare perché mi ero messa in testa di diventare scrittrice direi che fin dalla giovanissima età avvertivo una forte esigenza di lasciare libero sfogo alla mia immaginazione. Osservando il mondo in cui viviamo, anno dopo anno un insopportabile disorientamento faceva vacillare le mie certezze di essere in sintonia con gli altri; la realtà come la percepiamo e come ci viene rappresentata mi sembrava avere poco o nulla a che vedere con la vita vera, e ogni giorno mi convincevo sempre di più che la fantasia è la capacità di portare alla luce mondi diversi da quelli che ci appaiono in superficie, o meglio da quelli che si è abituati a considerare reali.
Maturava così il passo che avrei fatto.
Per prima cosa mi sarei iscritta a un corso di scrittura creativa e avevo pensato subito alla Holden di Torino. Che altro potevo fare. Ma per quanto avessi una granitica fiducia in me stessa, non avevo fatto i conti con la mia mancanza di esperienza. Così, quando stavo per compilare la domanda di iscrizione, una sorta di panico sottile mi ha come paralizzata: il pensiero che il corso prevedeva l’esame di ammissione mi ha fatto intravedere una scena piuttosto deludente dove, di fronte alla commissione selezionatrice, con in testa il preside Alessandro Baricco e i suoi più stretti collaboratori − tutti scrittori affermati − la mia prova veniva ritenuta insufficiente. Con tanti saluti alla mia ammissione al corso.
Il giorno successivo a quella crisi, accampando una banale scusa, ho detto a Luca che non sarei più partita per Torino e che stavo riflettendo sul da farsi.
“Vuoi dire che non te ne vai più da Milano, e continueremo a vederci ogni volta che ci pare e piace?”.
“No, semplicemente sto cercando un altro corso, in un’altra città, dove il programma sia meno impegnativo e duri di meno, in modo di avere al più presto il tempo per dedicarmi a ciò che mi sta più a cuore, cioè scrivere il mio primo romanzo. In sostanza mi basta qualche lezione sui fondamentali tecnici della scrittura. Il resto viene da sé. Artisti si nasce, non si diventa... lo sappiamo sin dai tempi del Romanticismo”.
Subito dopo, ripensandoci, ho avuto la sensazione di averla sparata grossa. Ma la cosa non mi preoccupava, Luca non è molto portato per ciò che ha a che fare con l’arte. I suoi interessi sono altri.
Navigando su Internet ho esaminato con cura le numerose scuole in giro per l’Italia, e la scelta è caduta su Agordo, un paese immerso nel paesaggio delle Dolomiti Bellunesi, dove un ex-professore universitario in pensione che aveva insegnato alla Facoltà di Lettere a Ca’ Foscari teneva un corso di alcune settimane, senza necessità di esame di ammissione. A Luca non avrei detto dove andavo a cacciarmi; tra gli altri suoi limiti caratteriali c’è anche un incomprensibile deficit di curiosità, incomprensibile almeno per me che mal sopporto la sola idea di non rendermi conto di quello che mi succede attorno. Lo stesso giorno delle mia partenza gli ho fatto recapitare nella casella postale di casa un biglietto volutamente stringato: Luca, forse ho trovato il corso che fa per me. Ti farò sapere. Baci. Clo. La verità è che mi serviva un completo isolamento fosse pure breve ma lontano da tutti, compresi i miei stessi genitori. Per stare alla larga da ogni tipo di condizionamento.

L’angusta stanza dell’unico alberghetto aperto nel paese dove ero arrivata il sabato prima dell’inizio del corso mi ha subito procurato una stretta allo stomaco: le pareti scrostate che da anni non conoscevano tinteggiatura, una rete metallica cigolante che con tanto di logoro materasso e lenzuola dall’aspetto poco invitante rappresentava il simulacro di un letto; nessuna finestra se non un minuscolo pertugio che dava sul corridoio, un bagnetto esterno alla mia stanza con strane macchie sul pavimento e una doccia semiarruginita senza box.
Il mattino dopo ho subito telefonato al professore che, grazie a certi suoi conoscenti, mi ha trovato una stanza libera in affitto in un bilocale occupato da una ragazza con qualche anno più di me. Tiziana, la ragazza, ha accolto con gioia il mio arrivo. Lì si sentiva un po’ sola, e il fatto di dividere l’appartamento con un’altra giovane, se non proprio coetanea, le era parso un insperato colpo di fortuna. Già dal primo giorno Tiziana si è mostrata molto aperta e mi ha detto di sé quello che mi interessava sapere. “Sono qui da due anni” ha esordito col dirmi. “Faccio parte di una Onlus che si prende cura di giovani non del tutto... sì... non normodotati, come diciamo noi in gergo. Sono una ventina, ce ne sono di tutti i tipi. Adesso non starò ad annoiarti elencandoti le varie disabilità di cui ci dobbiamo occupare. Non è un lavoro facile, credimi. Io sono la responsabile della Comunità che ha sede qui in paese e si chiama Casa Gioiosa. Con me lavorano dieci volontari che si alternano durante la settimana, tutta gente molto portata ad aiutare il prossimo, sebbene talvolta mi tocchi intervenire per evitare incomprensioni nei rapporti interpersonali. Sai, c’è sempre qualcuno che per eccesso di zelo o per una certa forma di gelosia tende a esorbitare dai suoi compiti. Comunque, ce la caviamo bene e può darsi che prima o poi ci ingrandiremo. In tal caso potrei assumere maggiori responsabilità. Ti assicuro che il polso non mi manca”.
Luca se ne stava a Milano, senza avere la minima idea di dove fossi finita. Strano, si potrebbe dire, nell’era della telefonia mobile.
“Dài Clo, dimmi dove sei!” ripeteva sin dai primi giorni quando mi chiamava sul cellulare.
Ed è andata avanti così per un bel pezzo. Ma la mia risposta era sempre la stessa: “Luca, lo vuoi capire o no che nessuno mi può fermare quando sto per decidere cosa fare della mia vita? Pensi forse che il nostro rapporto sia tale da farmi rinunciare al mio sogno? Prova a pensarci con calma, e capirai che per un po’ di tempo devo stare sola con me stessa”.
E qual era il tipo di rapporto che ci teneva insieme. Reciproca simpatia, sì. Di amore non parlerei, un sentimento troppo impegnativo al quale nessuno di noi due era preparato. Momenti intimi ad alta temperatura ne abbiamo avuti, certo. Tutto qui.
Nel frattempo il corso era iniziato. Male, direi. E le mia delusione montava giorno per giorno, dato il livello deprimente sia dell’insegnamento sia dei risultati del gruppo di studenti, comprese le mie prime prove di scrittura creativa regolarmente bocciate con banali motivazioni dal professore. Ciò nonostante avevo deciso di non darmi per vinta. Se c’era qualcosa che non andava, non dipendeva da me.

È domenica. Sono all’edicola, compro il Gazzettino e lo sfoglio distrattamente. C’è un titolo a caratteri di scatola in prima pagina, sembrerebbe un fatto di politica e malaffare. Ma passo oltre. Lasciamo perdere le solite cose, ho pensato. E il mio sguardo si porta sull’articolo di spalla che riguarda un grave incidente stradale avvenuto nel pieno centro del paese in cui mi trovo, vicino a dove abito. Poi, come per effetto di un inspiegabile magnetismo, gli occhi tornano di colpo sul titolo di apertura: Agli arresti domiciliari per truffa il magnate lombardo delle cliniche, con a fianco tanto di foto e nome della persona in causa. Gianantonio Margelli, il padre di Luca.
Questa volta la telefonata l’ho fatta io.
“Che succede, Luca?”.
Attimi di silenzio. Uno schiarirsi di gola a malapena soffocato, un deglutire.
“Luca”.
“Sì...”.
“Ho letto il giornale. Non capisco, c’è scritto che... Ma prima, dimmi, tu come stai?”.
Non era una domanda fatta per caso, conoscevo fin troppo bene il tipo di rapporto − quasi simbiotico − tra Luca a suo padre. Se quello che avevo letto sul giornale era vero o perlomeno verosimile, Luca non poteva essere estraneo ai fatti che venivano imputati al padre.
Sembra essersi ripreso: “È un momento un po’... Clo, se tu fossi qui mi sentirei più tranquillo... davvero”.
“No. Adesso non posso. Parlami piuttosto di quelle truffe, vere o presunte che siano. Poi si vedrà”.
“Che ti devo dire, cazzo! È tutta una montatura politica. Clo, cerca di capirmi, potrebbero coinvolgere anche me”.
C’era tutta la sua fragilità nelle parole di quel ragazzo, che non ha esitato a insistere perché tornassi.
“Luca, scordatelo. Finché non verrà fuori la verità non se ne parla”.
Avrei anche potuto dirgli che qualche giorno prima, d’istinto, avevo già deciso un radicale cambiamento di programma. Ma ho preferito lasciar perdere.
Dopo soli due mesi di corso mi ero persuasa che quel professore che tanto se la tirava, altro non era che un venditore di fumo, uno che sfruttava l’ingenuità di quei personaggi un po’ frustrati − perché no anch’io − che si illudevano di farsi strada nel mondo della narrativa e vedere la propria faccia fotografata sulla quarta di copertina di un romanzo di successo. Dal quale avrebbero poi tratto un film di altrettanto successo, come si usa in un ambiente culturale in cui il business è la regola aurea. Così mi sono dimessa dal corso, e al diavolo i trucchetti gabellati per tecnica di scrittura creativa! Poi ho comprato un nuovo cellulare e ho cambiato il numero. Luca poteva arrangiarsi. Non avrebbe più potuto parlarmi al telefono fintanto che non avessi preso io l’iniziativa. Ma per il momento ero alle prese con un progetto che non ammetteva distrazioni.
Il mio piano era abbastanza rigoroso: mi sarei fermata ad Agordo per altri mesi − quattro o cinque, non ero in grado di prevederlo − nella stanza che occupavo, e avrei impegnato tutte le mie energie per scrivere il romanzo.

Mattina di un sabato qualsiasi. “Non ho dubbi che riuscirai nel tuo intento” mi dice Tiziana. “Ma una volta che avrai finito il romanzo, ti rendi conto di quanto sarà difficile trovare un editore? Nell’ambiente letterario sei del tutto sconosciuta, e tu sai che nel nostro paese se non hai Santi in Paradiso...”.
Mi è subito venuta in mente la faccenda del padre di Luca, non saprei dire perché. E ho risposto stando sul vago: “Non ci ho ancora pensato, adesso mi preme mettermi al lavoro, più avanti si vedrà. In ogni caso una soluzione c’è, me la offre la tecnologia”.
“Cioè?”.
“Oggi si può diventare editori di se stessi. Grazie a Internet, e a basso costo”. Tiziana sembra perplessa: “Va bene, ma dopo bisognerà distribuire i libri nelle librerie. E le spese sono a tuo carico, sei sicura di farcela?”.
“Semplice, i libri saranno messi in vendita nella vetrina online, quindi niente spese di distribuzione”. Colgo un suo lieve battito di ciglia, e lei senza dire una parola se ne va in cucina a prepararsi la cena.
Dalla finestra del soggiorno scorgo un fronte di nuvole gonfie color grigioscuro che avanza minaccioso nel cielo sopra di noi.
Il giorno dopo vengono a trovarmi i miei genitori. Prima di pranzo passeggiamo per le strade che sono solita percorrere nei pochi momenti di pausa del mio lavoro. È una mattinata di quelle che non si dimenticano: il cielo di un blu intenso, l’aria frizzante offre al volto leggeri brividi di piacere. In fondo ho imparato ad amarlo, questo paese di frontiera provinciale. C’è in giro un insolito movimento di persone. D’improvviso un pensiero mi attraversa la mente: sento di avere bisogno di questa gente, nonostante mi sia per lo più sconosciuta. Sarà perché l’isolamento comincia a farsi sentire. Ma io di qui non mi muovo finché non avrò raggiunto il mio obiettivo, ho continuato a ripetermi.
Il pranzo al ristorante con i miei è stato piacevole, ce ne sono pochi come loro. Sono una ragazza fortunata, quante figlie possono godere di tanta comprensione come me? Abbiamo parlato un po’ di tutto, con pacatezza, sanno cosa intendo fare; a Luca e suo padre non abbiamo minimamente accennato, perché mai avremmo dovuto farlo. Mi aspettano a casa tra qualche mese, ma non c’è fretta.

Il mio romanzo è partito di slancio e avanza a ritmo serrato, specie in quelle sere quando Tiziana va alla riunioni della Comunità.
Compro tutti i giorni il giornale, il nome del padre di Luca compare ogni tanto nei titoli, seppure nelle pagine interne, ma per me quegli articoli non esistono. Li ignoro.
Devo ammettere che verso sera mi prende un certo desiderio di uscire dal mio isolamento, e avverto il bisogno di stare un po’ in compagnia. Così, vincendo la mia naturale ritrosia, ho cominciato a frequentare di tanto in tanto un circolo ricreativo animato da un buon numero di giovani che promuovono iniziative culturali. Ed è lì che ho conosciuto Julian. È americano, del Midwest, sulla trentina. Lavora in California per la Oakley, il più importante marchio al mondo di occhiali da sport. Il marchio sta per essere acquisito dalla Luxottica. Julian si trova qui per sovraintendere a tutti i passaggi informatici nella fase di trasferimento di proprietà. Capita a volte che quando il circolo sta per chiudere lui si offra di accompagnarmi a casa e io accetto con piacere, così abbiamo modo di scambiarci le rispettive impressioni sull’argomento della serata. Julian è un gran conoscitore di letteratura contemporanea, specie di quella americana, e condivide con me la convinzione che oggi il vero romanzo al passo con i tempi è americano, con un buon numero di giovani talenti che stanno influenzando il mondo letterario, mentre gli scrittori europei − per quanto gli pare di capire − con rare eccezioni stentano a  esprimere i fermenti delle rispettive società.
In più di una occasione Julian mi ha fatto intendere di gradire la mia compagnia, ma devo dire che non ho mai avuto la sensazione che si aspettasse da parte mia qualcosa di più di una semplice simpatia; in ogni caso avevo ben altro cui pensare.

“Hai letto il giornale, mamma?“ le chiedo al telefono. “No, papà è uscito a fare quattro passi in centro. Oggi è una bella giornata, tra non molto rientrerà. Dopo potrò dare un’occhiata al giornale. Ma si può sapere cos’è successo?”.
“Sembra che il padre di Luca abbia tentato il suicidio, la cosa non è del tutto chiara perché potrebbe trattarsi di una sorta di overdose di psicofarmaci assunti per reggere una situazione così pesante. A ogni modo dicono che è fuori pericolo, medici e inquirenti cercheranno di capire quanto prima come stanno le cose. Lo interrogheranno appena avrà riacquistato la piena lucidità”.
“Senti, Clo, ma perché non chiami Luca? Lui di sicuro saprà dirti qualcosa di più, non ti pare?”.
“No, mamma, Luca non lo chiamo. Non adesso, almeno”. Quella faccenda di truffa e falso commessi da suo padre con la complicità dei direttori di alcune sue cliniche mi indignava. Il padre di Luca non era certo un martire ingiustamente perseguitato dalla magistratura. Speravo soltanto che Luca non venisse tirato in ballo nelle indagini.
A quel punto ho pensato fosse meglio immergermi nel mio romanzo. La storia che stavo narrando scorreva via liscia, densa di situazioni i cui personaggi, così almeno speravo, sarebbero stati umanamente riconoscibili dai lettori più attenti. Mi sforzavo di scavare in profondità per avvicinarmi il più possibile al senso delle vicende rappresentate − letteratura viva che potesse mettermi in contatto con altre coscienze.
Sembrerà strano, sarà stata una serie di coincidenze, ma ogni volta che capitava qualcosa di inatteso era di domenica. Ed è successo anche con Luca.
Attorno alle dieci di mattina un suono deciso del campanello d’ingresso mi sveglia bruscamente, Tiziana era a un convegno organizzato dalle Comunità del comprensorio. Apro la porta, assonnata perché avevo quasi fatto l’alba a scrivere, ed eccolo lì, Luca, che si materializza sulla soglia d’ingresso. Mi sorride.
Non sono di quelle che si scompongono di fronte a situazioni inaspettate, per cui l’ho fatto accomodare subito in salotto.
“Lasciami qualche minuto per rimettermi insieme” dico. ”Scommetto che l’indirizzo te l’hanno dato i miei genitori”.
“Già”.
“Be’, Luca, visto che sei riuscito ad arrivare fin qui, data l’ora sarà meglio andarcene al bar a farci una buona colazione. Poi parleremo”.
“Ok, Clo”.
Il bar è quello del circolo, dove ormai mi conoscono tutti. Noto certe occhiate cariche di curiosità quando mi vedono con Luca che mi accompagna al tavolino passandomi le mani sui fianchi, dolcemente. Che dire, è proprio un gran figo!
“Cosa posso servire?” mi fa il gestore. Luca mi lancia uno sguardo sornione, e accenna un sorriso.
“La migliore delle vostre prime colazioni, anche se è un po’ tardi” rispondo.
“Non è mai troppo tardi per te, Clo. Le brioche sono ancora calde”.
Quando abbiamo finito la colazione è quasi mezzogiorno. I nostri sguardi si cercano, e senza scambiarci una parola ci avviamo verso il mio appartamento. Durante la colazione ci siamo detto poco: sospiri appena trattenuti, vaghi accenni tipo Parleremo-Dopo-Delle-Nostre-Cose. E il dopo si è consumato tra le lenzuola del mio letto incitandoci reciprocamente a giochi sempre più spinti.
È stato come un ritrovarsi. Ma tutto era ancora da chiarire.
Più tardi, al ristorante dove ero stata con i miei, abbiamo preso un pranzo leggero. Poi di nuovo verso il mio appartamento e subito a letto, tutt’e due molto provati, lui dal viaggio, io dalla notte pressoché insonne. Verso le nove di sera, quando ci siamo svegliati, fuori era buio profondo. Di cenare neanche a parlarne.
“Preparo un tè” dico.
“Perché non andiamo a farcelo a quel bar?”.
“No, Luca, adesso ci fermiamo. È venuto il momento di affrontare un certo argomento”.
“Uhmm”.
Luca non si è scoperto più di tanto. Sulla vicenda delle cliniche si è limitato a dirmi che suo padre ha intenzione di patteggiare. Quanto a lui ha ricevuto un avviso di garanzia, ma stando al suo avvocato la cosa finirà in un nulla a procedere poiché i capi d’accusa sembrerebbero essere evanescenti.
“Tutto qui?” chiedo.
“Senti, Clo, in quell’ambiente è facile sporcarsi un po’ le mani. Capita dappertutto. L’andazzo è quello, ma l’importante è non fare del male a nessuno. Non sei d’accordo?”.
“No, non lo sono affatto. In quei casi si fa del male alla società intera. È abuso di denaro pubblico, capisci mio caro?”.
“Clo, parliamo un po’ di noi, invece”.
“Certo. A che ora te ne vai domani?".
“Cosa?”.
“Niente. Per il momento non abbiamo altro da dirci”.
La mattina dopo sono già sul mio romanzo. Lui se n’è andato all’alba. Sto cercando di fare una previsione su quanto tempo mi manca per portare a termine la mia storia. Se non mi lascio distrarre, ci vorranno quattro o cinque mesi. Poi un altro mese durante le vacanze d’estate, per lasciarla decantare in modo che rileggendola si evidenzino facilmente le correzioni necessarie e i passaggi da mettere a punto. Dopodiché penserò all’editore. O al digital-self-publishing, si verdà. Quando ne ho accennato a Tiziana ha avuto come un sussulto. Un attimo di silenzio, e mi ha detto: ”Clo, forse non ti ho mai spiegato bene com’è strutturata la nostra Onlus. Direi che è venuto il momento di parlartene, potrebbe esserti d’aiuto. Ma non voglio farla lunga. So quanto tu non ami troppo i giri di parole. Siamo un’organizzazione radicata su tutto il territorio nazionale e per farla funzionare ci vogliono molti soldi. I nostri soci sono tutte persone che appartengono al mondo dell’imprenditoria, della finanza, politici eccetera. Tra loro mi risulta vi siano anche imprenditori con interessi nel campo dell’editoria. Che ne dici se alla fine del tuo lavoro cerco di contattare qualcuno disposto a fare un editing del romanzo?”. So quanto in certi casi sia saggio essere prudenti, e non farsi facili illusioni. “Va bene. Si potrebbe tentare, se te la senti” ho detto, per chiuderla lì.
Ci sono voluti due mesi più del previsto. A luglio il mio romanzo era terminato. Le sera stessa in cui avevo scritto l’ultima parola, me ne sono andata al circolo e ho brindato assieme agli amici che in tutti quei mesi mi avevano incoraggiato e tenuto compagnia nei momenti di relax. È stato anche un brindisi di commiato, perché da lì a pochi giorni sarei tornata a Milano.
“E adesso, che fai? Te ne torni a casa tua? Hai già trovato un editore?” mi hanno chiesto un po’ tutti.
“Calma, calma. Prima vado in vacanza per un mesetto, non so ancora dove, forse all’estero. Dopo mi darò da fare, una qualche idea c’e l’ho. In ogni caso non ho dubbi che riuscirò a pubblicarlo. E state certi che ne farò avere una copia a ciascuno di voi. Con tanto di dedica!”. Alla fine della serata un generale abbraccio, reso abbastanza effervescente da un buon numero di brindisi. Il gestore del circolo spegne le luci, e tutti a casa. L’unico che non se n’è andato per conto suo è stato Julian, che mi ha preso per il braccio e con aria rilassata mi ha detto: “Ti accompagno”. Davanti a casa, per un attimo mi è parso come se mi si stesse avvicinando per un abbraccio, diciamo così, particolare ma potrebbe essere stata solo un’impressione; da parte mia gli ho allungato il braccio ben teso, la mano rigida, e la stretta non è stata più calda del solito.
Le vacanze di agosto le ho trascorse in Provenza con una mia amica di Milano, compagna di studi al liceo. Mi capitava di passare notti insonni pensando alle probabilità di vedere pubblicata la mia storia. A Laura, la mia amica, del romanzo avevo accennato vagamente. Lei, del resto, aveva pensieri e occhi rivolti soltanto a una discreta mietitura di genere maschile − per rendere più eccitanti le vacanze. Il che, del resto, non sarebbe stato davvero difficile per tutt’e due. Da parte mia, però, sentivo ancora il bisogno di starmene in disparte dagli altri, se non altro per riflettere sui motivi che mi avevano portata ad allontanarmi per un anno intero dal mio ambiente, ma anche per figurarmi il tipo di svolta della mia vita legata a un possibile futuro di scrittrice. Così le vacanze sono trascorse con Laura in movimento andante con brio, e io che occupavo le giornate a leggere e tentare di recuperare un po’ di sonno perso durante la notte − e immaginare quali scenari di vita potevano aspettarmi tra non molto.
Ai primi di settembre ero già di ritorno al paese dove avevo concepito il romanzo. Adesso bisognava rileggerlo con molta attenzione, dovevo evitare errori, ripetizioni, improprietà di linguaggio e, soprattutto, uno svolgimento poco convincente. Lo avrei letto direttamente dal monitor, perché una volta portato a termine il testo non mi era parso necessario stamparne una copia cartacea in quanto mi avrebbe indotto a portarmela con me e rileggerla prima della pausa di riflessione programmata. Per giunta, durante le tanto sospirate vacanze.
E così il giorno dopo il mio ritorno apro il computer. Ecco che sta per nascere il mio primo libro!
Clicco sul file, ma il testo non compare. Dài riproviamo... Niente... Oh no, vuoi dire che... Sono sicura di averlo salvato... Cos’è successo allora... Dov’è finito? Poi ho pensato: tutti sanno che a volte i computer fanno certi scherzi, ma di solito si può rimediare cliccando qua e là. Ho provato e riprovato. Il cuore in gola, tra i documenti registrati il mio romanzo era sparito. L’ansia stava trasformandosi in disperazione. Al punto che ho persino provato ad accendere la stampante dalla quale stava per uscire un’intera risma di fogli completamente bianchi se non l’avessi spenta prima. Che fare, la mia conoscenza tecnica dei computer era a livello poco più che elementare. Da sola non sarei venuta a capo di nulla. Un lampo di speranza mi rasserena per un istante la mente. Telefono a Julian, il grande esperto di computer. E anche mio amico, se vogliamo. In Luxottica mi dicono che è tornato in California, poiché ha ormai portato a termine il programma per il quale era stato assunto.
Devo riflettere, mi sono detta.
Tra tutte le persone che non avrei dovuto chiamare, al primo posto c’era proprio lui. Eppure, l’ho fatto.
“Ciao Luca”.
“Ma dài! Dunque esisto ancora, per te”.
“Si direbbe”.
“Ho saputo che sei stata di passaggio a Milano, prima di andare in vacanza”.
“Dai soliti miei adorabili genitori l’hai saputo, suppongo”.
“Sì, da loro”.
“Luca, sono io che ho bisogno del tuo aiuto... questa volta”.
“Che c’è, sei nei guai?”.
“Non proprio guai, ma se non risolvo una certa situazione potrebbe esserne compromesso il mio futuro. Come scrittrice, e non solo”. E gli ho detto tutto della faccenda del testo scomparso.
“Aspettami, domani mattina sono da te. Di questi pasticci me ne intendo abbastanza”. Non ne dubitavo minimamente.
Ho passato la notte a districarmi tra un incubo e l’altro. A un certo punto, guardando fuori dalla finestra mi sono accorta che era quasi l’alba, e mi è subito parso di sentirmi sollevata quel tanto che mi permetteva di aspettare il suo arrivo senza crollare. Quando ha varcato la porta di casa ero in condizioni pressoché normali. Gli ho rispiegato tutto. E lui: “Aspetta un attimo, dammi il tempo di telefonare all’esperto di informatica che gestisce i dati, cartelle mediche eccetera, delle cliniche di papà”.
Se ne sono stati all’apparecchio per più di mezzora.
“Può darsi che il computer sia stato manomesso” dice quando riattacca. “Ma non è facile provarlo. Hai forse avuto qualcuno in casa che per scherzo o, che so io, potrebbe avere messo le mani qui dentro?”.
“No. Nella mia stanza non è mai entrato nessuno... ed è inutile che mi guardi in quel modo! Non metterti in testa strane idee. Faccio una vita ritirata e vivo sola. O meglio, divido l’appartamento con un’altra ragazza che durante il giorno non è mai in casa e torna soltanto all’ora di cena, se non più tardi. E del resto del mio computer non si è mai interessata”.
“Chi può dirlo, Clo, non conosciamo mai abbastanza il nostro prossimo. Noi due ne sappiamo qualcosa, se consideriamo il tipo di rapporto che in maniera perlomeno singolare ci tiene ancora in contatto, non vorrei dire legati. Non trovi?”.
“Già, sembra anche a me che le cose stiano così. Ma ora, ti prego, dammi una mano e promettimi che non te ne vai finché non avremo risolto del tutto questa specie di mistero. Luca, dimmi di sì”.
“Non me ne vado, ma alla fine parleremo anche di noi. L’ultima volta mi hai liquidato come un estraneo qualsiasi, se non peggio”.
“Va bene, parleremo anche di noi”.
“E se invece di una manomissione di tipo vandalico, si trattasse di un furto?” mi chiede.
“Un furto? A chi vuoi possa interessare l’ingenua esercitazione di un’aspirante scrittrice? Insomma, Luca, io sono ancora una dilettante alle prime armi, non un Premio Nobel!”.
“Vedrai che ce la farai, Clo”. Ha l’aria di concentrarsi, riprende a parlarmi: “E in questo momento dov’è?”.
“Chi?”.
“La tua coinquilina, come si chiama”.
“Ah, Tiziana! Sta fuori casa tutto il giorno. Per lavoro, te l’ho già detto”.
“È vero, me l’ero dimenticato”.
Mi dirigo in cucina per preparare il caffè. La caffettiera non è al suo posto. Guardo attorno, ed eccola là nell’angolo del piano di cottura appoggiata alle piastrelle della parete. Faccio per prenderla, ma prima noto qualcosa di bianco che spunta da dietro. È una busta, indirizzata a me. La apro. Tiziana mi scrive che è dovuta partire, non dice dove, in quanto la direzione generale della Casa Gioiosa ha organizzato un convegno dei propri dirigenti per un aggiornamento dell’organico, c’è in ballo anche l’elezione del nuovo presidente nazionale. Conclude dicendomi che non tornerà più al paese. Sta aspettando di conoscere la sua nuova destinazione.
Ci sono certi momenti della vita in cui conviene fermarsi un attimo e meditare. Ed è quello che sto facendo mentre Luca è uscito a fare la spesa, visto che oggi ho deciso di cucinare io. Standocene a pranzare da soli in casa avremo modo di parlarci, cercare di capire a che punto sono le cose tra noi, e pensare il da farsi. C’è qualcosa che non funziona, è chiaro, ma non sappiamo da che parte cominciare per uscire da questa specie di limbo.
Dal canto mio, vivo ormai da ormai diversi mesi come in una bolla, al di fuori del mondo reale. E la mancanza di solidi rapporti con gli altri, a parte quelli destinati a esaurirsi come in effetti è avvenuto con gli amici del circolo e quelli a distanza con i miei genitori − per non parlare della situazione tutt’altro che chiara con Luca − mi provoca un certo senso di vuoto che tuttavia si scontra con la mia caparbia volontà di non cedere, di non rinunciare al sogno di scrittrice, cosa che in questi momenti comporta ancora lo starmene sola. Ma nel mio animo serpeggia il timore che la ragione dalla quale ero partita, ossia pretendere di ignorare la realtà fattuale per scoprire con la scrittura un mondo più credibile, più riconoscibile secondo quello che dovrebbe essere il sentire umano, potrebbe condurmi a un passo dal solipsismo. Mi sto domandando se per caso sin qui non ho peccato di orgoglio e di presunzione, se non è giunto il momento di riconsiderare il mio modo di concepire la vita, perché non mi sento più così sicura che viviamo tutti in una condizione di incomunicabilità, conflittualità, mancanza di empatia, comportamenti farisaici e brutture di ogni genere. Se i tempi che stiamo vivendo sono grottescamente materialistici, come dice David Foster Wallace − uno scrittore che mi è particolarmente caro − dobbiamo per forza concludere che gli esseri umani hanno irrimediabilmente perso la capacità di stringere tra loro legami genuini? E se invece fossi io a non essere aperta agli altri come dovrei?

Entra sfoderando uno di quei sorrisi ai quali è impossibile resistere. “Clo, aiutami a sistemare i sacchetti della spesa” mi dice Luca, stracarico di non so che.
“Cos’hai comprato, e per quanti giorni?” gli domando.
“Cose buone, ma per pochi giorni, anzi pochissimi. Ho avuto una specie di illuminazione. Sai che per certi giochini ho un buon fiuto. Domani ci organizziamo. Poi, se vuoi, potremmo andarcene”.
“Spiegati meglio”.
“Coraggio ragazza, prepara il pranzo, ho una fame da lupi. A tavola ti dirò tutto”.
“Mi vuoi tenere sulle spine”.
“No, figurati! A tavola sarà più piacevole”.
“D’accordo, ma ci vorrà del tempo prima che il pranzo sia pronto, e sto fremendo di curiosità”.
“Non ti preoccupare sono tutti cibi comprati in gastronomia, basta scaldarli pochi minuti nel forno a microonde”.
Se non proprio un’illuminazione, mi è parso uno spiraglio da non trascurare. Siamo finalmente a tavola. “Non ho risolto il tuo mistero, ma forse c’è un indizio che potrebbe aiutarci” dice Luca lanciandomi un’occhiata in tralice. “Dopo la spesa m’è venuta voglia di un caffè e sono entrato in quel circolo che mi hai detto di aver frequentato durante la tua permanenza in questo paese”.
“Ah sì, e allora?”.
“Be’, il barista mi ha riconosciuto e subito dopo avermi salutato calorosamente, strizzando l’occhio mi ha fatto un cenno col capo come a indicarmi un tavolino posto vicino alla finestra. C’erano sedute due persone, un uomo e una donna, più o meno della mia età. Tutti e due − con evidente falsa noncuranza − davano l’impressione di non voler far udire quello che si dicevano”.
“Lui è un macho americano e lei è la coinquilina della sua amica...” mi soffia nell’orecchio il barista, chinandosi verso di me.
“La coinquilina di Claudia... cioè Clo?”.
“Sì”.
“Mi sposto un po’ lanciando un fugace sguardo verso i due: noto che l’uomo ha in mano una chiavetta Usb, quella che ha sostituito il dischetto di una volta, e la sta mostrando alla ragazza con una certa aria d’intesa. Si accorgono che li sto osservando, di scatto si alzano, escono dal bar senza salutare e s’infilano in una Bmw parcheggiata lì di fronte; lui è al volante e schizza via sgommando lungo la strada principale”.
“Dunque, non è vero che Julian è tornato in America” dico, quasi pensando ad alta voce.
“Julian è...”.
“Un amico americano che ho conosciuto al circolo. Ed è un mago dell’informatica”.
Luca mi suggerisce di telefonare alla sede di Roma della Casa Gioiosa per sapere se Tiziana Manusardi è lì da loro. Dopo avermi fatto attendere per qualche minuto, la centralinista mi ha liquidata con un “No” così secco da non ammettere replica, e ha riattaccato. Luca, che mi stava al fianco, ha ascoltato quella non-conversazione senza scomporsi. “Adesso lascia fare a me, Clo”, dice. E chiama suo padre, gli spiega la situazione chiedendogli infine se tra i suoi amici altolocati c’è qualcuno che conosce l’ambiente delle Onlus italiane e qualche dirigente influente. Pochi minuti dopo il padre richiama, Luca ha attivato il vivavoce: “Conosco un politico che può farti sapere tutto quello che vuoi”.
“Bene, papà, vedi di farti dire dove e quando si terrà il convegno dei dirigenti della Casa Gioiosa, e se gli risulta che vi parteciperà una certa Tiziana Manusardi”. Nemmeno un quarto d’ora, e arriva un sms: “Il convegno organizzativo si terrà tra una settimana a Padova, e vi parteciperà anche la ragazza della quale vi state interessando. Sembra tra l’altro che la ragazza sia in pole-position per diventare presidente nazionale della Casa Gioiosa. Si dice anche che sta scrivendo una pièce teatrale da rappresentare nelle principali città italiane per far conoscere la Comunità e raccogliere fondi allo scopo di aprire nuove sedi. Una donna davvero tosta, direi! Ciao. Ah, salutami Clo. Papà".
“Stai pensando anche tu la stessa cosa?” mi domanda Luca.
“Non lo escluderei a priori”.
“Ma dimmi di cosa trattava... Oh, scusa, di cosa tratta... quel tuo romanzo”.
“Spiritoso! Tratta qualcosa come la solidarietà umana. In senso lato. Ma non è molto ottimista, nelle conclusioni. Ti basta?”.
“Certo che mi basta! E penso anche che forse ci siamo”.
Ed ecco la versione di Luca. Me la spiega con parole ben soppesate: “Una donna tosta, ha detto papà. Per come la immagino io è ambiziosa al limite del patologico. Vuole dare a intendere di avere una forte vocazione di essere d’aiuto a quei giovani che soffrono di sindromi o disabilità psicofisiche, mentre in realtà pensa solo a fare carriera, magari in politica un domani non lontano. Svolge per qualche anno un duro lavoro in provincia, ma punta in alto. Vuole farsi conoscere e apprezzare in tutto l’ambiente del volontariato. Conquista la stima dell’organizzazione, ma al momento cruciale ha l’impressione che le manchi quel tanto che le permetterebbe di averla vinta sugli altri concorrenti per conquistare la carica di presidente nazionale. Siamo al punto in cui potrebbe avere scoperto il tuo testo. Forse è successo una sera quando tu, andandotene al circolo, avevi distrattamente lasciato acceso il computer. Tiziana si incuriosisce e legge le parti più salienti dello scritto. E allora cosa escogita? Quel testo, con sapienti ritocchi e un finale a lieto fine, contrariamente al tuo, per far sì che non sembri un plagio qualora ve ne sia in giro una copia cartacea, potrebbe diventare un lavoro teatrale da sfruttare a vantaggio della sua immagine come autrice. Non solo ottima dirigente ma anche creativa, avrebbero così pensato i soci della Casa Gioiosa. È una donna con pochi scrupoli, quindi non esita a mettere in atto il suo piano; tieni conto che poteva avere conosciuto Julian − il macho l’americano − prima di te... che ne sai tu. Sì, proprio Julian, il mago dell’informatica! Che ci vuole per lui a mettere mano al tuo computer, trasferire il testo del libro sulla chiavetta e farlo scomparire per sempre dal file storico? Una specie di gioco da ragazzi. Oggi l’informatica consente questo e altro, furti di idee in particolare. Senza che ne resti traccia. Tra l’altro, non escluderei che Julian non fosse al corrente del vero scopo dell’operazione. Del resto, era solo un amico... o qualcosa del genere che non ha voluto approfondire più di tanto la questione con la tua coinquilina... si, insomma, mi capisci, no? Che ne dici, ti sembra che questa storia stia in piedi?”.
Ci vorrebbero almeno solide prove prima di arrivare a certe conclusioni, ho pensato. Ma vabbè, in fondo non m’importa più di tanto.
E prendo allora una delle mie istintive decisioni. Mi serve un breve periodo sabbatico a Milano, a casa con i miei; due settimane per riflettere e poi ripartire su basi più chiare. Specie con Luca, al quale ho chiesto di avere pazienza. “Mi farò viva al più presto” gli ho detto, prima di salutarlo.
Da parte sua uno stentato incresparsi delle labbra. Un sorriso, forse.
Una volta a casa sono arrivata a queste considerazioni: per prima cosa devo tirarmi fuori da quell’isolamento che secondo le mie convinzioni, rivelatesi in seguito sbagliate, mi avrebbe reso più libera, mentre al contrario mi annebbiava l’orizzonte esistenziale. Mi appariva chiaro che potevo ugualmente diventare scrittrice senza guardare il mondo dall’alto in basso. Quanto alle debolezze altrui, meglio lasciar perdere. C’è il rischio di andare fuori di testa. Perciò ho deciso di lasciarmi definitivamente alle spalle la faccenda di Tiziana e del libro. Non ingaggerò di certo un investigatore. Ognuno è artefice del proprio destino, o quasi. Faccia pure la vita che ha scelto, Tiziana, ammesso che abbia una qualche colpa. Se un giorno o l’altro dovrà rendere conto di qualcosa, non sarò io a chiederglielo.
Ora è venuto il momento di pensare seriamente a Luca. Le due settimane sono passate, l’ho chiamato. Gli dico che sto cercando un monolocale qui a Milano per andarci a vivere da sola. Non so fino a quando. I miei, come sempre, non hanno avuto nulla da obiettare.
Ho già in mente la trama di un altro romanzo, che inizierò presto a scrivere. Lui, Luca, è ormai vicino al Master. Suo padre, dopo essersi ripreso da quello che non si saprà mai se è stato un tentato suicidio o una mossa scaltra con la complicità − se così si può dire − di una dose ben calcolata di tranquillanti, ha patteggiato ed è rientrato nell’alveo di una sana normalità a meno di cadute recidive che non gli auguro di certo. Così come auguro a me stessa che nel Dna di Luca non vi siano tracce di certe spericolate attitudini che appartengono al passato prossimo di suo padre. In ogni caso lui è stato prosciolto per insufficienza di prove.

Vivo ormai da quasi un mese nel mio nuovo monolocale. L’ho arredato a modo mio. È a misura della mia nuova personalità, diciamo nuova in quanto la sto esprimendo come in passato non mi è mai successo.
Oggi ho telefonato a Luca.
“Come va?” domando.
“Bene, se escludiamo che non ti vedo da troppo tempo”.
“Ma non è nemmeno passato un mese dall’ultima volta che ci siamo visti!”.
“Sarà, ma mi manchi”.
“Allora, perché non vieni trovarmi nel mio nuovo nido di single?”.
“Aspettavo solo che me lo chiedessi. Quando?”.
“Questa sera. Ti preparo una cenetta coi fiocchi. E avrai anche modo di ammirare i poster Pop Art che ho scelto con cura per decorare l’appartamento”.
“D’accordo, a che ora?”.
“Alle otto va bene?”.
“Ci sarò... Tranquilla”.
La serata, dopo un inizio dove la reciproca cautela ci faceva misurare parole e tono, si è via via aperta nella maniera che, ora ne sono sicura, ambedue desideravamo. L’atmosfera si è stemperata e abbiamo parlato di tutto avvicinandoci sempre di più al punto in cui le nostre parole più che essere scelte con cura formavano un flusso spontaneo e coinvolgente, come fossero l’espressione di qualcosa che aveva sinceramente a che fare con i sentimenti piuttosto che con la ragione o altro. Qualche momento di silenzio, gesti in apparenza insignificanti, sguardi di un’intensità che da tempo non conoscevamo, suggellati poi da un sottile riferimento al nostro futuro, mi hanno fatto capire che da quella situazione in definitiva poteva nascere un vero legame, questa volta in forma condivisa.
Al termine dell’incontro, quasi mossi da un tacito accordo, ci siamo salutati con un leggero sfiorarsi di guance. Come si usa al primo appuntamento.
Ma prima di lasciarci mancava ancora qualcosa.
“E se le feste di fine anno le passassimo insieme, in quel tranquillo posticino di montagna che tu sai?” gli chiedo.
“Domani stesso prenoto l’albergo”.
Scendendo le scale con calcolata lentezza mi lancia un sorriso dei suoi. Poi l’ovattato ronzio della sua auto, che sfuma lento.

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