“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Giovedì, 02 Aprile 2015 00:00

Peacekeeper

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Se ne sta dietro una colonna cercando di non farsi notare. Allunga lo sguardo per qualche istante. Poco più avanti, su un’altra colonna dei portici che incorniciano la piazza, mani non tanto ignote hanno affisso un manifesto scritto fitto fitto con pennarelli colorati. Da dove si trova, la ragazza riesce a intravedere solo le prime due parole a caratteri più grandi: UNIVERSITAS STUDIORUM. C’è anche una fotografia, che subito riconosce. Sorride. Il manifesto goliardico è per lei. Si è laureata in lingue estere, e della parola “lingue” lei pensa che su quel foglio potrebbero esserci le più fantasiose versioni, con tanto di espressioni e disegni allusivi e grevi quanto basta. Le solite cose, immagina. Come da copione. Qualche passante gli lancia un’occhiata di sguincio proseguendo spedito lungo i portici dove filtra la luce di prima mattina. Pochi, per lo più giovani, si soffermano a leggerlo, ridacchiando.

La ragazza sono io. Luisa. Ho 23 anni. Sono di qui, di questa piccola tranquilla città che svetta su una collina dai fianchi scoscesi, dove assieme ai miei due fratelli poco più giovani di me vivo con i genitori che conducono una piccola fabbrica di montature per occhiali.
Mi scosto dalla colonna. Ora vorrei sedermi a un tavolino di un bar all’aperto e gustarmi un buon caffè, ma da questa piazza passa troppa gente che mi conosce e io non me la sento di perdermi in chiacchiere, non posso permettermi di distrarmi. Di questi tempi mi comporto in modo particolarmente guardingo. E ho le mie buone ragioni.
Sotto le arcate dei portici quest’anno le rondini non hanno nidificato. Ho la sensazione che si tratti di un segno premonitore.
Decido di rifugiarmi ai giardini pubblici dove ci sono panchine abbastanza isolate. Quella che ho scelto quasi non si vede da lontano, stretta com’è tra due giovani sequoie dai rami rigogliosi che proiettano in basso una vasta ombra frastagliata. Qui mi sento al riparo da occhi indiscreti. Non che abbia chissà che di oscuro da nascondere, anzi… Oddio, qualcosa che per il momento devo tenere per me in realtà c’è, ma è solo per non correre il rischio di fallire. Al punto che non ne ho parlato neppure con Silvia… che comunque prima o poi lo verrà a sapere.
Estraggo la busta dallo zainetto nero di Prada che i miei fratelli mi hanno regalato per il compleanno. Com’è buffa la calligrafia di Silvia! Le vocali esageratamente grandi e tondeggianti sovrastano consonanti minuscole che tendono ad appiattirsi fino a creare, in quell’insieme, qualcosa che richiama una sorta di partitura musicale buttata giù dalla mano di una persona genialoide dotata di uno stravagante senso estetico. Quei singolari segni grafici sulle quattro pagine della lettera che ho tra le mani riflettono in pieno il suo carattere, più ancora delle parole che rappresentano. Silvia, l’amica del cuore sin dall’infanzia…
Si è laureata un anno prima di me, e una volta conclusi gli studi se ne è andata a Londra. “Mi fermerò lì quanto serve. Non ho limiti di tempo… Voglio che il mio inglese sia perfetto” mi ha detto, prima di partire. E poi: “Tu mi raggiungerai presto, vedrai". Adesso scrive che mi sta aspettando. “Sbrigati. Tra pochi giorni inizia un Master per studenti stranieri. Su, ragazza, datti una mossa! E sai che ti dico? Qui l’ambiente è da sballo…”.
Non è stato facile convincere i miei che dovevo trasferirmi in Inghilterra. Per quanto tempo, poi, non sono neppure stata in grado di precisarlo, o meglio, non ho voluto. Soprattutto i miei fratelli hanno cercato di dissuadermi. Loro mi conoscono più di mamma e papà, che sono completamente assorbiti dall’attività in azienda. Antonio e Fabio mi chiamano “la sorella misteriosa”, forse perché dietro i miei modi distaccati pensano si possano  nascondere tratti caratteriali che potrebbero essere definiti velleitari se non addirittura temerari; quando, in realtà, la mia unica ambizione è quella di poter decidere in piena libertà.
Del resto, devo ammettere che ogni tanto mi succede di elaborare idee un po’ vaghe. Questa volta, però, il mio obiettivo è ben preciso e nulla potrà fermarmi, a meno che l’Organizzazione non mi ritenga all’altezza del compito. Ma questo lo saprò solo tra qualche mese, una volta in Inghilterra, perché la selezione dei candidati sarà fatta a Londra e richiede una procedura piuttosto lunga.

Aeroporto di Heathrow. Atterriamo puntualmente alle 11:30. Mentre si svolgono le operazioni di sbarco trovo il tempo di chiamare casa. È papà che mi risponde al cellulare: “Tutto bene il volo?”. “Sì, ottimo”.
“Mi raccomando Luisa… sta’ sempre attenta ai luoghi che frequenti… la metropolitana soprattutto… Sono tempi brutti questi… il terrorismo…”.
“Papà, non preoccuparti. So badare a me stessa. Adesso però devo andare, altrimenti rischio di perdere la navetta. Ti richiamo stasera. Ciao”.
La navetta ci trasporta all’Air Terminal di Londra. Tutti britannicamente in fila alla stazione dei taxi. Quando arriva il mio turno do subito l’indirizzo al tassista che parte a razzo. Usciti dalla City, passiamo davanti a case e ancora case. Per lo più si tratta di villette a schiera stile vittoriano, dal finestrino le osservo con curiosità mista a un po’ di ansia. Silvia vive in una di quelle villette in Hendon Street, divide l’appartamento del primo piano con una studentessa francese e un giovane pakistano. Silvia sospetta che il ragazzo sia gay ma in fondo non gliene importa niente… così almeno mi ha scritto nella lettera. Al piano terra abitano i proprietari, marito e moglie che conducono una tranquilla vita da pensionati.
Finalmente nella mia nuova casa! Tutto sommato, l’appartamento è abbastanza spazioso: due camere da letto, un soggiorno con cucina a vista, e il bagno. L’arredamento è ridotto al minimo indispensabile in modo che ci si possano muovere agevolmente tre persone. Anzi, quattro d’ora in poi. “Tu dormirai nella mia stanza” dice subito Silvia. “Ti ho procurato un altro letto singolo da mettere accanto al mio”.
Melanie, briosa quanto solo le ragazze francesi sanno essere, ha un genere di glamour eccentrico tendente al sofisticato. Mi accoglie abbracciandomi con una risatina gioiosa. Mi dicono che Ahmed non è ancora rientrato dal lavoro, lui è il veterano del gruppo e dorme sul divano del soggiorno; è arrivato dal Pakistan cinque anni fa, va per i trenta. Silvia mi assicura che il fatto che dorma in soggiorno non procura alcun disagio, giacché si alza molto presto e rincasa quando tutti stanno ormai per coricarsi.
Già dal primo giorno la sistemazione mi appare perfetta. Ho il morale alle stelle.

È passato un mese. “Silvia, quei tuoi dubbi sulle… diciamo inclinazioni di Ahmed mi sembrano infondati” dico.
“Tipo?”
“Questa sera esco con lui. Mi ha invitata a cena in un ristorante pakistano”.
“Wow! Sei qui da così poco tempo, e ti ha già…”.
“Be’, non esageriamo. Tu mi conosci bene!”.
Have I told you lately that I love you, si mette a canticchiare con aria maliziosa, lei ha sempre avuto un debole per Van Morrison. Al ristorante di tanto in tanto Ahmed solleva lo sguardo dal piatto, mi fissa con quei grandi occhi neri e sorride mettendo in mostra denti bianchissimi che la sua carnagione ambrata fa risaltare ancora di più. Ha movenze languide, assume posture molto rilassate; forse è per quello che Silvia lo ha frainteso… per così dire. Le luci del ristorante sono soffuse, c’è poca gente ai tavoli, i camerieri ci servono con grandi sorrisi le specialità che Ahmed ha ordinato. Vorrei dirgli tante cose ma mi sento come bloccata e a stento riesco a fargli qualche domanda che ha vagamente a che fare col suo lavoro, lui muove l’aria con un lieve gesto delle mani come per allontanare da sé pensieri molesti.
“Chi sei tu, te la senti di dirmelo?” mi chiede all’improvviso.
“Perché no. Lo vuoi proprio sapere?”.
“Sì”.
“Sono quella studentessa italiana che è venuta a Londra per perfezionare la conoscenza della lingua inglese, e divide con te e altre due simpatiche persone un appartamento in Hendon Street. Ti basta?”.
“C’è qualcosa in te che mi sfugge” taglia corto.
Poi passiamo ad altro. Argomenti generici, di nessun interesse per tutt’e due. Mentre salgo sul taxi mi domando come sarebbe potuta andare diversamente la serata. Cosa mi aspettassi, in definitiva. Sta di fatto che, usciti dal ristorante, Ahmed mi fissa per un attimo e dice: “Questa notte non rientro. Dovrai tornare a casa da sola, scusami ma ho un lavoro molto speciale che devo portare a termine per domattina. Tra poco parte l’ultimo treno della sera, ho bisogno di essere in ufficio al più presto. Alla prossima!” E mi dà un buffetto sulla guancia.
Nella nostra stanza la luce è accesa. La porta è socchiusa, busso delicatamente. “Entra pure” dice Silvia. “Tutto bene?”.
“Sì” rispondo con scarsa convinzione.
“Lui è tornato al lavoro, vero?”.
“Già, ma tu come fai a saperlo?”.
“Melanie oggi si è fatta applicare un piercing, c’è stata una piccola complicazione e le hanno consigliato un antidolorifico. Dorme da un paio d’ore”.
Ha eluso la mia domanda.
“E dove se l’è fatto mettere il piercing?” chiedo.
“Indovina”. Poi posa il libro che teneva tra le mani e spegne la lampada del suo comodino augurandomi la buona notte.
Prima che Ahmed mi invitasse a cena abbiamo avuto poche occasioni per passare qualche ora insieme, e in ogni caso sempre in compagnia di Silvia e Melanie. Quel po’ di televisione nel fine settimana, un pranzetto ravvivato da spezie deliziose ma piccantissime preparato dallo stesso Ahmed, la visita al British Museum, e al pub a farci dei Ginger Ale come si deve. Ripensandoci ho tuttavia l’impressione di poter dare un senso alle occhiate tanto inafferrabili quanto penetranti che Ahmed mi lanciava in quei momenti e devo ammettere che anche da parte mia, non so fino a che punto consapevolmente, un qualche gesto che potesse esprimere il desiderio di conoscerlo meglio c’è stato.
Papà. Mi telefona quasi ogni giorno. Certo, la sua premurosa attenzione mi fa piacere, ma a me basterebbe sentirlo una volta alla settimana, lui non sa che lo studio dell’inglese non è stata la vera ragione dalla mia partenza per Londra, e neppure mamma e i miei fratelli conoscono le mie reali intenzioni. “La famiglia è il nucleo che sta alla base di ogni società, per lo meno di quelle occidentali, ed è centro di vita affettiva e morale” ama declamare papà, ma l’enfasi di quelle parole non mi ha mai convinto del tutto. Al contrario, sentendomele ripetere per anni e anni hanno finito per rafforzare la mia idea di non rinunciare al progetto che avevo in mente, anche a costo di non assecondare certi programmi famigliari.

Fuori il cielo si sta oscurando. Gli alberi di Hendon Street danno segni di inquietudine, e io sto rabbrividendo… sarà perché la temperatura è in diminuzione. È domenica, e con questo tempo nessuna di noi tre se la sente di uscire. “Oggi gradirei un buon pranzetto alla francese” dice Silvia ammiccando a Melanie. Per non perdere il ritmo, tra di noi ci siamo ormai abituate a parlare in inglese. Il che rende la nostra convivenza ancora più stimolante.
“Ok” dice Melanie. “Preparerò una omelette aux fines herbes e per contorno insalata mista ben condita”.
Apparecchio la tavola per tre, Ahmed è da due giorni che non si fa vivo dopo la cena al ristorante. “Ogni tanto gli capita” dice Silvia. “Può darsi che dorma in ufficio… O che abbia qualche altro posto dove trovare accoglienza… chissà...”.
Tutto è successo in una manciata di minuti.
Terminato il pranzo, siamo sedute sul divano a guardarci il telegiornale della BBC. Ci prende un certo torpore che di solito prelude alla siesta pomeridiana. D’un tratto decido di alzarmi per prendere dal tavolo il pacchetto delle sigarette e mi giro con aria interrogativa come per chiedere a Silvia se vuole fumare. Ha il volto terreo e gli occhi sbarrati.
Melanie sembra sul punto di addormentarsi. “Mio dio, ma quello è Ahmed!” esclama Silvia con un filo di voce.
Sullo schermo passano ripetutamente le immagini di due giovani uomini che sono in procinto di entrare in un’agenzia di Tour Operator della City, il primo che sta per immettersi all’interno della porta girevole somiglia in un modo impressionante ad Ahmed. Apprendiamo che la scena è stata ripresa da una telecamera di controllo installata all’esterno dell’edificio. “Avevano creato una sorta di banca fai-da-te con un giro di affari di svariati milioni di sterline” spiega il cronista. “A gestirla era una rete di pakistani residenti a Londra che, con un sofisticato sistema informatico, era in grado di movimentare e ripulire enormi somme di denaro provenienti dal traffico di stupefacenti. Seguendo il tracciato del sistema Scotland Yard è arrivata alla rete che sembrerebbe essere gestita dal pakistano Ahmed Karar. Da intercettazioni telefoniche sono emersi collegamenti con una centrale fondamentalista islamica sospettata di organizzare attentati terroristici. I componenti della banda si trovano ora detenuti in attesa di essere interrogati. Proseguono le indagini per individuare eventuali complici”.
Silvia si alza di scatto precipitandosi in camera. Udiamo il rumore della chiave. Melanie ha tutta l’aria di non aver capito bene cosa sia successo, fa per aprire bocca ma la prendo per il braccio facendole segno di non parlare e insieme ci avviciniamo alla porta. I singhiozzi di Silvia ci giungono ovattati, con ogni probabilità è distesa sul letto. “Ahmed?” si chiede semplicemente Melanie, e torna a sedersi sul divano azionando in continuazione il telecomando.
Non è passata nemmeno un’ora, e mi telefona papà. “Luisa, che sta succedendo lì?”.
Gli trema la voce.
“Niente, perché?”.
“Qui siamo tutti in ansia. Siamo molto preoccupati per te!”.
“Non capisco” dico mentendo.
“Luisa, da quando te ne sei andata seguiamo ogni giorno i notiziari inglesi della televisione satellitare… e la BBC ha appena detto…”.
“Papà”.
“Ascoltami, ti prego, quel pakistano… Quel terrorista vive in  Hendon Street…”.
“Papà”.
“E in quella casa vivono anche tre studentesse straniere, due delle quali sono italiane, lo ha detto la televisione”.
“Papà, devi soltanto stare tranquillo, perché non corro nessun rischio. Dillo anche a mamma e ai miei fratelli. Lascia che mi chiarisca le idee, poi ti spiegherò tutto. Comunque, a Natale ho intenzione di venire a passare le feste a casa. Mancano pochi giorni”.
“Sentimi bene Luisa, davvero non sei nei guai?”.
“No, te l’ho già detto! E adesso devo lasciarti. Un bacio, e salutami tutti”.

Sono in casa sola con Silvia. Da quando è uscita dalla stanza non ha detto una parola, fuma una sigaretta dopo l’altra; da parte mia mi sono guardata bene dal fare commenti o rivolgerle domande imbarazzanti, sebbene quei singhiozzi, quell’espressione stravolta del viso, mi sembrassero così esagerati che per un attimo mi è venuto il sospetto che lei sapesse qualcosa da dovere o volere nascondere. Quanto Melanie, dopo il convulso litigare con il telecomando per sintonizzarsi su altri canali che parlassero del fatto, si è cambiata d’abito in tutta fretta e se ne è andata a una festa da certi suoi amici francesi con indosso un giacchino foderato di Ralph Lauren, blusa di cachemire e gonna di lana. Splendida ragazza. Imprevedibile.
Finalmente parla. “Vado a farmi una doccia” dice Silvia, evitando il mio sguardo. Pochi istanti dopo, la bizzarra suoneria del suo cellulare si mette a gracchiare. Qualcuno l’ha cercata. Quando esce dal bagno sembra trasformata, il trucco leggero applicato con mano sapiente le addolcisce il viso illuminato dagli occhi di un azzurro che mi ricorda il colore del cielo in certe giornate quando la primavera dalle nostre parti offre il meglio di sé. Ecco, questa è la Silvia che conosco io. Mi fissa per un attimo, e dice: “Ciao, ti lascio sola… Può darsi che questa notte faccia tardi… Ah, volevo dirti: sarebbe ora che anche tu trovassi compagnia… Non pensi?”.
In realtà, al corso di Cambridge che frequento da settimane ho conosciuto diversi studenti dell’Unione europea che, come me, godono di particolari agevolazioni. Con alcuni di loro ci scambiamo informazioni e materiale di studio, spesso alla mensa ci sediamo allo stesso tavolo lagnandoci puntualmente della mancanza di fantasia della cucina inglese. Talvolta andiamo alla buvette a sorbirci un caffè sulla cui qualità ciascuno di noi, da qualsiasi Paese provenga, stende un velo pietoso. Ma quei momenti sono una pausa salutare, giacché il corso è molto impegnativo e gli insegnanti particolarmente esigenti. C’è stato anche qualche scambio di numeri telefonici, senza seguito fino a ora. E nient’altro. Per quanto mi riguarda ho altro per la mente: sto aspettando una lettera dalla quale può dipendere il mio futuro.

Nella mia città c’è solo un piccolo aeroporto per aerei leggeri. Ragion per cui ho prenotato un volo per una città con aeroporto internazionale, da lì prenderò il treno che mi porterà dai miei. Parto questa mattina presto. Ho chiamato il radiotaxi che sarà qui tra dieci minuti, devo sbrigarmi ma prima faccio in tempo a buttare giù due righe di auguri natalizi per le mie amiche che stanno ancora dormendo. È passata una settimana dall’arresto di Ahmed. A bordo avrò tempo per riflettere.
Volare mi fa sempre sentire libera dai condizionamenti della vita di tutti i giorni, quando l’aereo decolla è come se di colpo il mio essere venisse proiettato in una realtà al di sopra di ogni cosa, delle vicende che tuo malgrado ti hanno emotivamente coinvolta e non sai come giudicarle, di quelle sensazioni che non sai mai se siano fallaci o da prendere sul serio. Libertà, insomma. E penso a papà. Quel suo obiettivo di inserirmi nell’attività dell’azienda di famiglia ha sempre turbato i miei pensieri, sicché ogni volta che mi affiora alla mente cerco di rimuoverlo rimandando la crisi che sicuramente si verificherà al momento in cui prenderò la mia decisione.
“Quando avrai terminato gli studi entrerai in azienda. Nel nostro Paese il settore degli occhiali sta attraversando una fase di recessione, c’è bisogno di rivolgersi al mercato estero. Tu conosci quattro lingue, e ci sarai di grande aiuto. Del resto, tutta la famiglia dovrà impegnarsi… E dobbiamo pensare anche ai nostri operai. Sono pochi, d’accordo, ma che ne sarebbe di loro e delle loro famiglie se venisse a mancare il lavoro?” Quante volte mi sono sentita rivolgere questo ritornello da papà! E ogni volta mi sono limitata a un cenno del capo, che nelle mie intenzioni voleva essere indecifrabile; vivo tuttora nell’ambiguità ma so che presto qualcosa deve accadere, mi basta mettere in ordine certe idee. Passa la hostess con il carrello delle bevande. Prendo un doppio caffè, e apro il giornale: niente di nuovo se non i soliti minacciosi venti di guerra e violenza in varie parti del mondo. Mi convinco sempre di più che il mio progetto va nella giusta direzione… e penso che la responsabilità di questa situazione sia un po’ di tutti i Paesi... e anche respingo l’idea piuttosto rozza che tutto il male stia da una parte e tutto il bene da un’altra.
Regolo lo schienale per mettermi più comoda, chiudo gli occhi e mi concentro. Perché non gli ho parlato di me, anziché chiedergli del suo lavoro? Avevo così tante cose da dirgli! Se lo avessi fatto, forse quella sera al ristorante Ahmed si sarebbe lasciato andare un po’. Se solo gli avessi accennato al mio progetto, magari avrebbe azzardato un commento. Poteva fingere apprezzamento, darmi qualche consiglio o, al contrario, cercare di dissuadermi con argomenti in apparenza credibili… qualsiasi cosa. In ogni caso avrebbe mentito, ora lo so, ma io avrei avuto materia su cui ragionare. Riapro gli occhi e lancio uno sguardo dal finestrino. Sotto di noi lo stretto di Dover, il cielo è abbastanza limpido da mostrarci il rilucente specchio della Manica. Adoro il mare. Fino a pochi anni fa papà affittava per le vacanze estive un bungalow situato in una pineta dietro la spiaggia di una località marittima che si trova a un centinaio di chilometri da casa nostra. Per me erano giorni di intensa felicità di cui ho conservato un vivido ricordo.
Tra i tanti, mi torna alla mente quel luglio di quando avevo tredici anni. Là in fondo alla spiaggia, in una giornata ventosa un ragazzo dalle gambe troppo magre correva lungo la linea dove batte l’onda facendo volare un aquilone che a me sembrava tanto, tanto grande. D’un tratto un colpo di vento fa piegare verso il basso l’aquilone. Per evitare che l’aquilone cada in acqua il ragazzo si mette a correre verso l’interno della spiaggia. Corre in direzione degli ombrelloni avvicinandosi alla fila dove me ne sto sdraiata sulla chaiselongue. Continuando nella sua corsa il ragazzo si gira per un attimo verso il mare e non s’accorge che dietro di sé c’è il mio ombrellone. Un tonfo e mi cade fra le braccia avviluppato in un intrico di cordicelle, tra le mani brandelli ricoperti di sabbia di quello che era stato un aquilone. Così ho conosciuto il primo ragazzo per il quale ho provato quel certo tipo di inclinazione che si chiama simpatia. In seguito ce ne sono stati pochi altri.
A detta di chi mi conosce sono una ragazza piuttosto attraente. Tuttavia le mie amicizie col genere maschile non sono mai andate oltre una frequentazione di breve durata e priva di slanci. Solo incontri più o meno occasionali, quel tanto di sbaciucchiamenti un po’ adolescenziali, le solite carezze tenute sotto controllo entro certi limiti. A spingersi oltre qualcuno ci ha provato. Ma senza successo. Da parte mia ho cercato più volte di autoanalizzarmi arrivando alla conclusione che  non ero ancora pronta per concedermi. O che si trattava di una forma di inibizione, forse. A ogni modo tenevo molto (si potrebbe dire troppo) al mio autocontrollo e soprattutto cercavo un orizzonte esistenziale che andasse oltre i soliti confini convenzionali.
È andata avanti così per tutto il periodo del liceo. All’università, poi, ero troppo impegnata negli studi, avevo una gran fretta di laurearmi. Niente legami sentimentali.
Silvia non mi capiva. Lei le sue cottarelle giovanili le ha avute, e neppure poche.

La voce del comandante che ci invita ad allacciare le cinture mi distoglie dai miei pensieri riportandomi alla realtà. Pochi minuti dopo sono in fila all’uscita degli Arrivi Internazionali; dietro le transenne i soliti sguardi ansiosi delle persone in attesa dei viaggiatori. Per un attimo ho come una visione, ma subito mi dico che è impossibile e proseguo. C’è un braccio che si agita verso il fondo del corridoio, e una testa pelata che si sporge mettendo in mostra il lucido cucuzzolo con la corona di quei pochi capelli di un improbabile color castano scuro. È lui, è papà!
“Papà, ma che  ci fai qui? Ti avevo detto che…”.
“Va bene, va bene.  Ho preferito venirti a prendere, avevo una gran voglia di abbracciarti… E poi non vedevo l’ora di darti una notizia che ti farà piacere... credo”.
“Dimmi”.
“Poco prima che mi decidessi a mettermi in autostrada mi ha telefonato Silvia. Non poteva chiamare te perché in aereo avevi il cellulare spento”.
“E che ti ha detto?”.
“Quel tuo… quel vostro amico comesichiama è stato scarcerato”.
“Ahmed?”.
“Sì, lui”. 
“Bene” faccio. E gli sorrido.
Siamo già in autostrada, a tratti papà fila a una velocità oltre i limiti consentiti, fisso in terza corsia. Vuole essere a casa nel primo pomeriggio per non perdere un importante appuntamento di lavoro. Fa per parlarmi, ma gli chiedo di aspettare un attimo e compongo il numero di telefono di Silvia. Il disco mi dice che l’abbonato non è raggiungibile. Idem con il numero di Melanie. Con una certa esitazione provo anche con quello di Ahmed: è spento. Mentre guida, papà mi racconta quel poco che ha saputo da Silvia. Dalle prime indagini è emerso che Ahmed non era a capo della rete che riciclava il denaro sporco, lui era solo un tecnico informatico che programmava software per sistemi bancari ma era del tutto ignaro dell’uso illecito che altri ne facevano. Certi suoi conoscenti pakistani, uno dei quali è risultato essere il vero regista dell’operazione criminale, gli avevano commissionato quei programmi informatici facendogli credere che sarebbero stati utilizzati per la normale gestione amministrativa da una banca di Islamabad che stava per aprire un’agenzia a Londra. Quanto poi ai presunti contatti con una centrale fondamentalista islamica, è stato accertato che Ahmed e un suo amico inglese di fede musulmana di tanto in tanto frequentavano per devozione religiosa una moschea di Londra dandosi ogni volta appuntamento per telefono, ciò che aveva fatto insospettire la polizia. Dopo la scarcerazione, Ahmed è stato reintegrato nell’organico della società per la quale lavorava. “Quando riuscirai a parlare con Silvia, lei avrà certo più dettagli da darti su quello che successo” conclude papà. Un accavallarsi di pensieri. Strane sensazioni che mi confondono. Sto per addormentarmi.
Papà mi ha lasciato dormire per una buona mezzora, poi non ha resistito e mi ha svegliata. “Quanto ti fermi?” mi domanda.
“Quattro o cinque giorni”.
“Così poco?”.
“La mia amica francese Melanie ha affittato un locale per la notte di Capodanno. È una grande organizzatrice di feste, e questo party non me lo voglio proprio perdere”.
“D’accordo, ma noi…”.
“Papà, sarò con voi a Natale, e non solo. Ma adesso, ti prego, lasciami telefonare a Silvia”.
Silvia è ancora irraggiungibile. Non me la sento di chiamare Ahmed, non in questo stato d’animo. Faccio il numero di Melanie, ed è lei che mi dà le notizie. Prima mi dice che è arrivata una lettera per me di una certa organizzazione di cui, trovandosi fuori casa, non sa dirmi il nome; poi passa a parlarmi di Ahmed e Silvia. Lui ha chiesto alla società dove lavora un’aspettativa per quanto tempo non ricorda, e domani tutt’e due volano in Pakistan. “Non ti eri mai accorta di niente, eh?” mi dice Melanie, prima di salutarmi ricordandomi che mi aspetta per la notte di Capodanno. Ma io sto pensando a quella lettera.

Natale. Al centro della tavola giace un cappone ripieno e ben rosolato, sul portavivande, in un vassoio a due sezioni mantenuto caldo da un fornelletto elettrico, tortelli di magro al burro ed erba cipollina da una parte, crespelle di grano saraceno con carciofi dall’altra. Insalatina fresca per contorno. San Daniele e salame ben stagionato come antipasto. Sulla tavola, già aperti da un oretta, vini rossi scelti con cura da papà. In freezer una bottiglia di Spumante brut che verrà servito con il panettone. A tavola, noi cinque. La nostra famiglia al completo. Quest’anno papà non ha voluto invitare altre persone, mancano i soliti zii senza figli, l’anziana vedova vicina di casa, il cugino di mamma scapolo e chissà chi. Il ruolo di mamma nei momenti importanti è sempre marginale e subordinato alle scelte di papà che, pur avendo un alto senso della famiglia, tende a imporsi senza esitazione.
Come mi aspettavo, al centro dell’interesse generale sono io; da me vogliono sapere tutto quello che riguarda la mia vita a Londra, ma la curiosità maggiore è per la faccenda di Ahmed che io, però, liquido subito definendola uno spiacevole equivoco. Vorrei tanto evitare la tortura di un pranzo interminabile, temo certi argomenti insidiosi, non so come potrei reagire. Per mia fortuna, Antonio e Fabio sono ansiosi di lasciare la tavola per raggiungere le loro ragazzine. Ecco allora che si accorciano gli intervalli tra una portata e l’altra. Infine, lo scambio di regali, un rapido brindisi con gli abbracci di rito, e i due sono già fuori casa. Come stanno crescendo i miei fratellini!
Papà è in agguato. Aspettava solo questo momento per incalzarmi con le sue domande: quanto dura il Master? dove passerò le vacanze estive? come penso di prepararmi per entrare in azienda? perché a Londra non mi cerco un appartamento da dividere solo con Silvia anziché continuare a vivere in promiscuità… con quel tale Ahmed che non lo convince affatto?
Non mi resta che tergiversare, essere reticente senza farlo insospettire più di quanto già non sia; sto cercando di prendere tempo. Ma lui non ci sta, e minaccia di togliermi l’assegno mensile se non gli darò risposte soddisfacenti al più presto. “Mi cercherò un lavoro” rispondo con tutta calma. Mamma mi rivolge uno sguardo vacuo, c’è tensione nell’aria, si avverte un vibrare d’ansia. Risolvo la questione promettendo a papà che appena rientrata a Londra lo informerò sui miei programmi.
Tutto dipende da cosa sta scritto in quella lettera. Già, la lettera dell’Organizzazione, sulla quale sin qui, sia pure a fatica, sono riuscita a mantenere il segreto. I pochi giorni di vacanza che mi rimangono li passo passeggiando con i soliti amici sotto i portici. In famiglia l’atmosfera è tornata normale. I negozi hanno riaperto e vorrei fare un po’ di shopping, ma i miei mi dicono che la prossima settimana cominciano i saldi. Allora chiedo a mamma di comprarmi una blusino nero molto carino che ho visto in vetrina e un paio di stivaletti sfrangiati di Renè Caovilla, e di spedirmi il tutto a Londra per corriere.
Sono trascorsi cinque giorni, e mi trovo sul treno che mi conduce al solito aeroporto. Sto pensando a quei raffinati capi di vestiario che ho chiesto a mamma: chissà se mai riuscirò a indossarli!

In casa, a Hendon Street, non c’è nessuno. Immagino che Melanie sia al suo corso. Mi guardo attorno sforzandomi di mantenermi fredda, lo sguardo cade sul tavolino del soggiorno ed eccola là con sopra un fermacarte sotto il quale intravedo il logo delle Nazioni Unite. Allungo il braccio per afferrare la busta, sto per perdere l’equilibrio e scivolare a terra ma mi riprendo in tempo, estraggo la lettera. L’ho letta e riletta almeno una decina di volte: mi viene comunicata la mia idoneità a presentare domanda per svolgere attività di peacekeeper, e allegano l’invito a partecipare alla riunione dei candidati che si terrà tra una settimana nei loro uffici del West End. Dunque, ci siamo!
“Bentornata tra noi… sì insomma… tra quelli che sono rimasti… cioè io!” così mi accoglie Melanie abbracciandomi, appena rientrata dalla lezione del pomeriggio.
“Grazie, tutto bene?” dico.
“Che ti devo dire: sono sommersa dagli impegni per domani notte. Quel posto che ho scelto è carinissimo e l’ambiente è sufficientemente techno, ma la sistemazione necessita di qualche ritocco. Poi la distribuzione dei posti a tavola, saremo una cinquantina. E c’è il deejay che non mi ha ancora confermato di poter esserci. Sarebbe una bella seccatura doverne cercare un altro all’ultimo minuto… Sai, ci vuole assolutamente qualcuno che sappia creare un sottofondo musicale adatto per una nottata che dovrebbe essere niente male. Comunque sono rilassatissima, c’è Daniel che mi dà una mano.”
“Chi è Daniel? Il tuo…".
“No, domani lo conoscerai”.
Dopo una doccia ce ne andiamo a farci un toast e una birretta al pub. Nessuna di noi due ha minimamente accennato a Silvia e Ahmed.
“Cosa indosserai domani sera?” chiede Melanie.
“Non lo so ancora, e tu?”.
“Uhm... Una cosina Calvin Klein”.
Adesso il mio problema è papà. Alla riunione di settimana prossima i candidati dovranno presentare alla segreteria dell’Organizzazione alcuni documenti che solo le autorità del loro Paese possono rilasciare. Dovrò incaricare qualcuno, o fare un salto a casa. In ogni caso sento di essere a un passo dal momento della verità, quando saranno chiare le conseguenze che potrà avere l’inevitabile turbolenza che si verificherà in famiglia. Quando papà lo verrà a sapere.

I camerieri agitano bicchieri e tovaglie e sistemano le sedie intorno ai tavoli. C’è anche una guardarobiera che esibisce l’ombelico col piercing. È arrivato il deejay che sta armeggiando attorno alla sua strumentazione. Melanie controlla come stanno andando le cose con aria soddisfatta, la segue un bel ragazzo dai capelli biondi deliziosamente mossi sulla fronte. Melanie ha voluto che l’accompagnassi qui al locale un po’ prima che inizino ad arrivare gli invitati. Tutto sembra a posto. A un tratto Melanie mi si avvicina cingendo delicatamente ai fianchi il bel ragazzo. “Daniel, ti presento Luisa” dice. “Enchanté” fa lui, rivolgendomi un timido accenno di sorriso al quale non so dare un preciso significato. E Melanie: “ Luisa è nuova dell’ambiente, l’affido alle tue cure, Daniel. Potete pure parlarvi in francese, lei lo conosce molto bene.” Lui per un attimo mi prende la mano, il tocco è leggero, indicandomi il banco delle bevande. Lo seguo. Un cameriere ci serve una coppa di champagne. Poco dopo irrompono gli ospiti. Tutti giovani. In prevalenza fanno parte della colonia di studenti francesi. Ognuno prende posto al tavolo assegnatogli, sono tavoli da quattro. Solo io e Daniel occupiamo un tavolo per due.
La serata si elettrizza subito: tanta musica, anche un po’ ambient, cibi rigorosamente francesi e Champagne a profusione. A tavola Daniel parla a bassa voce, una voce calda, armoniosa; è discreto nel chiedermi di me, dei miei gusti in generale, i progetti di vita. Su questi ultimi ho dovuto essere molto vaga. Di sé mi ha parlato poco. “Non voglio sembrarti egocentrico” mi ha detto, con una punta di autoironia.
Al brindisi di mezzanotte lo Champagne comincia a fare effetto, mi sento abbastanza euforica. Daniel mi chiede se gli concedo un ballo. Mentre balliamo gli incrocio le braccia al collo e, sorprendendomi di me stessa, mi accorgo che sto pizzicandogli i riccioli con la punta delle dita. Lui mi stringe un po’ più a sé. Verso le tre di mattina se ne stanno andando tutti. Di Melanie si sono perse le tracce. Daniel mi prende per mano, questa volta con decisione, e mi porta fuori. “Ti accompagno a casa, sono qui in auto” dice. Arrivati a Hendon Street, scende dall’auto, mi apre la portiera e con un accenno di inchino mi dice: “Voglio soltanto estorcerti il tuo numero di telefono”. Glielo do, senza chiedergli il suo.
“Grazie per la serata, mi sentirai più presto di quanto tu pensi!” dice, e se ne va.
Mi sveglio che è quasi mezzogiorno e mi dirigo verso la stanza di Melanie per chiederle se vuole che prepari un caffè anche per lei, la porta della sua stanza è spalancata e il letto perfettamente in ordine. Non è rientrata.
È iniziato l’anno nuovo, l’anno che segnerà la svolta della mia vita, e mi viene un’idea: voglio evitare che papà venga a sapere in modo traumatico della mia decisione. Prendo il cellulare a chiamo casa, ci scambiamo gli auguri, poi chiedo a papà di procurarmi quei documenti richiesti dall’Organizzazione per poter partecipare ai corsi di formazione. Ma a lui dico che servono a Cambridge per il Master, una semplice questione burocratica. Promette di mandarmeli, e mi ricorda che sta aspettando di conoscere i miei programmi.   
“Presto ci sentiamo, papà. Buon anno!”.
Pochi giorni dopo mi chiama Daniel: "Buongiorno! Lo sai che la camera per gli ospiti della mia casa di Parigi dà sulla Senna? Una vista suggestiva, in questa stagione!”  .
Stento a capire.
“Che ne diresti se ci andassimo insieme per questo fine settimana?” dice.
“Daniel, ci conosciamo appena…”.
“Ma figurati! Ci sarebbero anche i miei genitori, sono persone molto ospitali… e all’antica”.
“Sabato e domenica ho un meeting troppo importante, per me”.  
“Be’, vuol dire che ci riproverò un’altra volta”, e mi saluta.

La sala è gremita. Nelle prime due file sono seduti i candidati ritenuti idonei, tra cui io; mi guardo attorno: nessuno di noi passa la trentina. Alle spalle del relatore e dei due funzionari dell’Organizzazione che gli siedono accanto, lungo l’intera parete corre uno striscione dai colori dell’arcobaleno con in alto la scritta a grandi caratteri PEACEKEEPERS, e in basso il nome dell’Organizzazione: HABITAT FOR HUMANITY.
Sono emozionatissima.
“Sono ormai decine le missioni di peacekeeping autorizzate dalla Nazioni Unite” esordisce il relatore. “Ma chi sono i peacekeepers? come vivono? con che spirito affrontano le loro missioni? Il peacekeeper è come un medico condotto. Solitario, lontano dalla famiglia. C’è anche chi rinuncia persino a formarsi una famiglia, poiché la sua vita si svolge in situazioni spesso molto difficili. Dove è chiamato a operare per soddisfare le richieste più disparate − non dimenticatelo − divampano le guerre, c’è  lo spettro di un terrorismo che non si ferma, si muore di fame, dilagano le malattie, migliaia di disperati sono in fuga… dannati della Terra senza un tetto dove trovare rifugio. Ecco perché vi invito a riflettere bene prima di dichiararvi disponibili. In ogni caso, nella giornata di domani verranno ufficialmente nominati i nuovi funzionari dell’Organizzazione che saranno operativi entro un mese”.
Dopo avere ascoltato le parole del relatore ho un fremito: solo tre anni fa nel mio animo cominciavo a percepire i primi segnali di un’aspirazione umanitaria che sarebbe diventata giorno dopo giorno più pressante. Avvertivo l’esigenza di dedicarmi al volontariato. Avevo sentito parlare di una Ong con sede in una città della mia Regione che operava in Albania e nel Kosovo. Quando li ho chiamati per telefono, mi hanno subito consigliato di rivolgermi a un’organizzazione di un altro Paese dove la mia conoscenza di lingue estere sarebbe stata meglio utilizzata. Così, all’insaputa di tutti, ho preso i contatti necessari durante le mie vacanze estive all’estero. Ho superato molti test. E oggi, eccomi qui! Ora resta solo da affrontare papà, perché tra poco tempo potrei partire per chissà dove.
A metà del pomeriggio c’è un breve break. Il display del mio cellulare mi segnala che è arrivato un SMS. È Daniel: "Ciao, che ci fai lì? Passo a prenderti a fine conferenza, ce andremo a cena in un ristorante italiano".
Com’è possibile che sappia dove sono? Non ne ho mai parlato a nessuno.
È terminata la prima giornata. Un dispettoso rovescio di pioggia impedisce a molti partecipanti di mettersi per strada; siamo accalcati nel corridoio che porta all’uscita. Mi dirigo a fatica verso la soglia; da qui posso guardare fuori, e scorgo subito la sua auto parcheggiata davanti all’edificio dove mi trovo. Mi fa segno di aspettare, poi scende dall’auto, apre un ombrello a larghe bande dai vivaci colori e mi si avvicina col solito mezzo sorriso che non so distinguere se sia ironico o indice di simpatia mista a riservatezza, e mi fa salire al suo fianco. “Cos’è quel broncio?” dice.
“Ti sbagli, è solo curiosità”.
“Comunque, ti dona”.
“Davvero?”.
Vorrebbe dirigersi subito al ristorante, ma gli chiedo di passare prima a Hendon Street: devo rimettermi un po’ in ordine. Pochi minuti e sono di nuovo in auto con lui. Durante il tragitto mi spiega tutto. È stata Melanie a insospettirsi, aveva visto la busta con il logo delle Nazioni Unite e la scritta in grande PEACEKEEPERS. Poi ieri sia i giornali che la televisione hanno diffusamente parlato del meeting, io avevo detto a Melanie che per due giorni mi sarei incontrata con delle persone senza specificare con chi e neppure per quale ragione. Per Melanie trarne le conclusioni è stato facile, e non ha esitato a parlarne a Daniel.
“Eri lì per arruolarti, se non sbaglio” dice.
“Ma perché dovrei dirti tutto di me? Persino i miei pensieri più intimi. Non siamo mica…”.
“Quello che siamo lo scoprirai a Parigi”.
“A Parigi?”.
“Sì Luisa, il prossimo fine settimana".
Quel suo solito fare… Come dovesse decidere lui della mia vita!
Avverto un turbamento mai provato prima e mi domando se le mie difese non stiano per venir meno, se la mia acerbità sentimentale non si trovi già nel bel mezzo di una metamorfosi senza ritorno. È un crollo improvviso, del tutto inaspettato.Santocielo! Domani è il giorno della decisione. Lo dico a Daniel.
“E allora? Te ne torni al  meeting e ritiri la tua disponibilità per… che so io… per problemi… sopraggiunti… Semplice, mi pare, no?” replica lui. Ed ecco che  tutto mi appare chiaro: mi trovo alla mercé di una corrente che mi trascina lontano dalla mia meta. Avevo un progetto, doveva essere il mio ingresso nella vera vita, quella scelta da me... Dovrò chiamare papà, anche lui aveva un progetto per me.
Una settimana dopo voliamo Air France. A bordo sfoglio il giornale. Prima pagina: Esplodono due ordigni sul treno della pace Pakistan-India. 70 morti. Numerosi i feriti. Da quelle parti c’era forse qualcuno che stava tentando di creare un habitat per l’umanità. Ma io… io perché sono qui?
Con sguardo assorto, Daniel segue dal finestrino i rigonfi strati di nubi scure in sonnolenta circolazione.  

 

 

NB. In copertina: Francesco De Grandi, Il passaggio difficile (part.)

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