"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Domenica, 29 Marzo 2015 00:00

RACCONTI SONORI – I ragazzi di via Alessandro Severo 71a

Scritto da 

Remo Anzovino, IglooTregua (feat. Luca Aquino)


La casa in cui, nel febbraio del 1960, mi trasferii con tutta la mia famiglia era di proprietà della municipalizzata dove mio padre lavorava. Si trovava all’ultimo di un palazzone di otto piani e a mia madre non era mai piaciuta. Ma soprattutto non le era piaciuto trasferirsi dal quieto terzo piano della casa di Monteverde, dove vivevamo, ad oneroso affitto libero, vicinissimi a quella stretta cerchia di amici, compari e zie che furono la presenza degli adulti nella mia infanzia. E fino alla sua morte non vi si adattò mai.

Il grande edificio era a forma di U e verso l’apertura c’era un battuta di terra mista a pozzolana, interrotta sempre più frequentemente da macchie verdi di erba gatta e gramigna man mano che ci si allontanava dal centro del nostro campo di calcio, dove quattro sassi segnavano la base dei pali immaginari delle porte.
Più in fondo verso l’antica linea Ostia-Piramide, una catasta enorme, circa quindici metri per tre, di foratini, i mattoni leggeri usati in edilizia per gli intramezzi, lasciata lì da chissà chi. Quest’ara atzeca in laterizi, riserva infinita di materiale di supporto ai nostri giochi e in cui negli anni scavammo passaggi e camminamenti di immaginarie postazioni, era chiusura e confine naturale del nostro territorio; quello legale per i nostri genitori, che in questa quinta naturale erano spesso, distrattamente sbircianti dalle finestre. Spettatori poco vigilanti della rappresentazione quotidiana dei nostri giochi e delle nostre interminabili partite a pallone.
I quadrilateri di strade costruite intorno ai nuovi palazzi dell’urbanizzazione fine anni '50, avevano racchiuso il vecchio terreno in campi variamente rettangolari, più bassi di due o tre metri dal nuovo piano di calpestìo di automobilisti e pedoni. Queste ripide scarpate erano completamente ripiene del materiale di risulta, residui delle lavorazione dei manovali che avevano costruito edifici, strade e marciapiedi e lì abbandonato, cui, nel corso degli anni, si erano aggiunte le immondizie urbane.
Un giorno di primavera mio padre tornò a casa con la rivista Oggi aperta e discuteva animatamente con mia madre. Dopo qualche minuto riuscii a capire il motivo di tanta agitazione. La rivista portava un articolo ed una foto presa dall’alto di un signore circondato da un assembramento di ragazzini in magliette e pantaloncini corti, praticamente tutti i miei compagni di giochi. Il signore in questione, un certo Caronti, inquilino e spettatore di quel teatrino quotidiano di operai aspiranti impiegati di cui anche lui faceva parte, si era preso cura, era scritto, di questi ragazzi che giocavano abbandonati tra macerie ed immondizie, e li aveva come adottati:  “… cercando di sollevarli dalla strada nella quale vivevano, emblema di quello sviluppo tumultuoso che lasciava dietro sé sacche di povertà e di emarginazione”. Non seppi mai se lo fece per ambizioni truffaldine, per soldi o per altro.
In questi luoghi le bande di ragazzini di ogni palazzo avevano nel proprio quadrilatero di appartenenza il loro feudo, la loro contea da utilizzare e presidiare in esclusiva.
La nostra banda era tutta composta dai figli dei colleghi dell'azienda comunale di elettricità, dove il mio, insieme agli altri padri, faceva l’operaio. Tra questi c’era Claudio, del quinto piano della scala C. Un biondino con una corta e crespa criniera leonina che ingigantiva una testa già grossa di suo. Tosto. Già piccolo capo, ma che non avrebbe mai conosciuto l’odore e il sangue della sconfitta e l’ebbrezza della vittoria, nel mondo degli adulti. Finì la sua breve vita affogato nell’acqua limacciosa di una fresca marana estiva dove si era recato insieme al buon Franco, del sesto piano della mia scala, la D, grande ala, maratoneta irraggiungibile sulla fascia, con discreta tecnica di palleggio alla Domenghini. Con loro, in quella tragica uscita, c’era Felice, futuro sottoufficiale dell’esercito. Occhi cinesi su una faccia come una virgola nera, con capelli corvini lisci e untuosi. Abitava il palazzo dietro il nostro verso la Cristoforo Colombo, il più vecchio palazzone di otto piani di via Alessandro Severo, il 73, abitato dalle famiglie dei dipendenti del poligrafico di stato. Sguardo sfuggente. Da traditore. Un piccolo traditore piagnucoloso, come traspariva dalla foto sul giornale, dove, rannicchiato vicino alla sua bici gettata di lato a fianco di un costone tufaceo, era schiacciato dal suo primo vero incontro ravvicinato con la morte.
Ogni tanto ci si scontrava con le bande dei pochi altri palazzi. Generalmente a distanza, con sassi tirati a parabola, a mo’ di tiro di mortaio. Raramente gli scontri erano ravvicinati e in uno degli ultimi in cui, ancora piccolo, fui coinvolto, venni salvato dai fratelli Benincasa, del quinto piano della scala C, che letteralmente mi sollevarono e correndo mi trascinarono via dagli ultimi calci e dai primi sassi che iniziavano a cadere intorno a noi in fuga.
Ma noi avevamo la nostra arma segreta: Marcello.
Abitava al quarto piano della mia scala. Era il terzo di tre fratelli ed una sorella, di cui il più grande non sarebbe sopravvissuto all'epidemia dei primi anni '80. Era portato naturalmente per la rissa. Aveva una faccia sporca da boxeur già da piccolo, sempre segnata. Un piccolo naso a patata e uno sguardo poco intelligente su una voce chioccia, con una zeppola marcata nel parlare, accentuata dalle insicurezze verbali. Con un perenne finto sorriso alla Joker. Si eccitava alla vista del sangue che amplificava la sua cattiveria nel picchiare. Il suo punto di forza era la testata con la quale metteva subito fuori combattimento il suo avversario in quei testa a testa tra galli che erano i confronti/scontri dei più duri. Ricordo di una nostra trasferta di pallone ai giardinetti della basilica di San Paolo, quella che in quegli anni Bertolucci aveva appena filmato nel suo La commare secca di Pasolini, portato più che per le sue dubbie capacità calcistiche, per la sua tranquillizzante presenza, per noi, quando ci si allontanava dai territori sicuri. Tornammo vincitori. Sfottenti e cantanti su coloro che ci avevano sottovalutati.
E una volta mi graziò. Non ricordo per quale motivo ebbi a contendere qualcosa con lui. Fu forse durante o a ridosso di quelle periodiche miniolimpiadi che organizzavamo per evadere la monotonia delle infinite sfide a pallone e che essenzialmente si riducevano a contestatissime gare raffazzonate di salti lanci e corse. Feci orgogliosamente il finto sicuro ma dentro tremavo. Probabilmente anche fuori perche lui mi guardò con quel suo sorriso da eroe negativo dei fumetti e dandomi una spinta mi allontanò, con la falsa misericordia di chi non vuole sparare sulla croce rossa.
Poi c’era la befana aziendale. E per mesi si giocava con gli stessi giochi. La cerbottana multipla, il fucile ad elastico, le biglie venivano immediatamente sostituite da plotoni di fucili Bengala i più fortunati, Bengalino i meno. Io ero tra i secondi. Ma anche il Bengalino aveva la sua efficacia e ne ebbi prova in pochi giorni. Funzionava con capsule di gomma rosse che non osavo sparare addosso ai miei compagni per le minacce con le quali i miei mi avevano terrorizzato. Finché un giorno incontrai Mauro, un riccio robusto futuro endrixiano, ora factotum in una rivendita all’ingrosso di piccoli e grandi elettrodomestici, imprenditore incerto di se stesso. Anche lui viveva nella mia scala al sesto piano, di fronte a Franco, quello presente nella funesta “fuitina” al laghetto della marana. Era più grande di me di un paio di anni circa, con un padre aspirante “vitellone” che, quando attraversava il cortile con divisa e borsa da tennista, sembrava uscito da un film di Risi. La madre, amica della mia, mi affidava a lui come un fratello minore. Mauro mi chiese in prestito il fucile per provarlo. Si mise in piedi, dietro le stretta entrata del cancelletto che introduceva al giardinetto in discesa e puntò il Bengalino verso le paffute cosce scoperte dai calzoni corti di Ernesto, della scala B, passato presente e futuro da nazifascio/leghista/razzista, che tomo tomo ci veniva incontro sorridendo e ciondolando sulla sua già evidente obesità. E sparò. Fu un attimo. Ernesto si piegò strillando verso la coscia dove un visibile rossore colorava la sua carne. Anche di fronte al dolore senza motivo, la sua natura gregaria lo faceva succube di chi riconosceva, nei valori della strada, in una posizione gerarchica superiore alla sua. E fece pippa.
Su quel muretto di via Alessandro Severo 71a, come migliaia di altri ragazzini in migliaia d’altri muretti nelle città italiane, passai dalle figurine ai giornalini e da questi alla chitarra che, su quella lastra di travertino fredda d’inverno e rovente d’estate, imparai a torturare torturandomi.
Quando gli ormoni iniziarono a circolare in maniera massiccia, ampliammo il territorio. Prima verso la Cristoforo Colombo, inaugurando la pazza cantina condominiale di via Giustiniano Imperatore, nell’enorme palazzone rosso a doppia U contrapposta, dove allestimmo in un grande locale sotterraneo, la prima isola della nostra sopravvivenza quotidiana. Umida oasi in cui allestimmo stereo, sala da ping pong e salone per le nostre prime feste autoprodotte.
La comitiva era quasi tutta composta dagli adolescenti del palazzo di via Alessandro Severo 71a, pochi altri dei palazzi intorno. Come Paolo il “pesce” (per una storia inenarrabile di un pesce vinto al luna park dell’Eur, in una gita domenicale, metafora dell’incomunicabilità tra esseri, ma nella fattispecie, tra il genere femminile e maschile), inquilino nello stabile in cui si trovava la “nostra cantina” e grande faccendiere per la permanenza sostanzialmente abusiva nei locali.
Paolo cantava. Grosso di corporatura. Cassa toracica imponente. Primi accenni di barba lasciata crescere ondulata sotto una capigliatura nera fluente. Aspetto da anarchico ottocentesco con occhialini alla Cavour spessi come fondi di bottiglie per la sua grave miopia. Aveva, insieme ad una bella voce da tenore, aspirazioni artistiche assecondate dal padre. Andava dall’insegnante di canto e possedeva una elaborata tastiera che guardavamo con cupidigia. Da lui scoprii il De André di Tutti morimmo a stento e di Senza orario e senza bandiera, che molti ancora oggi pensano sia solo una incisione dei New Trolls. Ricordo nella sua stanza un primo ascolto di Abbey Road, da lui appena comprato, insieme a Mario, della scala B, mingherlino, ottimo centrocampista, controllo di palla e finta di corpo carioca, baricentro basso alla Capello, con radi capelli lunghi e ondulati che continuamente lisciava sulla fronte in una specie di riporto appiccicoso che evidenziava il suo naso aquilino. E insieme a Giuliano, della scala A, affascinante e simpatico dandy beatlesiano, leader consapevole del gruppo. Seduti in fila su quattro sedie in mezzo alle due casse poggiate sul pavimento, ci immergemmo alla scoperta del suono più pulito mai ascoltato finora dai quattro baronetti. L’anno prima, intorno al Natale del '68, avevo perso ogni dignità sul pianerottolo della sua casa al quarto piano di via Giustiniano Imperatore, dove lo avevo inseguito e pressato per farmi prestare White Album uscito da pochi giorni. Allora non c’era quella fruibilità musicale di cui godiamo oggi quasi senza accorgercene. Quel genere di musica per ascoltarla bisognava avere i soldi per comprarla o qualcuno che te la prestasse. Non girava tra le scarsissime trasmissioni radiofoniche. Per non parlare della tv a due canali.
Ma fu solo quando casualmente, di amicizia in amicizia, allargai la conoscenza ad altre porzioni di quartiere ed entrai nella Garbatella, che il mio rapporto con il genere femminile iniziò. In quello che senza saperlo era il mio primo cambio pelle lontano da via Alessandro Severo 71a, dalla quale, insieme alla mia giovinezza, mi allontanai senza mai più voltarmi.
Non li rividi praticamente più.
Una volta, con me già coinvolto ed assorbito dal ciclone del '77, rividi Gianfranco della scala C. Secondogenito di quattro maschi; tra cui Claudio, il maggiore e mio coetaneo: basso con torace da pallanuotista, bel viso con due sopraccigli alla Batman, sguardo intelligente e perverso, improbabile pittore nella sua cantina di inaspettate e stupefacenti madonne leonardesche, impensabili per quello spicchio di periferia. Incrociai Gianfranco, fisico più leggero e forse meno personalità o intelligenza del fratello maggiore, mentre uscivo dal cancelletto del 71a alla fine del giardinetto in salita. Lui, in conversazione con altri suoi amici, era poggiato a sostenersi con un piede solo sul nostro basso muretto. Appena dopo che con un cenno della testa ci eravamo salutati e gli davo già le spalle, forzò il tono della voce con qualcosa del tipo “... fa bene chi se butta in politica... e... le fa da sinistra...”. Mi sembrò chiaramente un allusione. Io in quel periodo ero diventato necessariamente paranoico. Ma il modo in cui lo disse, con la sottolineatura accentata come a far capire agli altri di riferirsi a chi ti sta in quel momento incrociando, tecnica che mi trovai a praticare nei primi anni di vita impiegatizia, sintomo primario del dissociamento relazionale oltre che mentale, non ammetteva dubbi.
Pochi anni dopo, al mio ennesimo cambio di muta, durante il quale il “rompete le righe” mentale confinava pericolosamente con lo straniamento individuale, tutti cominciarono a sapere. Libri, film, serial televisivi e comici li avrebbero immortalati nell’immaginario collettivo degli italiani.
Nella realtà della "fiction" Marcello era diventato il “Bufalo”, Gianfranco un suo luogotenente.

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