"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Venerdì, 22 Febbraio 2019 00:00

Sotto la soglia di attenzione di un pesce rosso

Scritto da 

Lunghe code al botteghino del TAN e molti in fila per trovare un biglietto all’ultimo minuto per la rappresentazione di Overload, lo spettacolo pluripremiato che la compagnia Sotterraneo porta in giro da quasi un anno, con successi evidentemente non solo di critica.

La sala non è completamente al buio e al centro del palcoscenico ci sono solo un’asta con un microfono e, su uno sgabello, un piccolo acquario contenente pesciolini rossi: l’attore (Claudio Cirri), bandana, calzoncini a tre quarti e scarpe da ginnastica, entra in scena dicendo di essere uno scrittore americano morto, chiedendo al pubblico dapprima di essere riconosciuto e poi di fingere che lui sia David Forster Wallace.
Sin dall’inizio la messa in scena lascia cadere la barriera della finzione, che durante lo spettacolo verrà spezzettata, duplicata e rivolta verso lo spettatore, coinvolgendolo in un filo diretto, ‘interattivo’ con lo spettacolo. Mentre Wallace comincia a raccontare una storia (tratta dal discorso Che cos’è l’acqua?, che tenne agli studenti di un college), un secondo attore infatti entra in scena e spiega alla sala che, alla comparsa di cartelli con una freccia portati dagli attori in scena, qualunque spettatore, solo alzandosi dalla poltroncina, potrà far scattare contenuti extra interrompendo il racconto dell’attore.
E infatti, mentre lo scrittore parla di una giornata particolare con la moglie, del suo suicidio o di sue riflessioni, il racconto sarà continuamente interrotto dall’improvvisa apparizione di giocatori di football lanciati a placcare l’attore che sta parlando, giocatrici di tennis impegnate punto su punto, un pilota di Formula 1 con una tuta rossa, un rapper che si esibisce con delle ballerine, un incidente stradale con tanto di motociclista sbalzato sul palcoscenico, quasi morto. Vedremo spesso Wallace continuare a parlare ma senza poterlo ascoltare, come staccato momentaneamente su uno sfondo secondario silenzioso, zittito dai contenuti extra attivati.
L’operazione di Sotterraneo porta a teatro, proprio nel luogo per eccellenza dell’arte performativa e ‘in presenza’, gli elementi e i tratti che caratterizzano la comunicazione contemporanea, la nostra società dello spettacolo portata ormai all’eccesso: la sovrapposizione di scene, suoni e discorsi tra loro, senza alcun nesso, in una continua interruzione della trama, alla ricerca continua di una attenzione facile quanto inutile, di una comunicazione piacevole e veloce quanto vana.
Ma un cartello portato in scena con la scritta: “Caution Wet Floor”, che rimarrà sul palco insieme a uno straccio per tutto lo spettacolo, sembra volerci mettere in guardia da tutto ciò, in guardia dal rischio di un continuo scivolare, insito nella nostra società. Un rischio che si gioca sulla capacità dei professionisti della comunicazione di catturare la nostra attenzione, di guidare i nostri pensieri la cui soglia di attenzione si è addirittura abbassata sotto il livello di quella dei pesci – dicono studi riportati da Wallace. Bisogna imparare a pensare – questo il messaggio centrale − saper controllare che cosa pensiamo, su cosa si concentra la nostra attenzione, altrimenti siamo fregati, ci ricorda lo scrittore. E così, tra i personaggi che vengono fuori, compare proprio un Uomo-Pesce: una traduttrice si impegna a ‘tradurre’ i gesti con cui il personaggio (che ogni tanto deve affondare la testa nell’acquario per respirare) spiega di essere lì soltanto per ballare, che sapeva che non sarebbe riuscito a tornare indietro ma, conclude mentre i suoi polmoni ormai stanno per collassare, ne valeva la pena, e stramazza al suolo.
L’effetto complessivo dello spettacolo è assai spassoso e divertente, anche grazie ai testi, molto ironici; ma l’ironia non basta − afferma esplicitamente Wallace − serve, ma non offre la soluzione. Bisogna piuttosto porre attenzione alle cose più preziose e, come mostrano gli attori in una scena che scorre come un ralenti  televisivo, con la lentezza si notano molti più particolari. Non si tratta di un intrattenimento piacevole: ci sono parti di noi che hanno bisogno di attenzione, che richiedono di stare male; ma – conclude lo scrittore − nessuno ti ascolta quando provi a dire a qualcuno qualcosa di sincero, autentico, patetico. Una disumanizzazione, forse ancora peggiore della morte (dell’Uomo-Pesce o dello scrittore suicida, o della scena finale, una morte al rallentatore, raccontata mentre viene vissuta), che non può che chiamare in causa lo stesso spettatore, già ‘complice’ di quel gioco rumoroso, e forse con troppa giocosità, con fin troppa complicità. Ecco allora dopo una breve pausa di buio la scena di nuovo illuminata ma vuota, senza attori, con solo il microfono e l’acquario. Assente dalla scena, si sente la voce di Wallace che chiede agli spettatori quanto tempo ci vorrà perché il palco vuoto diventi noioso, per quanto tempo ancora potranno rimanere a guardare un acquario con dei pesciolini finti. Ci sembra la scena chiave di tutto lo spettacolo: dopo la rappresentazione della società dello spettacolo è necessaria la sospensione, si deve produrre una frattura nella fisiologica adesione dello spettatore allo spettacolo, il corto-circuito in grado di disattivare l’attenzione eterodiretta, questo continuo scivolare dell’attenzione, per farci ritornare in noi, uno straniamento che ci permetta di riappropriarci dei nostri pensieri e di noi stessi.

 

 

 

 

 

Overload
concept e regia Sotterraneo
scrittura
Daniele Villa
con
Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini
luci
Marco Santambrogio
costumi
Laura Dondoli
sound design
Mattia Tuliozi
props
Francesco Silei
grafica
Isabella Ahmadzadeh
foto di scena
Filipe Ferreira
produzione
Sotterraneo
coproduzione
Teatro Nacional D. Maria II nell’ambito di APAP – Performing Europe 2020, Programma Europa Creativa dell’Unione Europea
con il contributo di
Centrale Fies_art work space, CSS Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
con il sostegno di Comune di Firenze, Regione Toscana, MiBACT, Funder 35, Sillumina – copia privata per i giovani, per la cultura
lingua
italiano
durata
1h 10’
Napoli, TAN − Teatro Area Nord, 3 febbraio 2019
in scena
2 e 3 febbraio 2019

Lascia un commento

Sostieni


Facebook