"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Lunedì, 16 Marzo 2015 00:00

Stati di cose fluttuanti

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È il 2013. L’hanno ricoverato al LENOX HIILL HOSPITAL. Nell’Upper East Side, New York City. La telefonata l’ha ricevuta nelle prime ore del pomeriggio in ufficio. A chiamarla è stato Bruce Stoneberg, il responsabile a livello mondiale del gruppo multinazionale INSGLOBE con headquarter negli Usa. Suo marito Riccardo − Rick per gli intimi − è general manager della rappresentanza italiana a Milano. Ha un ematoma cerebrale, e subìto gravi lesioni alle braccia. Un agguato a opera di ignoti. In una tasca della giacca gli hanno trovato una busta contenente una lettera, alcune fotografie e una chiavetta Usb. Il tutto è stato consegnato alla polizia per le indagini del caso.

Denise e Rick, di mezza età, hanno due figli maschi, gemelli di dieci anni.
Dopo almeno un minuto dalla chiamata il cellulare l’ha ancora in mano come fosse un oggetto misterioso − Denise immobile − sta fissando dall’ampia vetrata dell’ufficio il viale sottostante dove procede a piccoli strappi la solita fiumana milanese di veicoli di ogni genere. Cade una fitta pioggerellina.
È il 2010. Mi dirigo in macchina verso casa dopo aver terminato una lunga riunione nell’azienda farmaceutica dove lavoro. Il traffico del Centro Direzionale sembra impazzito. Attivo la funzione viva-voce e telefono a Silvana: “Ciao bella, come va? Qui è un gran casino, i semafori sono saltati e non c’è in giro un cazzo di vigile a mettere un po’ d’ordine, spero di non fare troppo tardi. Tu intanto preparati”.
“Giorgio” lei, con aria scocciata. “Era proprio il caso di andarci? Che palle questi inviti a cena inaspettati! E poi quel Riccardo, io non lo conosco nemmeno”.
“E va be’ Silvana, vediamo di considerare il lato positivo della faccenda. Riccardo occupa la posizione più importante nella compagnia di assicurazioni di cui l’azienda è cliente, un rapporto amichevole con lui non può che essermi utile. Considera che sono in attesa di una promozione e se faccio risparmiare al mio ufficio un bel po’ di soldi garantendo solide coperture sarà una spinta in più. Non trovi?”.
“Hmmm... credo proprio di avere bisogno di una doccia” fa lei, e riattacca. Sarei pronto a scommettere che dopo la doccia e quel poco di colore passato sul viso con un soffice pennello manderà giù mezza compressa di Tavor.
Sono uno che non spreca tempo in cerca di amicizie nell’ambiente di lavoro, che si tratti di colleghi, clienti o, come nel caso di Rick, fornitori di servizi. L’esperienza mi ha insegnato che lì non c’è posto per rapporti spontanei, semmai una sana dose di opportunismo, peraltro ben calibrata, può essere presa in una certa considerazione quando la partita, tutta da giocare, lo richiede − niente pacche sulle spalle.
Ma Rick è tipo che fa saltare le regole. Questa mattina, mentre vagavo con apparente noncuranza nel salone open-space gettando lo sguardo qua e là tra le scrivanie per accertarmi che i miei impiegati stavano lavorando piuttosto che cazzeggiare come talvolta capita, vedo aprirsi la porta dell’ascensore dalla quale spunta Rick che col solito fare iperprofessionale si dirige verso il mio ufficio, lì si ferma e mi indirizza un’occhiata tutta da interpretare giacché non avevamo alcun appuntamento. Le basi delle coperture assicurative da me richieste erano ormai state definite da una settimana. Che bisogno c’era di rivederci?
Lo faccio accomodare indicandogli una poltrona a disposizione dei visitatori. Si siede, e volgendo uno sguardo volatile verso la finestra che dà sul piazzale antistante il nostro palazzo, mi chiede: “Hei Giorgio, che fai stasera?”.
È andata che Rick mi ha perentoriamente invitato a cena a casa sua, lasciando da parte ogni preambolo. “Ti aspetto alle otto. Con moglie, naturalmente. Vi farò conoscere la mia famiglia. Sarà una serata interessante... vedrai.” Preso alla sprovvista, mi è mancato il tempo di inventare sui due piedi una scusa plausibile per declinare l’invito.
Con moglie? Io e Silvana non siamo sposati. Sono cinque anni che conviviamo, da quando io ne avevo trenta e lei ventotto, una vita che scorre senza schemi precostituiti. Il matrimonio non rientra nei nostri progetti, e meno ancora ci sfiora l’idea di avere dei figli. Lei cura la correzione delle bozze presso una casa editrice che pubblica in prevalenza libri di giovani scrittori americani. Che dire, per il resto: quando capita ci prendiamo qualche distrazione. Una sorta di libertà di movimento che ci riconosciamo reciprocamente. Questione di temperamento, direi.
A tavola la conversazione procede con moto ondulatorio, quanto basta per evitare quelle lunghe pause che di solito appesantiscono l’atmosfera del primo incontro. La giovialità di Denise dopo le prime degustazioni di vino è contagiosa e ravviva l’ambiente. Indossa una blusa color beige che la tornisce a puntino, i lunghi capelli neri le spiovono languidi sulle spalle. Nel rivolgerti la parola reclina leggermente il capo verso la spalla sinistra abbassando di quel poco gli occhi, poi di colpo ti cerca con lo sguardo. Mi sorprendo a tentare di incrociarlo, quello sguardo. Può darsi che se ne sia accorta.
Veniamo a sapere che la grande passione di Denise è la viticoltura per la produzione vinicola di qualità superiore, suo padre è proprietario di un’azienda agricola con vasti terreni a San Damiano al Colle e Rovescala, nell’Oltrepò Pavese, da quelle parti la favorevole dinamica dei fattori ambientali permette di ottenere ottimi vini giovani. La Bonarda, su tutti.
Denise si è laureata alla Facoltà di Enologia di Pavia ed è subito approdata alla Associazione Italiana Vignaioli, oggi ricopre la carica di Addetto Stampa.
Silvana di tanto in tanto lascia affiorare un apparente distacco, ma si riprende subito con quel disarmante sorriso davanti al quale sei disposto a perdonarle tutto.
Quanto a me e Rick ci guardiamo bene dal toccare argomenti di lavoro.
“Una cena davvero piena di suggestioni!” Silvana − con quel suo colorito linguaggio da editor che tiene di riserva per le occasioni speciali − mentre ci stiamo spostando nel salotto. Adesso è in gran spolvero. Non dubito nemmeno per un istante che il merito del suo brioso dopocena sia dovuto agli svariati assaggi di vini bianchi ai quali anche lei non si è sottratta tra un piatto e l’altro di pesce e molluschi cucinati con maestria da Denise.
Intanto Rick sta litigando di brutto con il tappo di una bottiglia d’annata di Dom Perignon. È piuttosto maldestro nella delicata operazione, e io mi faccio prendere da un vago senso di ansia per i rischi che incombono su quello spumante dal colore oro ambrato. “Rick, fa’ attenzione col tappo, hai tra le mani una bottiglia dello champagne preferito dal Re Sole!” sbotto. Poi lui ce la fa, e tutti quanti tiriamo un sospiro di sollievo. Brindiamo.
Vedo Denise alzarsi di scatto dal divano dove è seduta accanto a Silvana, in un attimo raggiunge una stanza nella zona notte dalla quale provengono strepitii indistinti. Apre la porta. Un tramestio ovattato, Denise esce dalla camera dopo qualche secondo ed è di nuovo tra noi.
Rick: “Sono i nostri figli, nella cameretta. Due pestiferi maschietti, stasera li abbiamo costretti a cenare di corsa prima che arrivaste voi, poi si sono infilati di là a giocare con un paio di iPod iPad e cose così, voi non avete idea di quanto siano abili, abilissimi direi, nel manovrare quei giochi elettronici... È la nuova cybergeneration... che volete”.
Tocca ora a Denise pilotare la conversazione. Ci parla del suo lavoro con un entusiasmo contagioso. Addetto Stampa di una filiera importantissima per il volume di affari particolarmente alto. Convegni, mostre in giro per il mondo, contatti con i media, la vedono sempre al centro di ogni iniziativa. L’ambiente cosmopolita che di solito frequenta è a suo dire quanto mai eccitante. “È il mio personale Universo esistenziale... l’enologia. Ero predestinata. Non a caso quando sono nata mio padre ha voluto darmi un nome di origine francese... l’eccellenza dei vini, capite? Verrebbe da dire che da subito mi ha come lanciata verso una vita dionisiaca... nemmeno Nietzsche si sarebbe spinto così in là”. Tutti a sorridere.
Rick siede di fronte a me. Accavalla compulsivamente le gambe troppo lunghe. Tiene gli occhi rivolti in basso, nel vuoto. Dà l’impressione di non sapere dove mettere le mani, e le muove a scatti prima di aprire bocca. Sorprendendo un po' tutti si alza e mi si avvicina. Per la prima volta mi accorgo che è leggermente claudicante: “Giorgio, andiamocene nel mio studio”. Lo seguo nel lungo corridoio. Di colpo apre la porta della camera dei gemellini. Uno dei due si pianta sulla soglia e mi fa segno di avvicinarmi. Con un gesto che vorrebbe essere di simpatia faccio per accarezzargli i capelli irsuti di un rosso acceso, lui mi affonda un violento pugno nel bassoventre. Resto per un attimo senza fiato. La piccola peste si è fulmineamente ritirata in camera ridacchiando col fratellino. Rick non si è accorto di nulla. Prima di entrare nel suo studio mi giro e do un’occhiata alle mie spalle, vedo che nel salotto si riflette sulla parete la luce alternata delle immagini televisive. Odo le donne chiacchierare.
Quello che Rick chiama “il mio studio” non è altro che un piccolo locale stipato da una varietà di computer di ogni forma e grandezza. Lui va a sedersi su una poltrona girevole a mo’ di trono dell’era moderna dotata di larghi braccioli. “Tu siediti là” mi ordina, indicandomi una poltroncina dall’aspetto rigido senza braccioli. Mi siedo, mai stato così scomodo. “Stammi a sentire, Rick, perché non ci facciamo un bicchierino di qualcosa?”. In un baleno si precipita in salotto ed è subito di ritorno con due bicchieri e una bottiglia di GORDON GIN, ne ingollo mezzo bicchiere e gli chiedo come vanno, di là, le donne. “In un certo senso direi che stanno... chattando”. Breve pausa, poi riprende: “Ma c’è un modo molto più intrigante per certe cose”. Accende il PC, digita qualcosa e aziona la stampante, ne estrae un foglio, lo piega in quattro e me lo infila nella tasca della giacca: “Toh, leggilo con calma a casa”.
Subito dopo siamo in salotto dalle donne. ”Be’, è stato bello. Perché ora non ce ne andiamo tutti a nanna?” Rick.
Nel salutare Denise ho trattenuto di quel poco la sua mano nella mia.
“Allora, che ne dici?” chiedo a Silvana, una volta rientrati.
“Non male, ma sto crollando dal sonno”.
Faccio per togliermi la giacca, dalla tasca spunta il foglio che mi ha dato Rick. Mi lascio andare sulla mia poltrona preferita e mi metto a leggere: FACCIAMOLO IN RETE (è il titolo)... EROS CON INTERNET... CERCHIAMOCI PARLIAMOCI INNAMORIAMOCI... IL SESSO IN RETE PUO’ ESSERE PIU’ BELLO E SOPRATTUTTO MOLTO PIU VARIO… QUESTO E’ IL NOSTRO MONDO NUOVO… IL TUO MONDO… VIENI CON NOI!
Sul foglio c’è anche qualche foto, si tratta per lo più di donne. Dunque, questo è il vero Rick. È l’unico pensiero che si fa strada nella mia mente.
È il 2013. L’aereo atterra puntuale al JFK alle 10. Per Denise il viaggio è stato tranquillo − niente ansia, si sente serena. È partita da Milano il giorno dopo che Mr. Stoneberg l’ha chiamata. Le telefonate fatte prima di partire all’ospedale e al distretto di polizia che si occupa del caso di suo marito non hanno dato alcun risultato. Non rilasciano informazioni così delicate se non di persona, le suggeriscono di recarsi al più presto da loro.
Dal finestrino del taxi che la conduce alla polizia, alzando lo sguardo in alto esplode lo skyline della Grande Mela, uno spettacolo che sempre l’affascina. Quante volte è stata da quelle parti per il suo lavoro! Eppure anche oggi è come fosse la prima.
Squilla il cellulare, lei fa per rispondere, il segnale di utente occupato e sul display il numero di Giorgio. Sulle sue labbra un sorriso, che subito svanisce.
“L’ha trovato una nostra pattuglia in perlustrazione nell’Upper East Side. Era steso a terra sanguinante, al suo fianco una mazza da baseball” dice l‘ispettore di turno. “Poi l’hanno portato in ospedale. Noi abbiamo trattenuto questa busta e il portafogli”. Le porge la busta. Dentro c’è una lettera stampata dal computer, due fotografie e una chiavetta Usb. La lettera spiega tutto: da due anni Rick era solito contattare via internet una ragazza americana. Secondo quanto scritto facevano sesso virtuale, per così dire. Una foto mostra lui nudo, la sua eccitazione visibile, nell’altra la ragazza con una maschera che le copre il volto, anche lei nuda, provocante. Nella chiavetta che il poliziotto inserisce nel computer c’è registrata l’ultima conversazione ripresa con la webcam. Lei, la ragazza, intima a Rick di farle avere centomila dollari entro due settimane al massimo. In caso contrario, troverà il modo di far girare in rete tutto quanto. Estorsione, ricatto.
Rick, annichilito, per un attimo sembra non avere parole, si riprende e dice alla ragazza che, anticipando un meeting di lavoro con la casamadre per discutere del budget, verrà a New York la settimana successiva, così loro due potranno vedersi per cercare una pacifica soluzione. Si mettono d’accordo sul luogo dell’incontro. Ma le cose evidentemente non sono andate per il giusto verso. C’è stata l’aggressione, non si sa da parte di chi. Ora la polizia sta indagando.
L’incontro con la polizia è durato poco. Denise chiede all’ispettore di farla accompagnare da una loro macchina all’ospedale. Perché mai dovrei preoccuparmi? si domanda, mentre percorrono il tragitto in quel traffico allucinante.
In ospedale le cose si fanno più complicate. Vogliono sapere se la persona ricoverata ha un’assicurazione sanitaria privata, perché in caso contrario non potrebbero più trattenerlo e chissà dove andrebbe a finire, magari in uno di quegli ospedali militari di pessima reputazione. Così vanno le cose in Usa. Dopo averle spiegato che, date le gravi condizioni in cui si trova suo marito è sotto l’effetto di forti sedativi, per il momento le sconsigliano di farlo parlare. Glielo fanno solo intravedere scostando leggermente la porta della stanza dove si trova. “Sì, l’assicurazione ce l’ha” dice lei al medico. Lui replica che la cosa andrà per le lunghe, e prendono accordi su come fare avere all’ufficio amministrativo dell’ospedale gli estremi dell’assicurazione. Denise il giorno dopo è già sull’aereo in volo per Milano.
È il 2015. Alla guida della nuova Bmw che ho comprato da pochi giorni contemplo rilassata il profilo delle ondulate colline dell’Oltrepò Pavese ormai non lontane, nei sedili posteriori i due gemelli alle prese coi soliti giochi elettronici. Dopo aver divorziato da Rick ho preso l’abitudine di portare i figli nel fine settimana dai miei genitori, la loro casa costruita su tre piani, lì sono cresciuta. La casa domina il panorama sui due lati collinari, si trova nella piccola frazione Villa Marone di San Damiano al Colle, da quella parte il crinale si fa più dolce. Di solito il giorno stesso torno a Milano. La domenica sera li recupero. Oggi, però, ho deciso di fermarmi lì. È tempo di vendemmia. Non voglio perdermi lo spettacolo.
Come sempre, su e giù a scapicollare senza sosta nelle colline del nonno, i gemelli − mi sono stati dati in affido dal giudice − passano così quelle giornate. Non mi sfugge che i due non sentono la mancanza del padre, che avrebbe il diritto di visitarli periodicamente ma non si fa vivo se non in rare occasioni. Rick, dopo l’aggressione, ha riportato un’invalidità permanente alle mani le cui dita sono pressoché rigide, quasi fossero denervate. Non è più in grado di cliccare sulla tastiera del computer... Mi capita di chiedermi che spiegazione abbia mai potuto dare ai capi americani della INSGLOBE riguardo all’aggressione subita. Ma in fondo non me ne importa più di tanto.
Tra i filari i vendemmiatori staccano grappoli su grappoli, li depositano in larghe ceste che, una volta colme, vengono svuotate nel contenitore degli agili trattori utilizzati per trasportare l’uva in cima alla collina, nei pressi delle bigonce. Quand’ero ragazzina si trattava di impiegati o operai milanesi che prendevano una settimana di ferie per venire qui a vendemmiare e arrotondare così lo stipendio senza affaticarsi troppo. Ora si vede soltanto gente di colore, che lavora con alacrità. Una faccenda di alternanza antropologica, in un certo senso. Qualcosa dunque si muove, è la mia conclusione. E mi sento felice.
Su, in cima alla collina, una figura non chiaramente riconoscibile. Ho il sole in fronte che mi abbaglia, salgo di una decina di metri: è un uomo che si sbraccia e mi fa cenno di raggiungerlo.
“Ciao Giorgio, qual buon vento. Come mai da queste parti... e Silvana dov’è?”.
“Oh, eravamo arrivati al capolinea. Abbiamo chiuso. Del resto la sapevi anche tu, Denise, che presto sarebbe finita così”.
“Già”.
Sulla macchina di Giorgio − la mia l’ho lasciata nel box dei genitori − ora mi sento come sotto il benefico effetto di un buon tranquillante. Lui mi lancia uno sguardo e mi sorride: “Da quando se n’è andato Rick noi due, Denise, ci siamo visti solo in occasioni che avevano tutta l’aria di un’emergenza. Qualcosa di effimero, insomma. Che ne dici di dare al nostro rapporto una certa stabilità? Forse ne vale la pena...”.
Faccio con un lieve cenno del capo: “Tanto per cominciare, perché non mi accompagni il prossimo fine settimana alla Expo Oenologique di Parigi?”.
“Fai conto che sia già là”.
Mancano pochi chilometri, sullo sfondo si stagliano i primi agglomerati della Città Metropolitana, poi Giorgio punterà deciso in direzione del gruppo di nuove palazzine postmoderne dove si trova la sua abitazione.

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