“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Giovedì, 16 Gennaio 2014 00:00

Napoliburgo

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Il merito maggiore di PetitoBlok è simboleggiato da quest’assenza di spazio nel titolo: due nomi che conservano le loro maiuscole vengono uniti, i due nomi sembrano diventare uno solo pur rimanendo distinti, non c’è confusione ma relazione, messa in evidenza di un legame, accostamento senza mutazione, mantenimento delle reciproche caratteristiche pure stando assieme. Così ciò che nasce come farsa da scherzi, da botte e da mangiate, rimane una farsa mentre l’esasperata finzione e la doppiezza del baraccone tintinnante, grottesco, zampillante di mirtillo − che fu opera di Blok − resta un baraccone.

Per compiere l’ardito tentativo Pierrot ed Arlecchino scompaiono dal Balagančik, mentre vi rimane Colombina, “fidanzata di cartone”: i primi sono sostituiti rispettivamente da Sciosciammocca e Pulcinella (maschere che danno il cambio ad altre maschere) mentre la fanciulla – che fanciulla non lo è mai stata essendo un puro disegno, una sagoma, un’invenzione sottile e manierata – si fa “ballerina meccanica” giacché meccanica fu – al tempo – la regia mejerchol’diana.
Da un lato si tiene sul palco la commedia dei pupi o del teatro di rivista, per cui assistiamo alle (dis)avventure petitiane con tutto il loro carico di corse e di rincorse, di imbrogli e di motteggi, di astuzie e furberie; dall’altro si monta – a vista, sul fondo dell’assito – un teatrino nel teatro, costringendo le tre figure alla recita briosa, tutta composta di spigolature danzanti, di balletti all’unisono, di trasmissione fisica di ruoli, patimenti, emozioni.
Al recensore di turno capita così di poter fare elenco dei cibi desiderati o mangiati dai due napoletani (vermicelli, gallina, brodo, zabaione, braciole, costatelle, agnello, arrosto ai ferri, paccheri, patate, ziti, trippa, calamari, noci, melone e un pasticciotto) giacché si conferma − come materia con cui produrre le risate − il tema della fame atavica e della povertà di spiccioli, del furto di un pranzo e della mazzata inevitabile, della fuga scalmanata e del finale amarognolo ma, tutto sommato, positivo.
Ma al recensore di turno capita anche di sentire nominare la Russia, Pietroburgo e il Teatro Drammatico o di notare la secca trama del Petruška di Benois-Stravinskij (che sostituisce il triangolo Pierrot-Colombina-Arlecchino col triangolo Petruška-Ballerina-Moro): eccone perciò l’ostentazione artificiosa, la propensione alla sembianza, la vivacità tecnologica; eccone il distacco, l’autocontrollo, il rodimento espresso col battito di ciglia o con un ghigno; eccone il Ciarlatano che ordina, strepita e pretende tutta una sequela di smorfie, di scatti a molla, di pose rigide o saltellanti.
Spunta così – fragile ricordanza da lettori – la folle bellezza del 30 dicembre 1906, quando al Teatro di Vera Komissaržeskaja (l’attrice dalle pupille come specchi, che finì spezzata dalle delusioni drammaturgiche prima e dal vaiolo poi) andò in scena il Balagančik, ricevendo fischi e applausi.
E se non possiamo parlare di commistione, messa in comune, vera e propria fusione tra il diavolo napoletano e il demone di Pietroburgo, PetitoBlok ha il merito ulteriore d’aver alluso ad almeno altri due temi che appartengono alla storia del teatro.
Il primo tema: ricorda la voglia bramosa dei simbolisti russi di spazzare via l’arte del passato, ricorda il desiderio di cacciare via l’attore, di sostituirlo col manichino perfetto, di generare una partitura fredda, glaciale, mai esitante, senza mezzi toni, senza calma sospensiva e introspettiva. Ricorda con quanta furia, con quanta acrimonia e con quanta ostinazione, si tramutano le finte scene di cartapesta o i mercatini realisti del primo Stanislavskij in un allegorico abbaglio colorato, in un fintume bidimensionale, recitato su una striscia di scena da interpreti che – preparati come marchingegni, vestiti d’abiti dalle stoffe satinate e variopinte – lampeggiano come figure astratte, melodico-cromatiche.
Quando sentiamo dire dal Ciarlatano, "Maestro del Teatro d’Avanguardia russo-napolitano” (regista su scena), che “bisogna farla finita con questi due” per lasciare posto alla “marionetta” poiché “tutto è finzione” e la finzione dev’essere tutto, vengono in mente i moti da spauracchio, le pose robotiche, le giravolte da carillon o da ingranaggio cui si diede il teatro nel freddo gelido di Mosca e Pietroburgo. Non è un caso che, in questo PetitoBlock, ritroviamo le spade di legno, i volti pittati, il trucco in eccesso e questo teatrino che – proprio come in Blok – prevede un sipario centrale rosso e, ai lati, lunghe tirate di tela azzurra: ripresa della “parapettata” interna dei vecchi edifici che stavano sul gozzo ai simbolisti.
Il secondo tema: facendo sopravvivere tanto Sciosciammocca quanto Pulcinella, consentendogli di avere la meglio sulla Morte e sul Ciarlatano d'avanguardia col trucco dei pupazzi, presentandoli a pieno regime – in mutande ma, tutto sommato, vivi e in buona salute – PetitoBlok certifica che certo teatro popolare di mezzo Ottocento assolve alla funzione, nonostante le sue caratteristiche solite: la stilizzazione degli eventi, la ripetizione della trama, la propensione alla chiacchiera, il fraintendimento dialogico, l’eversivo da vicolo, la trasgressione dialettale, certa facilità che ammicca al sesso, al cibo e alla mancanza di sesso e cibo.
E d’altronde: non appartengono al primo Novecento russo le maschere di Pantalone, Brighella, Colombina e Tartaglia, Truffaldino, Pulcinella, Arlecchino? Non permangono – in Blok come in Mejerchol’d, Vachtàngov, Evreinov – gli sprazzi, le invenzioni, le improvvisazioni della Commedia dell’Arte? Non sono un’altra maniera di rendere le maschere della tradizione italiana queste pallide figure d’acciaio o di porcellana che mettono in scena i fautori del nuovo teatro? E non si trova anche in Petito qualche anticipazione dalla forte carica emblematica (pensiamo a Na bella Elena, in cui uno scalognato gruppo di comici è costretto a interrompere il suo viaggio a Boscotrecase e, qui, viene preso per una compagnia di melodramma francese)?
Senza commettere l’errore di fare di Petito Blok – e di Blok Petito – PetitoBlok riesce a tenere sulla stessa ribalta le castronerie di quartiere, le pose linguacciute, i piccoli drammi socio-comico-farseschi facendogli vivere – tuttavia – la stagione in cui è permesso vestirsi e truccarsi in scena, passarsi gli oggetti da quinta a palco con gesto d'evidenza, montare e smontare la scenografia mentre si recita; in cui è permesso accendere le luci in platea; in cui è permesso scendere in platea per conversare con il pubblico; in cui è permesso apparire dal fondo di sala, traversare il corridoio laterale e discutere stando tra il palco e le poltrone. Tutto questo prima del marasma finale, in cui avviene tutto e tutto assieme: inseguimenti, insulti, gelosie, vecchi zii dai baffi posticci che danno calci ai nipoti, mogli in preda alla rabbia che costringono alla fuga i mariti mentre in ribalta – al centro, in avanti – la ballerina stride, inarcando la schiena con fare folle e impazzito.
PetitoBlok – a cui si augura una crescita ancora maggiore e definitiva, che eluda certi piccoli fraintendimenti di contenuto (ad esempio: come fa Colombina a provare paura per l’arrivo di Ciarlatano se non ha sentimenti?) – è la dimostrazione che si può azzardare con il vernacolo, con il non sense, con la precarietà e con il grottesco della propria tradizione ed è la dimostrazione che vi sono fili esili, invisibili, trasparenti – eppure resistenti  e ostinati – che tengono assieme, congiungono o mettono in relazione una forma di teatro ad una forma di teatro differente: un luogo ad un luogo, un secolo a un secolo, un’idea a un’idea.
“Oggi potrei mettere in scena Balagančik come una chapliniata sui generis. Rileggete Balagančik e vi troverete tutti gli elementi dei soggetti chapliniani. Solo l’involuzione delle circostanze è diverso. Heine anche lui è parente di Chaplin e di Balagančik” – dirà Majerchol’d, guardando avanti a sé – per poi concludere così: “Nella grande arte suol esserci una così complessa parentela”.
Ecco: pensando a Petito e a Blok non potremmo finire con parole più adatte.

 

 

 

 

PetitoBlok. Il baraccone della morte ciarlatana
liberamente ispirato alle opere di Antonio Petito e Aleksandr Blok
drammaturgia Antonio Calone
regia Emanuele Valenti
con Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Emanuele Valenti, Valeria Pollice, Giovanni Vastarella
costumi Daniela Salernitano
spazio scenico Emanuele Valenti, Daniela Salernitano
maschera di Pulcinella Marialaura Buonocore
disegno luci Antonio Gatto
aiuto regia Antonio Calone
foto di scena Marina Dammacco
produzione Punta Corsara, 369gradi, Armunia/Festival Inequilibrio
durata 1h 30'
Napoli, Teatro Piccolo Bellini, 14 gennaio 2014
in scena dal 14 al 19 gennaio 2014


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