“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Lunedì, 22 Giugno 2015 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Paolo Graziani

Scritto da 

Artista e scrittore di alcuni volumi come L'uomo senza uomo non può essere rappresentato e Piero della Francesca e l'astrazione Paolo Graziani prima di iniziare a rispondere alle nostre domande ci tiene a precisare: "Personalmente non amo molto essere definito “artista”, perché negli ultimi cinquant'anni, questo termine è stato inflazionato, deturpato, massacrato e privato del suo vero valore, incollandolo addosso a chiunque. Mi riconosco molto di più nel termine più antico di “artifex”,  che indica un  legame più stretto al senso della perizia tecnica del mestiere, altrettanto importante, e forse più, dell’idea stessa nella realizzazione di un’opera. Questa è comunque una distinzione, ripeto, strettamente personale,  che esula dal taglio dell'intervista,  ma può  indicare un ben preciso atteggiamento".
Inizia da qui la nostra intervista.

Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
Avevo sette anni, quando inconsapevolmente e in maniera spontanea pensai di arricchire il mio presepe natalizio con uno scenario dipinto fatto di paesaggio, cielo stellato ed alcune figure che − nella mia intenzione − dovevano arricchire la ricostruzione dell'Evento natalizio. I personaggi rappresentati erano frutto delle mie scorribande di ragazzo tra i personaggi dei fumetti del momento. Oltre allo scandalo del Pievano, quando lo vide e che valutò questi lavori, guadagnai però inaspettatamente un premio. I tanti “bravo” e complimenti ricevuti si sprecarono, tanto da  convincermi che  il disegno e la pittura erano le materie in cui riuscivo meglio. Con il tempo, ripensando a questo fatto, mi sono convinto che − in particolar modo agli inizi, come nel mio caso − più che te stesso in realtà sono gli altri che stabiliscono, ti indicano, ti rivelano e ti fanno capire che cosa  puoi essere in grado di fare.
Questo è solo un aneddoto personale, è vero, ma è indicativo di come nascano e crescano certe passioni.


Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
I passaggi fondamentali della mia evoluzione artistica sono tre, che in realtà corrispondono a tre figure ben precise, tre miei insegnanti. Ancora bambino, aver conosciuto Enzo Ceccherini è stata per me una fortuna. Ceccherini è stato un  bravissimo pittore sestese, che definirei adesso un post-macchiaiolo, allievo del Focardi, le cui opere le troviamo nella Galleria Moderna di Palazzo Pitti a Firenze. Davvero Ceccherini mi ha insegnato ad amare il “vero” che ci circonda e a ritrarlo. Ero con lui, nella bella stagione, quando andava per la campagna della mia zona a dipingere dal vero en plein air; io come un'ombra lo seguivo per ore − ora qua, ora là − a ritrarre gli scorci più belli e suggestivi della nostra zona. Naturalmente era prodigo di indicazione sul come e cosa fare; i risultati glieli sottoponevo regolarmente alla domenica mattina nel suo studio.
La seconda persona fondamentale nella mia preparazione artistica successiva è stato il prof. Angelo Dal Moro, docente dell'Istituto d'Arte di Porta Romana, nonché direttore della Scuola Professionale di Arte Ceramica Richard Ginori, che ho frequentato per tre anni: dal '62 al '64. Egli però mi ha seguito  anche oltre la scuola per molti anni indirizzandomi nelle letture e alla frequentazione della Scuola Libera del nudo all'Accademia di Firenze, che ho frequentato per alcuni anni.
La terza importante persona è stata il prof. Pietro Parigi, grande xilografo, che ho conosciuto e frequentato per alcuni anni dal 1976, anno della mia prima mostra. Ho frequentato Pietro Parigi al suo studio, al di fuori cioè dalla scuola, data la sua età. Pietro Parigi è stato per me molto importante. Egli per molti anni ha insegnato incisione all'Istituto d'Arte di Porta Romana.  


Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?
Non ho dei modelli precisi a cui mi sono rifatto: in generale a me interessa tutta l'arte figurativa di tutti i tempi. Se proprio però devo fare dei nomi, direi Piero della Francesca, per la sobrietà della sua tavolozza; Andrea del Sarto, per l'eleganza della composizione; Michelangelo, per la forza espressiva del disegno, mentre del Novecento indicherei Giorgio De Chirico, per il coraggio e la forza di portare avanti la figurazione e il valore imprescindibile della tecnica in arte, in un periodo storico difficile e incline al ripudio della vera arte.


Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
La risposta che mi verrebbe immediata è: un vero dramma. Poi, riflettendo, dico che i limiti sono tanti, il peggiore è l'assuefazione  e l'accondiscendenza agli interessi della varie lobby economiche e culturali, che da oltre un secolo fanno il bello e il cattivo tempo, gruppi di potere dominanti in tutto l'Occidente, che si impongono non solo nell'arte, ma in tutto. Le potenzialità potrebbero essere molte, basterebbe più coraggio da parte dei pochi che operano nel mercato dell'arte; avere il coraggio d'innescare una sorta di nuovo “rinascimento culturale”; questo non è facile però, ne sono cosciente, non è facile  perché  solo pochi soldati dovrebbero fronteggiare degli eserciti agguerriti. A tal proposito mi viene alla mente la recente ricerca che ho fatto sull'infuocato dibattito artistico, politico e culturale, svoltosi alla fine degli anni Cinquanta nel nostro Paese, tra i sostenitori del rinnovamento nella tradizione e la lobby dell'astrattismo e dell'informale, che in quegli anni del dopoguerra si è consumato in Italia; basta pensare, per avere un'idea del clima di quel tempo, come venne definita la Biennale del 1958: “Biennale degli stracci”. Basterebbe, inoltre, ricordare che figure di primo piano come Roberto Longhi si defilarono decisamente dalle scelte della Commissione giudicatrice di quella Biennale, denunciando − per usare proprio un'espressione dello stesso Longhi − "mali dell'astrattismo". La cultura dominante di allora spazzò via tutte le polemiche e le resistenze in pochi anni, aprendo  la strada a eserciti di imbrattatele che ingrassano solo il mercato dell'arte.
Mi rendo conto delle parole forti che sto usando, ma è questo che penso.


Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
Credo che l'arte sia importante e necessaria, per questo penso che, così come  non si possono svolgere certe attività professionali senza dei titoli specifici, così non si dovrebbe poter definirsi “artista” senza titoli, riconoscimenti e curriculum specifici. Insomma, credo sarebbe necessaria l'istituzione di Albi professionali, anche nel mondo dell'arte, ai quali poter accedere: indipendentemente dalla tua idea dell'arte ma solo dimostrando  percorsi lunghi e seri di preparazione, una storia artistica consolidata e, soprattutto, una continuità di lavoro dimostrata, riconoscimenti e titoli specifici nel settore o nei settori dell'arte.  


Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
Non posso che rifarmi al passato e dire che spesso, quando lavoro, penso all'affresco di Michelangelo nella Cappella Paolina a Roma: La crocifissione di San Pietro. In particolare penso all'espressione del volto di Pietro, quel volto è per me uno dei momenti più alti, forse il massimo che l'arte sia riuscito ad esprimere perché, al di là del tema religioso e di fede, vi è qualcosa in quello sguardo che va molto oltre ciò che la drammatica situazione rappresentata richiederebbe: in quello sguardo, in quegli occhi vi è qualcosa che va in profondità, che non è paura ma piena consapevolezza. Quello sguardo, insomma, mi appare come una visibile domanda sul mistero dell'uomo.


Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
Vorrei esporre certe mie incisioni alla Galleria san Fedele di Milano, ma è e credo rimarrà solo un sogno.


Secondo te si può vivere di arte in Italia?

Voglio fare un po' d'ironia. Parafrasando il Il Principe di Machiavelli dico che, essendo io cosciente di essere un artifex di “pianura”, ho il vantaggio di poter ammirare, vedere e anche valutare le alte “vette” delle montagne, e non è poco;  il rovescio della medaglia di questa condizione di privilegio è che, operando in pianura, ho lo svantaggio di non  poter vivere d'arte perché, come sappiamo, la pianura è troppo affollata. Viceversa chi opera sulle “alte vette” riesce, essendo “eletto”, a vivere d'arte, ma ha però lo svantaggio di vedere solo e soltanto le altre vette senza poter vedere ciò che di importante succede in pianura, causa la foschia.            


Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?
La risposta, di fatto, è in ciò che ho già detto rispondendo alle sue domande precedenti.


Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell'arte?
Credo che tutto sia legato alla soluzione delle problematiche stiamo discutendo, adesso, a voce e in pagina, in questa nostra conversazione.


Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?
La critica d'arte dovrebbe semplicemente far proprio l'insegnamento del capostipite Vasari, ossia scrivere ciò che pensa davvero, di positivo ma anche di negativo, dei  cosiddetti “artisti”: senza condizionamenti.


Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
I valori che cerco di portare avanti, semplici ma contrari al fluire rapido e vorticoso dalla cultura dominante. Affermare, per esempio, che l'arte nasce ed ha una ragione di continuare esistere solo credendo che abbia un fine, rivolto agli altri: perché affini ed educhi l'uomo, perché lo aiuti a migliorare. Credo, infatti, che quando l'artista rivolga il proprio sguardo solo a se stesso la sua arte sia arte morta.
Essere anche convinti e dimostrarlo − con il tuo lavoro − che l'uomo deve avere la capacità di porsi con umiltà di fronte al creato e con l'atteggiamento di creatura, e non di creatore di se stesso.
Vorrei inoltre si potesse conoscere l'importanza di pensare che l'uomo, senza l'uomo non può essere rappresentato. In altre parole,  non possiamo pensare di rappresentare le emozioni profonde, la spiritualità complessa dell'uomo prescindendo dall'uomo stesso; quando dico uomo, non intendo solo e soltanto la creatura  uomo, ma intendo il creato nel suo insieme.  La tendenza in arte, e non solo, da almeno un secolo, è scindere  la corporeità  dalla mente, l'anima dal corpo. Bene, dire  queste cose, che già Aristotele aveva intuito ed insegnava, oggi suona come una  bestemmia. Per esempio, pensare di esprimere la spiritualità, le emozioni umane profonde semplicemente con aggregati materici colorati, ancorché belli ma informi, è a mio parere una follia. Tanta “arte” ormai da più di un secolo vive e prospera adagiata su questa sorta di “equivoco” culturale come io ho osato definirlo.


Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un'intervista?
Vorrei mi fosse rivolta una domanda che mi permettesse di esporre ciò che ho appena cercato di scrivere.

 

 

 

 

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Paolo Graziani
in collaborazione con Accademia dei Sensi
website https://www.facebook.com/paolo47

Lascia un commento

Sostieni


Facebook