“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Giovedì, 16 Gennaio 2014 00:00

Zio Vanja coi pugni in tasca

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Esseri umani come macchie grigie su un tappeto di noia; la stagnazione, il ripetersi del vivere sempre uguale come i cicli delle stagioni. In casa Serebrjakov la prigionia dell’inazione attanaglia come una gabbia dalle sbarre invisibili. È una gabbia, una prigione, quella in cui Čechov inscrive i suoi personaggi, è una gabbia, una prigione che Marco Bellocchio costruisce in chiaro legno di betulla (o almeno dalla platea si ha l’impressione che il ligneo candore della scena di betulla sia materiato), separato dal proscenio in legno più scuro.

Sullo sfondo vetrate che guardano fuori e riflettono dentro; sullo sfondo del di fuori un addensarsi brumoso avvolge l’orizzonte, suggerendo ancora di più il senso d’un caliginoso manto che asserraglia il chiuso spazio scenico.
La stasi, l’immobilismo, il chiuso isolamento del contesto familiare della tenuta di Serebrjakov può far pensare, con succulenta suggestione, al suppurato ambiente della provincia piacentina, anch’esso facile involto di brume nebbiose, descritto quasi cinquant’anni fa nel film d’esordio dello stesso Bellocchio, I pugni in tasca, nel quale però, a voler essere precisi, i risentimenti e le nequizie familiari si connotano di una morbosità senza eguali.
In casa Serebrjakov, invece, siamo di fronte ad un’ipocrisia dei rapporti che vela i sentimenti della patina del non detto, li ottunde con lo stratagemma del sotterfugio. Chi ama non è riamato e chi odia è incapace di dar effettiva stura al proprio odio. Nell’immobile campagna russa anche il malessere, anche i livori stagnano e raffreddano come il tè lasciato per ore nel samovar.
Gli ‘a parte’ recitati in proscenio, in penombra, dai personaggi rappresentano sottolineatura ulteriore di quella dialettica chiaroscurale fra ciò che è palesemente detto e ciò che è ipocritamente sottaciuto, o detto a mezza bocca.
Il vecchio Serebrjakov – un Michele Placido che strascica e calca il brontolare del proprio personaggio più di quanto la gottosa, insofferente ed irascibile natura del professore a riposo in realtà reclami – s’è ritirato con la giovane seconda moglie Elena nella tenuta ereditata dalla prima consorte, amministrata dal cognato Vanja e da Sonja, la figlia che Serebrjakov ha avuto dalla prima moglie. Intorno a loro, le figure di una vecchia balia, di un parassita ex proprietario terriero caduto in disgrazia, il medico Astrov e la vecchia suocera di Serebrjakov, madre della sua prima moglie.
Fulcro dell’azione (o dell’inazione) è Zio Vanja, cinico e disincantato uomo di mezz’età, frustrato per lo sciupìo della propria vita, sacrificata all’amministrazione dei beni di un cognato che ormai disprezza, consumata nell’amore non ricambiato per la giovane Elena; a dar vita sulla scena a Zio Vanja è un Sergio Rubini che pare molto a suo agio e ben centrato nell’interpretare il suo arrabbiato e disilluso personaggio, conferendogli al contempo un’aria beffarda e sardonica.
Ma, in questo allestimento, il vero centro nevralgico della vicenda ci pare spostarsi sulla figura di Elena e sul senso di estraneità che sembra pervaderla: estranea rispetto ad un marito che non ama, estranea verso un contesto che non riconosce come proprio; estranea verso una figliastra con cui non c’è complicità alcuna, se non breve e fittizia; estranea alle passioni ed ai sentimenti, sia che si tratti di ricusare le profferte di Vanja, sia che si tratti di cedere (per poi recedere) alle avances del dottor Astrov. L’estraneità di Elena è rimarcata sin dal primo quadro d’insieme, in cui il suo immobilismo è altrettanto immobile dell’immobilismo degli altri… solo più discosto, rincantucciato in un trasognato ondeggiare sull’altalena.
La centralità di Elena, della sua estraneità, della sua negghienza, del suo permanere in un angolo, emerge con pienezza nel secondo atto (che poi sono i secondi due della partitura originale cechoviana), nel quale ella appare costantemente di nero vestita, ulteriore contrappunto cromatico alla dialettica chiaroscurale cui s’accennava dianzi, così come fra slanci e frustrazioni degli stessi si svolge l’azione degli altri personaggi, Vanja per primo, che vede la propria vita appassire col procedere dell’età, come le rose d’autunno colte per Elena, perché “quando non c’è una vita vera si vive di miraggi”.
Ed è questo senso di non vissuto, di statico permanere che dalle pagine di Čechov si trasferisce in assito: la regia di Bellocchio trasforma il tempo cechoviano, o meglio la ritmica del tempo, visto che la durata temporale della messinscena si dilata oltre le due ore; ma, quel che costituisce la cifra essenziale della regia di Bellocchio è proprio una scansione dei tempi che, pur mantenendo il senso di sospensione da catastrofe imminente intrinseco alla scrittura cechoviana, lo traduce sulla scena in un intreccio molto meno pausato, che espunge dall’assito le sospensioni, privilegiando un ritmo drammaturgico capace di mantenersi sostanzialmente omogeneo per tutta la durata dello spettacolo, senza cali di tensione. Purtuttavia, il senso del tempo immobile non ne viene intaccato, ma anzi mantiene intatta la sua valenza. Le macchie grigie che popolano la scena non smettono di trasmettere la sensazione di calpestare un tappeto di noie diffuse, ed anche quando si sfiora il dramma, con Vanja che attenta alla vita di Serebrjakov, il senso del tragico non irrompe ad elevare di tono il ritmo drammaturgico, ma si stempera ben presto nel ridicolo disincanto di Vanja.
Ancora sul tempo e sulla sua scansione: dal chiarore iniziale, dal legno di betulla della scena d'apertura (o almeno dal ligneo candore che di betulla abbiamo creduto fosse materiata), si passa col trascorrere degli eventi ad un crepuscolo che vede una casa svuotata e di fioco lume di candele illuminata: Serebrjakov ed Elena sono partiti, anche il dottor Astrov è andato via; le figure che avevano, pur nella loro staticità, scosso l’immobilismo della tenuta, sommovendo quantomeno i sussulti interiori di Vanja, di Sonja, di loro stessi, abbandonano la casa di campagna, lasciando zio e nipote alle antiche incombenze, lasciandoli al loro tempo dilatato come un letargico imbambolamento: “Vivremo… […]. E riposeremo” sono le ultime esortazioni di Sonja all’anima stanca di Zio Vanja; la voce rallenta nel profferire le ultime parole, ella le sillaba piano protraendone il suono, dilatando ancor di più la fissità sempre uguale di un tempo ritornato all’immobilità passata.
Ritorna la stasi d’un tempo. Le macchie grigie – qualcuna in meno, con qualche ferita in più – ritornano a calpestare l’abituale tappeto di noia.

 

 

 

Zio Vanja
di Anton Čechov
adattamento e regia Marco Bellocchio
con Pier Giorgio Bellochio, Anna Della Rosa, Lidiya Liberman, Bruno Cariello, Maria Lovetti, Marco Trebian
con la partecipazione straordinaria di Lucia Ragni
musiche Carlo Crivelli
scene e disegno luci Giovanni Carluccio
costumi Daria Calvelli
aiuto regia Stefania De Santis
produzione Federica Vincenti e Michele Placido per Goldenart Production
lingua italiano
durata 2h 10’
Napoli, Teatro Bellini, 14 gennaio 2014
in scena dal 14 al 19 gennaio 2014

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