“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Martedì, 09 Luglio 2013 08:29

Il Vampiro (Versione 2.0)

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Scosta piano la tenda e il suo volto bianco appare dietro il vetro, la luce è come uno schiaffo sulla faccia, un sole sporco di pulviscolo filtra i raggi, nel riflesso del vetro un’immagine vaga, luce crudele, pelle appassita bianca e smorta, Valeria richiude la tenda, il buio nasconde le cose, la notte è pietosa, la notte è buona papà la notte riesce a dormire e la tormenta meno… ma che pensa, papà non la tormenta affatto, povero papà… da quando è caduto a letto malato la sua vita è tutta dentro quella stanza, e la sua in quella casa spenta, povero papà, la sua vita confinata in una malattia, l’attesa della fine, e che arrivi lenta e meno dolorosa possibile… oppure che arrivi in fretta e non ci pensi più… ma povero papà, speriamo che guarisca, un miracolo è sempre possibile…

Il povero papà che comincia ad urlare,Valeria! Dove sei Valeria! Un’ombra di disperazione nella voce velata dall’impostura e dal catarro, l’imperio del male.

Eccomi papà, arrivo subito, un attimo di pazienza, si lascia sfuggire uno sbuffo di fastidio, un tenue soffio di vento che le scompiglia i capelli, un alito di libertà, anelito di un profumo di nuovo e di bucato che viene dalle lenzuola stese.

Valeria appoggia la fronte allo stipite duro e freddo, è stanca, povero papà… da quando è caduto malato lei vive giorno e notte accanto a lui, in fondo è l’unica persona che ama, glielo dice sempre che lei è l’unica persona che ama più di se stesso, e non potrebbe vivere senza di lei, ma io potrei vivere senza di lui, oh sì che potrei e ne avrei ben donde, eccome, si morde la mano finché il dolore non la desta, si mortifica ogni giorno, ogni giorno tormenta la sua carne, punisce i suoi stanchi pensieri,

In piedi accanto al letto, sente il padre che le chiede con tono accorato dov’eri piccola mia, ho la gola secca, senza di te tesoro come farei,

Lo so papà, senza di me non potresti vivere, eccoti l’acqua, no non berla così in fretta, oh si è versata sul letto, ora dovrò cambiarti le lenzuola, è scocciata ma maschera tutto, si trincera dietro un sorriso vitreo, le labbra tirate, stanche pieghe ai lati della bocca secca che imitano un sorriso,

E sente il povero padre che le dice che non fa niente, che sopravvivrà, e che cosa vuole che sia un po’ d’acqua fredda versata su questo corpo inerme,

Hai ragione papà è meglio che ti cambio subito le lenzuola o prenderai freddo, ecco devi sollevarti un pochino, scusami se ti faccio male ma se mi aiuti un po’ riesco meglio, oh hai ragione sei molto debole, ti avevo detto di bere piano,

tanto se poi sporchi ci sono io che pulisco tutto, e devo farlo perché altrimenti mi sentirei in colpa, perché tu mi fai sentire in colpa… ma che penso… povero papà, tu sei così malato e io penso cattiverie giorno e notte accanto a te, benché io trovi un minimo di quiete, benché io possa ardentemente placare un poco questa sete di vita che mi opprime,

Hai ragione papà, avevi tanta sete, colpa mia che non ti ho fatto bere abbastanza, mi dispiace,

Dice che non importa, con le labbra secche pietosamente tirate, ah se non ci fossi tu io che farei, sei così buona e premurosa, non come tua madre, quella strega che mi ha abbandonato nel momento più duro, ma tu non lo farai tu sei buona, sei un angelo, il mio angelo,

Oh non dire così, io non sono un angelo, sono solo una ragazzina che vuole tanto bene al suo papà, ora riposati che ti vado a preparare la colazione,

Papà non mangia più cose solide, perché gli danno fastidio alla gola, anche se il dottore dice che potrebbe mangiarle, che è solo un fatto psicologico, che potrebbe deglutire benissimo, così deve fargli pappine, semolini e pasta in brodo piccola, anche se lui si lamenta che mangia cose da vecchio e che gli piacerebbe tanto mangiare un po’ di carne o un piatto di pasta, se lei solo avesse la pazienza di sminuzzarla e di imboccarlo e di aiutarlo a inghiottire ogni boccone idratandogli la bocca con uno spruzzino, solo che così il pasto sarebbe infinito e spossante e avrebbe poco tempo per badare alle altre cose, alle cose di papà perché per lei non c’è mai tempo, per questo Luca l’ha lasciata due mesi fa, ma d’altronde meglio così, disse, quel Luca era un buono a niente, sì meglio così Luca era troppo attaccato al futuro, progettava una vita lontano da tutti, lontano da papà, crudeltà inaudita progettare qualcosa nell’auspicio di un decesso, la morte come liberazione, la malattia come colpa, e abbandono,

Ecco papà, ti ho fatto un po’ di pasta in brodo, e poi c’è del purè con una salsina speciale che ti ho preparato stamattina,

Oh Valeria tu sei un angelo, ma mi fai sempre queste pappine, lo so sono noioso,

No, papà non dire così, hai ragione, dovrei cambiare un po’ il menu, se solo riuscissi ad inghiottire ti farei dei bei manicaretti,

Già, lo so, guarda come sono ridotto, non riesco nemmeno a inghiottire, sono come un vecchio rincoglionito,

No, ma che dici, non volevo dire questo papà, tu sei forte e ancora giovane,

Il brodo mi sembra troppo caldo, lasciamolo un po’ freddare, raccontami qualcosa Valeria,

Cosa posso raccontarti papà,

Come vanno i tuoi studi?

Eh, insomma, faccio un po’ fatica, non riesco mai a trovare il tempo,

perché appena mi metto a studiare tu mi chiami, mi implori, e io devo lasciare tutto perché sembra che stai per morire e invece… il respiro così rantolante si placa e io sento un tuffo al cuore e non vorrei sentirlo perché non è affatto gioia ma un riluttante senso di sconforto,

Oh ma che disgrazia che sono diventato per tutti e due, come vorrei tanto andarmene al creatore e lasciarti in pace una volta per tutte, questo mio corpo disgraziato,

No, papà non fare così, non sei tu che mi impedisci di studiare, sono io che non sono tanto diligente e ordinata,

Sei sempre stata così brava, forse è quel tipo là che ti distrae, come si chiama?

No, Luca non c’è più, mi ha lasciata,

Meglio così piccola, quel Luca non mi sembrava un tipo a posto,

Forse hai ragione, papà,

Luca mi voleva bene, diceva che voleva portarmi via, portarmi via, via via, come suona consolatoria questa parola e come mi sento terribilmente crudele mentre godo nel pronunciarla via da qui, via da questa prigione malsana,

Tu resterai con me, piccola mia, io e te siamo inseparabili, tu non sei come tua madre,

Mia madre, già, non dice mai mia moglie, specie quando deve parlare male di lei, povero papà, quanto ha sofferto,

Ora mangia il brodo, è tiepido, se diventa freddo non è buono,

Va bene, dice, ma tanto non è buono lo stesso, sorride mentre comincia a suggere,

Papà sugge il brodo come se fosse fatto con escrementi, invece è un ottimo brodo di gallina, Valeria è un’eccellente cuoca e non trascura mai i dettagli quando cucina, non le importa se papà non apprezza il cibo che lei cucina con amore e dedizione, lui è troppo malato per accorgersi dei sapori e di quanto affetto passi nei sapori e negli odori dei suoi piatti, che invece Luca apprezzava molto,

Quando papà finisce di mangiare Valeria toglie i piatti, pulisce e poi gli porta il caffè decaffeinato, papà si lamenta che vorrebbe il caffè normale ma il dottore si è raccomandato di non darglielo, il suo fragile cuore non reggerebbe a dosi troppo alte di caffeina,

Valeria mia, questo caffè è imbevibile,

Perdonami papà, ma il dottore si è raccomandato tanto di non servirti il caffè normale,

Lo so, ma uno solo, ogni tanto che male mi può fare,

E va bene papà più tardi ti preparo un caffè normale, magari te lo allungo un po’,

Sei un tesoro Valeria, un tesoro, ma ora vai di là? Non resti a farmi un po’ di compagnia?

Ma papà devo badare alla casa, ho lasciato un mucchio di cose arretrate,

È perché non sai ottimizzare piccola, l’ottimizzazione è tutto, per questo in azienda sono diventato un leader, perché sapevo ottimizzare il tempo, non un secondo sprecato, mentre mi lavavo i denti ascoltavo la segretaria che mi recitava l’agenda ad esempio, e quando andavamo in giro la domenica, mentre tu e mamma mangiavate il gelato io scrivevo una relazione per l’indomani,

Lo so papà, so quanto eri bravo,

per questo mamma se n’è andata,

Imparerò ad ottimizzare papà, ma da domani, oggi non posso proprio,

 

Non aveva torto Valeria quando diceva che aveva un mucchio da fare, forse ha anche minimizzato per non far sentire di peso papà, ci sono un sacco di cose da fare in una casa, solo chi non se ne cura non ne ha idea, e papà non se n’è mai dato cura, diceva che mamma non brillava come donna di casa, che non sapeva ottimizzare il tempo, solo che in una casa bisogna pulire, bisogna mettere a posto ogni cosa, perché le cose fuori posto si accumulano e se non governi presto ti ritrovi nel caos, ci sono i panni da lavare, quelli da asciugare e quelli da stirare, che poi vanno riposti, ci sono i piatti, le pentole, bisogna fare da mangiare e andare a fare la spesa, e poi c’è la manutenzione, ed ogni piccolo capriccio del papà malato richiede impegno e dedizione, dietro un caffè ad esempio ci sono parecchie azioni da compiere: pulire la caffettiera, mettere su il caffè, attendere che il caffè salga (si potrebbe ottimizzare l’attesa ma in questi casi si rischia che il caffè bruci e papà se il caffè è bruciato si lamenta anche se è per via dell’ottimizzazione che il caffè è bruciato), bisogna versarlo nella tazzina, versare lo zucchero e mescolarlo perché papà non è in forze per girarsi il caffè da solo, bisogna portarlo e attendere che si raffreddi un poco, ma non troppo perché il caffè freddo non è buono e papà è molto sensibile ai difetti delle cose e delle persone, e poi bisogna riportare la tazzina in cucina, lavarla, asciugarla e rimetterla a posto, e tutto questo ruba tempo, tempo per la casa e per papà perché per Valeria di tempo non ne avanza mai,

Valeria ha molte preoccupazioni che nasconde a papà, domande sul proprio futuro suo non del papà, perché un giorno il futuro di papà troverà finalmente il suo orizzonte e lei resterà sola con un orizzonte troppo lontano e vago, e non si parla di questo mai, se lei non ha modo di laurearsi perché incapace di ottimizzare il poco tempo che le resta alla sera quando è stanca morta e gli occhi sono troppo pesanti per restare aperti e vigili sui libri, che cosa farà Valeria quando papà sia pace all’anima sua andrà al padreterno, che cosa ne sarà di lei, avrebbe voluto tanto laurearsi in medicina, diventare una dottoressa ma se non riesce a concludere gli studi dovrà cercarsi un lavoro qualsiasi e così sia, in fondo ogni lavoro è dignitoso e tutto sommato a vent’anni si può rinunciare ad un sogno o ad una vocazione per amore di papà,

 

Valeria! Valeria!

Il lamento del papà angosciato e angosciante irrompe nella grigia e monotona giornata di sempre di Valeria, Valeria lascia quel che sta facendo, un piatto che sta sgrassando con energia scivola nel lavello e si scheggia, non ha tempo per contemplare il disastro e neppure per biasimarsi deve accorrere al capezzale di papà che sta correndo un grave pericolo visto il tono drammatico del suo grido accentato di disperazione e di senso di abbandono e di perdute speranze e attese, povero papà, ha paura di morire e al tempo stesso vorrebbe tanto morire, che strana combinazione di opposti, certo finirebbe il suo tormento…

Valeria accorre preoccupata, forse il caffè aveva un eccesso di caffeina, forse non lo ha allungato abbastanza e non potrebbe perdonarsi mai di aver commesso una simile trascuratezza anche se altri potrebbero pensare che tutto sommato il papà andandosene avrebbe smesso di soffrire e di negare a lei di vivere la sua vita piena e serena, cose che poteva pensare l’ex fidanzato di Valeria o il dottore che le ha raccomandato di non esagerare con il caffè e lo ha fatto più volte, con insistenza come se volesse invitarla a… ma cosa sta pensando, Valeria smettila, cacciati dalla testa questa orribile idea…

Papà che c’è,

il padre sembra morto, ha un volto terreo, gli occhi chiusi, la fronte rivolta al nudo soffitto, sembra uno di quei moribondi dipinti in certe stampe del settecento,

Valeria, Valeria mia…

La voce esce affannata eppure limpida, chiara,

Ho creduto di andarmene, davvero, mi sono sentito mancare, e non volevo farlo senza vedere per l’ultima volta il tuo caro viso, Valeria mia adorata,

Ora stai bene però,

Sì Valeria, sto bene, era un falso allarme, perdonami se ti ho strappato alle tue cose, quante cose più importanti hai da fare invece che badare tutto il giorno ad un povero vecchio malato,

Sollievo, lei prova sollievo e gioia, non può che provare questi sentimenti Valeria, eppure…

Sono contenta che stai bene papà, allora posso tornare alle mie cose, che poi sono le tue cose caro papà, io non faccio che occuparmi di te anche quando non mi vedi e se mi vedessi sempre qui accanto al tuo letto io non potrei davvero occuparmi di te come faccio incessantemente,

 

Valeria torna alle sue cose, torna ai piatti da lavare, ai panni da stirare, che sono sempre tanti perché papà odia sentire addosso gli stessi panni tutto il giorno e vuole essere cambiato due volte al giorno che altrimenti si sente uno squallido vecchio malato di quelli abbandonati negli ospedali da parenti affaccendati in altro che occuparsi di un loro vecchio, che irriconoscenza,

delusione, era delusione, non  sollievo, è inutile che ti inganni…

È l’ora del caffè serale, Valeria è stanca, prepara la moka con la stessa dedizione con le stesse accortezze che il padre le ha insegnato, lava bene la macchinetta in tutti i suoi componenti, il filtro soprattutto va lavato per bene, bisogna che non vi sia più nessun sentore del precedente caffè, poi fa asciugare le parti superiori, aggiunge l’acqua nel serbatoio, appena tiepida e al giusto livello, non un millimetro di più o in meno, e poi dosa il caffè, di solito lo riempie a metà senza schiacciare, ma papà lo vuole un pochino più forte e allora aggiunge una puntina ma è molto stanca e ha gli occhi incerti nel semibuio della stanza e poi sente tanta amarezza in bocca e nella mente, le sfugge  che il barattolo da cui preleva il caffè non è quello del decaffeinato e poi per una distrazione improvvisa un pensiero fugace ai bei momenti passati con Luca che le voleva tanto bene ed era un caro ragazzo di quelli rari ne sfugge ancora un po’ e lei non si rende conto che il caffè trabocca ormai dal serbatoio e che non è il solito caffè blando che il dottore le ha raccomandato di dare al padre, lo schiaccia ormai perduta nei dolci ricordi passati e perduti, e il caffè è tornato a riempire mezzo serbatoio, solo che ora è un caffè molto più forte e Valeria lo sa bene anche se in quel momento non ci pensa e non ci vuol pensare e procede come ha sempre proceduto, stringe bene la macchinetta, la mette sul gas, la fiamma azzurrina non deve superare i limiti della moka, le lingue di fuoco non devono mai lambire i fianchi della macchinetta, cinque minuti e il caffè è pronto, l’aroma si diffonde per tutto l’appartamento, le narici sensibili del padre hanno un fremito di gioia,

Questo sì che è un buon caffè Valeria cara, mica quella brodaglia che mi propini di solito, grazie mio angelo,

Papà beve il caffè con soddisfazione, Valeria è contenta che sia finalmente soddisfatto di qualcosa che lei ha fatto con la stessa dedizione con cui fa sempre tutte le cose per lui, non pensa ad altro in quel momento che a quella felicità fugace del padre, la felicità del bambino che mangia un cioccolatino, una felicità breve e intensa, una piccola pausa dolce nell’amarezza continua della vita, sua e di papà, povero papà,

L’infarto arriva puntuale mezz’ora dopo, Valeria chiama il dottore che accorre prontamente, quando entra si guardano appena negli occhi, Valeria li china, il dottore procede ed entra nella stanza, fa un  massaggio cardiaco e poi soddisfatto ma con un’ombra di delusione annuncia al paziente che avrà ancora tempo per lasciarci, e dà una pacca sulle spalle del padre,

La prego dottore non dia colpa a Valeria, lei voleva solo farmi felice facendomi un caffè più forte, non la biasimi, lei è sempre così premurosa e attenta, forse si è distratta un poco, succede a quell’età, si hanno un sacco di sciocchi pensieri, sua madre era ancora più distratta di lei, a volte penso che siano sorelle gemelle,

Valeria sente appena le parole di papà, è seduta in cucina e beve i rimasugli freddi di quel caffè, è sollevata e rassegnata,

Il dottore uscendo le passa accanto e le posa una mano sulla spalla senza dire niente come si fa come per consolare qualcuno di una perdita irreparabile, poi fugge da quella casa sbattendo la porta,

lasciando Valeria al suo destino, alla sua infelicità futura e presente, alla cura quotidiana e inesausta del suo povero padre malato, alla dedizione squallida e assoluta al vampiro che la depreda della sua vita e della sua speranza.

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