“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Domenica, 12 Aprile 2015 00:00

Erosione

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Cammino ormai da ventisei giorni. A giudicare però dal fermento di queste persone, che con me hanno condiviso milioni di passi, dobbiamo essere vicini alla meta.
Non riesco a rendermi conto di dove siamo: il mio senso dell’orientamento si è smarrito poco dopo Burgos, tra distese di campi giallo oro e una strada polverosa della quale non riuscivo a vedere mai la fine. Cotto dal sole di giugno, ho continuato ad avanzare quasi meccanicamente, affastellando pensieri alla stessa velocità dei sassolini negli scarponi logori, lasciandomi trasportare dal flusso di pellegrini come se fossi la spira di un serpente senza capo né coda.
Quasi di riflesso, la mia lingua rosea guizza tra le labbra screpolate come se stesse pregustando il sale dell’Oceano; mentre gli altri accelerano il passo, io rallento per cercare di captare l’odore della salsedine in quella brezza che comincia a sfiorare i nostri vestiti incartapecoriti dal sudore, dall’acqua e dall’impietoso sole.

La strada comincia a salire dolcemente, e più che l’aria salmastra sento l’afrore di una combustione; eppure da quassù l’unica cosa che cattura il mio occhio è lui, il grande Oceano. È un’immensa distesa antracite che infuria ai piedi del promontorio, lambendolo, aggredendolo, e facendo sì che la sua presenza si manifesti in modo così inatteso e improvviso da sembrare quasi pericolosa, infida. Gli altri pellegrini, con uno scampanellio di conchiglie e latta, si affrettano lungo il sentiero che scende fino alla base del promontorio, dove l’azione del mare ha logorato la pietra fino a renderla polvere. Io resto ancora un po’ così, solo, sorretto dal vento atlantico. Assaporo la sensazione di essere una piccola, insignificante fibra di Universo, al punto che, di fronte a tanta maestosità, non posso che sentirmi annientato, e quasi ridicolo: una particella infinitesimale le cui ansie, angosce e dolori vengono irrimediabilmente ridimensionate di fronte a questa impetuosa visione, come se subissero una contrazione improvvisa.
Una pacca gentile sulla spalla mi riporta alla realtà: “Come on, you have to purify yourself”, mi dice un ragazzo correndo a rotta di collo giù per quello stretto sentiero roccioso, frustando la esile vegetazione con lo zaino ingombrante.
“Yes, I’m coming in a minute” replico in un soffio.
Si incontrano tanti tipi di pellegrini lungo il Cammino: gruppi animati da una profonda fede in Dio, coppie in crisi, novizi in attesa di prendere i voti, ma anche persone avventurose, escursionisti esperti dai multicolori vestiti tecnici. Queste sono i partecipanti più solari, quelli che parlano, ridono e cantano, che vivono il pellegrinaggio come una grande avventura collettiva per riscoprire sé stessi nel rapporto con gli altri. Nonostante l’aspetto opacizzato dalla lunga esposizione agli agenti atmosferici, ogni tanto spunta un cellulare di ultima generazione, una fotocamera, un grosso obiettivo nero.
E poi ci sono quelli come me, che scattano foto solo con la mente, archiviandole in una stanza dell’anima. Colpiti dalla bellezza di un momento, in cui tutta la luce del mondo sembra convergere all’orizzonte oppure concentrarsi nel cielo butterato da smerigliate stelle, non sarebbero in grado di trasporre su uno schermo quella congerie di sensazioni, colori, moti dello spirito, per cui si limitano a conservarne intatto il ricordo della mente. Quelli come me, per lo più soli, taciturni al punto di dimenticarsi come si parla, intraprendono il viaggio senza un allenamento adatto, si buttano a capo chino nella lunga camminata, impilando cataste di malumori lungo la via. I lunghi silenzi sono stati spesso riempiti dai fantasmi dei ricordi, dalla ricostruzione di situazioni vissute e di altre che avrebbero potuto essere: la mente pesava più delle gambe stanche, sembrava di avere un televisore in testa. La sera però, picchettando la tenda, tutte quelle sceneggiature costruite in ogni dettaglio scoppiavano come le vesciche che mi martoriavano i piedi, lasciandosi dietro un vago alone acquoso e una sensazione di sollievo. Il logorio del tarlo annidato nella mia testa sembrava specchiarsi in quello del paesaggio spagnolo sui miei indumenti, sempre più scoloriti e lisi, e sui miei scarponi, ormai deformi.
Seguo la scia del ragazzo, sdrucciolando su quelle pietre levigate da miliardi di mani e piedi, infilandomi come una spina nel fianco di quel dente di terra e pietra a picco sull’Atlantico. L’odore dei falò si fa più intenso; poco dopo infatti, grossi crateri neri e fumosi punteggiano una spiaggia sabbiosa, striata da vene scure che sembrano sbavature d’inchiostro. I colori sembrano raffreddarsi, come se il contrasto fosse stato regolato: i pellegrini si denudano perdendo le ultime tracce di colore, e il fumo si fa livido come la sabbia, come le pietre, come l’Oceano.
Mi avvicino al fuoco e mi faccio investire dal calore: la prima cosa che vi finisce è lo zaino sdrucito e con le cinghie rotte annodate come una sghemba treccia di bambina. Dopodiché tutti i miei vestiti, che se ne vanno con uno sbuffo bolso come i polmoni di un vecchio fumatore accanito; l’ultima cosa che di me si mangia il fuoco sono quei vecchi scarponi logori, comprati per una tranquilla domenica sugli Appennini, ma rivelatisi estremamente tenaci. La suola si stacca e si accartoccia come un fiore nero, mentre ondate di aria tremolante si infrangono sul mio corpo indolenzito e sporco.
La sabbia bagnata è dura e fredda, e i sassi che affiorano dalla riva premono con inamovibile fermezza sui miei piedi segnati dalla marcia: mi immergo nel grande e gelido Oceano, spazzando via ogni residuo di sporcizia, sono la conchiglia che torna al mare, il piccolo capolavoro di architettura animale che si ricongiunge al suo creatore per rinascere sotto altre spoglie. Il pecten jacobaeus, il pettine di San Giacomo, sono io, sono i pellegrini che attraversano la Spagna per convergere in un punto, accarezzandola e acconciandola con i loro passi e le loro vite.
Mi lascio trasportare dalla corrente, incredibilmente forte: qui lo spazio e il tempo sono sospesi, come è sospeso ogni prodotto umano, che sia esso una creazione reale o immaginaria. Esiste solo il titanico abbraccio di questa enorme distesa di piombo, in cui le membra sembrano sciogliersi.
La magnificenza di questo momento annienta tutto ciò che è nocivo, che è scoria, che è veleno: esiste solo la fede, in una rinascita, in un cambiamento, in uno spirito nuovo.

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