“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Sándor Márai

Giovedì, 22 Maggio 2014 00:00

I girasoli

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Percorrevano una strada di campagna perduta tra distese di girasoli, Silvia più avanti, ritta sui pedali a far mangiare la polvere a Grazia che poco più dietro arrancava sudata e impolverata, gli occhi spesso rivolti alla strada percorsa che svaniva dietro le impercettibili curve di quella strada infinita bruciata dal sole, correvano tra il mare sterminato dei fiori, curvati da una leggere brezza che spirava da un mare remoto, come fosse solo un ricordo, la polvere si alzava e come una bruma color ocra cancellava l’orizzonte alle loro spalle.

Grazia si portava spesso la mano alla fronte sudata, i capelli neri le ricadevano grondanti sugli occhi, la coda svolazzante legata con un fermaglio giallo le frustava le spalle abbronzate, avevano passato l’ultimo paese un’ora fa, le sembrava di essere in un mondo a parte dove l’unico elemento fossero i girasoli che danzavano al vento, un’ombra le oscurò il bel viso mentre fissava le belle gambe di Silvia che incurante della fatica si lanciava in avanti come a fuggire da qualcosa.
Sembra quasi che voglia lasciarmi indietro, persa in questa indefinita nebbia che nasconde i tuoi passi, ad ogni curva scompare quel che hai compiuto e abbandonato come cosa che non ti riguarda più, e tutto ciò che sei è davanti a te, lo insegui piegata, le ginocchia strette serrate al manico, le mani che scivolano sudate dai manubri luccicanti. Voleva dirlo a Silvia che la vita le stava fuggendo via dalle dita, come pioggia strappata dal vento alle foglie dolenti, goccia dopo goccia, ma lei non la poteva sentire anche se avesse parlato e si fosse avvicinata fino al suo piccolo orecchio arrossato e le avesse sussurrato piano… ho paura che tutto si cancelli e che nulla resti, che non resti traccia di me e di te, e dei nostri ricordi e del nostro odore e dei pensieri anche più stupidi, e di questa giornata, e dell’odore di gomma bruciata, e della terra corrotta che fermenta sotto questi campi.
Le ruote giravano male, sempre più lente, i pedali cedevano alla lenta ma inesorabile e interminabile salita, una pendenza appena pronunciata, non percepibile alla vista ma la sentivi nelle gambe sempre più pesanti, e a quel sole a picco, che sembrava essersi fermato nella stessa posizione e sembrava bruciare sempre di più, come se il tempo si fosse fermato e il sole si stesse avvicinando lentamente alla terra.

 

Il vecchio morente fissava il disco rosso fermo da ore nell’angolo estremo della finestra, il sudore gli colava giù a rivoli, come sangue si era rappreso sotto il mento e formava grumi neri negli interstizi della sua pelle grinzosa. Giaceva nel letto umido dei suoi umori e dei suoi escrementi. Appena sveglio, sollevate le stanche palpebre, pesanti di una notte malsana, aveva capito che sarebbe morto, la luce di un sole freddo e impietoso lo scrutava e lo metteva a nudo senza scaldarlo, nuda verità di una vita che lo stava lasciando. La sera prima di coricarsi aveva seguito i suoi consueti rituali e gli scopi di una vita semplice e circolare, ma qualcosa non aveva seguito il solito corso, la mano tremante aveva sparso lo zucchero attorno alla tazza di camomilla, l’imposta della finestra della sala aveva sbattuto senza ritegno e motivo, la luce tremolante del caminetto si era spenta e poi riaccesa, segni che qualcosa era passato e che al mattino avrebbe richiesto il suo pegno… noi non siamo soliti indagare nei misteri della natura, la seguiamo e ci inchiniamo ai suoi voleri senza chiedere spiegazione, essa ha le sue ragioni che ci sono oscure, la vita esegue un cerchio, ma non è mai perfetto e presto o tardi la tensione si spezza e tutto va in frantumi, ogni sera seguono gesti ricorrenti e rituali ma non sempre, a volte qualcosa si inceppa nella memoria e affiora una dissonanza, così che quella sera, coricandosi, seppe che al mattino sarebbe morto, benché non vi fossero segni evidenti che tutto ciò sarebbe accaduto, tuttavia ne era certo e la sua certezza era riposta in quelle note distorte, come lo strumento che si scorda e poi torna accordato, segno sinistro della rovina futura prossima del musicista. Si era lavato con l’acqua ghiaccia come ogni sera, dal bacile antico di terracotta venato e sbreccato, si era mondato di ogni sozzura quotidiana, e aveva messo i panni stesi ad asciugare sulla stufa. La severità della propria esistenza era una specie di pannicello caldo sulla fredda carne. È un albero che ha antiche radici. Scrutò nel buio che si stava facendo, il tramonto era freddo e distante. Le radici ghiacceranno ma l’albero vivrà perché ha imparato a sopportare il gelo mentre le radici dormono. La carta non tura più gli spifferi. Domani, se avrò forza li turerò di nuovo o forse no, tutt’a un tratto mi sento così stanco.
Si coricò pesantemente dopo aver versato la camomilla, la tenne sul basso comodino accanto al letto. Tirò a sé le coperte e il plaid pesante di lana grezza. La luce si spense e rimase nel buio a occhi aperti aspettando che il sonno venisse a prenderlo. In altri tempi avrebbe scorto la luce sotto la porta… Rachele in cucina che rammenda al fioco lume, una tazza di brodo caldo solleva volute di vapore, la stufa che nel silenzio bofonchia, i panni che asciugano lentamente e che saturano di vapore caldo la casa e che poi si raffredda e resta addosso come antico malsano sudore. Rachele e i suoi colpi di tosse che la scuotevano dapprima debolmente poi con il progredire della malattia sempre più violentemente. Come un albero battuto per far cadere le ciliegie. Un albero alto, rami curvati dal peso dei frutti rossi, meniamo i bastoni forte, mi guida la mano del padre, il bastone pesante trema nella mia mano poi si abbatte e una cascata di ciliegie cade su tutti noi, cadono dal cielo pesanti come grandine, le raccogliamo nei grembiuli macchiati di rosso. Il sangue si confonde col succo e così Gioacchino lo perdemmo di vista mentre versava quei fiotti rossi dal naso. Si accasciò e collassò. Lo vedemmo riverso a terra, lo portammo via sul carretto e alla sera quando stava meglio ebbe una doppia porzione di torta. Disse che aveva visto lontano, che aveva visto dove la luce va a morire, ridemmo di lui e dopo al buio io gli chiesi dov’è andata la luce e lui disse che non se n’era andata, era il suo trucco, si nascondeva ma era tutta attorno a noi, sempre.

 

La strada non porta da nessuna parte, non stiamo andando da nessuna parte, siamo ferme. Silvia arrestò la bicicletta e posò le mani sulle cosce abbronzate. Il sole è sempre fermo al solito posto e il nostro sudore si è rappreso. Mi chiedo se siamo ancora vive.
Silvia rise, la sua voce era ovattata, come soffocata, la sua risata cristallina sfiorava appena i lobi di Grazia come il cinguettio funesto di un passero morente. Tutto era smorto, gli uccelli lontani che svolazzavano senza scopo, come impazziti. Qualcosa aveva perduto senso, si guardarono smarrite. La sera prima avevano fatto l’amore, oggi era come se si guardassero e scoprissero per la prima volta, si sentivano perdutamente lontane, come frammenti di stelle che hanno incrociato per un istante, lungo milioni di ere, e che aumentano all’infinito la loro distanza, e sanno con certezza straziante che non si toccheranno più, e che il freddo sempre più le avvolgerà negli abissi del cosmo, sempre più buio, e deserto, e gelido. C’è qualcosa di strano, disse Grazia toccandole la mano adagiata sulla coscia madida di sudore, c’è silenzio e l’aria è ferma. Sta accadendo qualcosa.
Lontano, perduta in mezzo alla vastità dei campi, scorsero una casa contadina, il comignolo sbilenco non emetteva fumo, una pallida luce occhieggiava da una finestra larga.
Osserva i girasoli, disse Silvia.

 

L’uomo moriva dentro di sé, ma fuori restava dolorosamente vivo. La luce restava sospesa sopra di lui, ogni linea del corpo morente veniva esaltata e bruciata, il sudore sfrigolava sulla sua pelle bluastra. Gli occhi si seccano, la lingua cade fuori dalla bocca priva di denti, tutto dentro si rovescia fuori. Da piccolo vidi mia nonna morire e ne ricavai il senso di un’amarezza dolciastra. Morire con dolore dobbiamo perché sembri abbandonare la nostra vita un duro distacco, con dolore veniamo al mondo e con dolore dobbiamo lasciarlo. Così parlò il prete nell’ombra della stanza, ricordo l’ombra in un giorno di sole, fuori il chiasso dei bambini che si spegneva nella calura. L’aria immota e soffocante stagnava su tutti noi. Sedevo accanto alla mamma che straziata fissava nel buio. La sua mano giocava con la collana del rosario, le dita scorrevano i grani, mentre i suoi occhi scivolavano nel buio, io guardai in quel buio e ci rimasi dentro per un po’.
I muscoli erano morti, non sentiva più le gambe e un torpore senza calore lo invadeva fino al collo che rimaneva fuori dalle lenzuola umide. Secco e tormentato come una vigna arsa dal sole. Le mani a fatica riusciva a sollevare un poco ma mai sarebbe riuscito a sollevarle fino al bicchiere d’acqua che ora agognava, la bocca arsa da una sete bestiale. Un topo scivolò nella stanza, si aggirò furtivo negli angoli annusando e rovistando, poi si arrampicò sul letto del vecchio e senza alcun timore, quasi sentendo il puzzo della morte che lo stava ghermendo, zampettò su e giù, mangiucchiando i rimasugli di briciole della colazione che trovava, e insetti che erano andati a morire sul davanzale sopra il letto, si avvicinò al viso del vecchio, un grosso topo nero, con una coda verminosa lercia, digrignò i denti davanti alla bocca alitandogli dentro il suo fetore di fogna, poi tornò sui suoi passi e scomparve.
Nell’età in cui mi aggiravo inquieto, alto e solenne, talvolta, o come un pazzo bavoso, più spesso, lo sguardo basso, i pensieri attorno che roteavano come sistemi solari, tutto ruotava e l’ombra mi seguiva laddove la luce mi scaldava poco, i campi erano per me la vastità di un mare agognato e mai visto, la brezza marina arrivava e accarezzava i girasoli e li conduceva a me docili, come onde frantumate sulla scogliera, infinitesime gocce, vaporizzate, mi avvolgevano i profumi che portavano, di miele, api ronzanti, erbe aromatiche e il sentore sotto avvertibile del mondo imputridito su cui crescevano e moltiplicavano.

 

C’è qualcosa di sbagliato in questi girasoli, disse Grazia. Lei li guardò distesi sotto il sole che splendeva alto e basse nuvole bianche e sfilacciate, circondati da filari di pioppi all’orizzonte, e non vide nulla di sbagliato.
Non c’è nulla che non va in questi girasoli né in questa magnifica giornata.
Non li hai osservati bene, spesso ti capita, volgono le spalle al sole, non può accadere, c’è qualcosa di innaturale qui all’opera. Qualcosa che mi spaventa.
Silvia li osservò e poi scosse le spalle, fissò la casa in mezzo ai campi, avvertì il battito del cuore di Grazia che la scrutava come se la guardasse nell’anima.
Non c’è nulla che non va, disse Silvia dopo un po’, il silenzio opprimente e il caldo rallentavano il tempo, lo dilatavano facendo sembrare eterni quegli attimi di smarrimento. E’ solo la morte al lavoro, concluse. Tutto muore, tutto finisce.
Grazia finse di non udire, si avvicinò ai girasoli, ne toccò uno che oscillava sopra il sentiero facendole ombra a tratti sul viso. E’ come se scegliessero tutti di morire, come se rifiutassero la vita, si ribellano, volgon le spalle, risentiti, amareggiati, confusi, storditi, come se qualcosa li avesse scossi fino al punto da rinnegare se stessi, la propria natura, è così triste, sembrano desolati, curvi nel loro inconsolabile dolore. Qualcosa li ha turbati e nulla potrà consolarli.

 

Il vecchio consumò i suoi ultimi istanti ricordando il profumo del latte appena munto, la stalla odorosa di merda di vacca ed erba appena tagliata, la nonna sullo sgabello malmesso che si puntellava tra cumuli di stallatico, le mammelle bianche e gonfie che sprizzavano il latte, il secchio che si riempiva lentamente, il sole che faceva capolino tra gli scuri alzati, i rumori della campagna che si risvegliava, il cane che abbaiava alle galline inquiete spaventate dalle faine durante la notte, la mamma che affettava il pane in cucina e apriva le conserve, l’acqua che scorreva nei canali, vivace e fresca, lambiva i canneti dentro cui si rifugiavano le rane, i cani che li inseguivano lungo la strada abbaiando feroci e poi rinunciavano stanchi, ancora satolli dei resti del maiale, la pioggia d’ottobre e l’odore forte delle cantine, il sapore del mosto, i rumori furtivi dei topi nel buio della cantina, l’arrivo del temporale estivo, l’orizzonte cupo e i campi spettinati dal vento, la sorella malata di febbre, il caldo opprimente della stanza, i suoi deliri che ascoltava spaventato nel letto vicino, il carro dei vicini stracolmo di fascine per legare la vite, i ragazzi che facevano chiasso sulla sommità del fienile e tiravano sassi ai gatti pigri che si stiracchiavano sull’aia, le piogge che allagavano i campi e rendevano torrenti le strade, i girasoli che ondeggiavano al vento, gli spari dei cacciatori al mattino presto, anatre in volo, il nonno ubriaco a San Giovanni che quasi cadeva nel falò, il primo bacio a Rachele nel buio, accanto ai tralci pesanti di uva nera, la prima volta che vide il mare in viaggio di nozze, le notti d’amore, la sfrontata timidezza di lei che lasciava cadere con gesto studiato la sottoveste ma restava con le mani sui seni che traboccavano, la luna che occhieggiava i loro corpi non belli intrecciati nella passione, il pianto dei figli con le donne nella stanza, lui fuori nell’aia a fumare nervosamente la pipa, le morti e le nascite che si alternavano costanti in un gioco amaro e bellissimo che sembrava non avere mai fine, l’amarezza dei giorni andati, delle ore perdute per sempre a raccontarsi i ricordi e a inventarli, la morte di Rachele, lenta e costante, terribile da vivere ogni giorno, ombra maligna sopra la sua testa, a cancellare i suoi sorrisi, a spegnerla giorno dopo giorno, finché non rimase più niente e la dovette seppellire accanto ai figli, le ore infinite e tetre dei suoi ultimi anni, il mondo che svaniva sempre di più, la notte sempre più vicina, gli occhi di Rachele, la morte del babbo nei campi sotto il sole, il giorno che cadde nel fosso e vide un martin pescatore afferrare un pesce a pochi passi da lui  e poi volare via, il raccolto perduto e guadagnato, la fame, la sete, l’amore, la bocca di Rachele e tutto che veniva portato via…

 

Osserva i girasoli, disse Silvia, e poi voltarono le biciclette e svanirono come fantasmi all’orizzonte della cupa campagna. Nulla si lasciarono dietro, e nessuna traccia della loro presenza rimase, cancellate da un vento dispettoso. Il buio scese rapidamente, tutti i rumori tacquero, i girasoli dolenti piegarono la testa, l’uomo spirò.

 

 

 

 

NB. Immagine di copertina: Marina Nobili, Paesaggio con girasoli

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