“Tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”

Philip Roth

Giovedì, 19 Aprile 2018 00:00

Xenofobia farsesca

Scritto da 

L’alpenstock è il tipico bastone alpino dotato di una punta metallica; il suo utilizzo sui monti europei risale già al Medioevo. E mi pare un appiglio significativo per cominciare a parlare della commedia noir che da quel bastone prende il titolo, scritta dal francese Rémi De Vos e tornata in scena – a un anno dal suo debutto italiano – al Teatro di Rifredi; significativo perché, oltre a connotare geograficamente l’ambientazione (in un immaginario Kyrolo che facilmente si può identificare con un ben definito territorio d’Oltrebrennero) fornisce una chiave simbolica d’approccio all’immaginario che si propone di descrivere e al retaggio ancestrale che lo permea.

Perché Alpenstock è un’opera che racconta di quella strisciante e larvata pulsione xenofoba che s’ammanta di perbenismo e che alberga in case linde dalla morale irreprensibile, avendo come sfondo paesaggi idilliaci, da cartolina – se non addirittura da cartone animato in stile Heidi – come dimostrerà l’ultima scena dello spettacolo, con la scenografia a sbalzo. Ed è facile riconoscervi, oltre al Tirolo cui per assonanza somiglia, quella che fu la Carinzia di Haider o, per arrivare a tempi e storie a noi più prossime e presenti, le derive oltranziste dell’Ungheria di Orbán, e finanche i più nostrali e "ruspanti" leghismi.
L’impianto è semplice, si potrebbe dire persino convenzionale in partenza (e all’apparenza): un interno borghese tra le valli alpine, in cui trascorre la quieta vita coniugale di Fritz e Grete, senza guizzi né sorprese, linda e pinta come l’algida magione che lei non si stanca di pulire e lucidare, mentre lui in ufficio è intento a scartabellare e impilare formulari e scartoffie. Un placido e alquanto sciapo idillio di montagna, protagonista una coppia dal menage apparentemente sereno e affiatato, che si vezzeggia vicendevolmente dandosi del “topino” e della “patatina” e che celebra il biancore delle proprie montagne, che Fritz, il topino, giunge persino ad accarezzare nel quadro alla parete che le ritrae, e il nitore del proprio focolare, che Grete, la patatina, non si stanca mai di spolverare, lavare e lucidare in attesa deferente del caro maritino, da accogliere con una lauta cenetta a base di sani prodotti locali.
Ma su questo idillio si “abbatte” l’intrusione del diverso, avviene l’effrazione da parte di uno straniero, Yosip, dalla fantomatica provenienza balcano-carpato-transilvanica. Parimenti, sulla struttura convenzionale di un interno domestico e sulla frontalità della rappresentazione, si innerverà la cifra surreale di una drammaturgia che procede per paradossi reiterati, ripetendo variazioni sulla stessa scena, che smetterà di rappresentare un semplice interno borghese per diventare metafora dinamica dell’Occidente contemporaneo e della sua intolleranza fobica verso chi proviene dall’esterno.
In questa costruzione metaforica, che s’avvale di un buon utilizzo del registro comico, l’idea del diverso, dell’invasore, del portatore di ogni nequizia si sovrappone alla mania della pulizia di Grete, che combatte quotidianamente la propria lotta contro i nemici dell’igiene a forza di detersivi e olio di gomito, fino a che commetterà l’imprudenza (e l’impudenza) di acquistare un detergente al famigerato “mercato cosmopolita”, ricettacolo di frequentazioni “malsane”; ciò susciterà la riprovazione del ligio e irreprensibile Fritz, fiero assertore di un conservatorismo ferreo, nonché convinto sostenitore delle ragioni – o presunte tali – della cosiddetta maggioranza silenziosa; allo stesso tempo, la lotta senza quartiere verso lo sporco, in nome dell’igiene, brandendo aspirapolvere e strofinacci, è chiara metafora del desiderio di pulizia nei confronti dell’invasore, germe portatore di germi, fino a diventare – nella figura di Yosip, che dal mercato cosmopolita pedina Grete fino a casa – profanatore del talamo nuziale, profanazione che la stessa Grete scoprirà di gradire, ad onta della frigida albagia del rapporto pressoché asessuato con Fritz, menage sterile come l’asepsi della loro abitazione e che potrebbe portare a leggere l'alpenstock del titolo anche come una sorta di surrogazione della (mancante) potenza sessuale.
Orchestrati da una lucida e precisa visione registica (Angelo Savelli) che congegna la rappresentazione come un meccanismo ottimamente funzionante, Ciro Masella (Fritz), Fulvio Cauteruccio (Yosip) e Antonella Questa (Grete, nonché autrice della traduzione del testo di De Vos) formano un trio attorale ben affiatato, che con ottima tempistica comica infonde al grottesco della progressione reiterata una dimensione caricaturale che non eccede mai la misura e che suscita ilarità attraverso l’ostentazione marcata della finzione: gli amplessi fra Josip e Grete sono solo mimati (con lui che si slaccia appena le braghe e lei che agita comicamente braccia e gambe); così come le susseguenti uccisioni da parte di Fritz che li coglie in flagrante e che di volta in volta con armi differenti ammazza Yosip: con un alpenstock, con una mannaia, con una pistola Luger (arma d’ordinanza, guarda caso, dell’esercito imperiale tedesco fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale), con una frusta chiodata, con una vergine di Norimberga, con un lanciafiamme, con un bazooka... ogni ammazzamento s’evoca senza vedersi, avviene svanendo nel buio, con il corpo esanime del povero Yosip che riappare al riaccendersi delle luci duplicandosi agli angoli del palco; quest’ultimo è congegnato come una pedana rialzata, le cui cromie cangianti – da un verde di ispirazione vagamente leghista al rosso della passione e del dramma efferato man mano che si ripetono gli omicidi dal ritmo sempre più incalzante − si susseguono fino al culmine di un epilogo in cui vedremo la figura di Yosip duplicarsi – questa volta ancora viva – all’infinito, come a dire che l’argine che il conservatorismo vuole frapporre all’”invasione” sia irrimediabilmente destinato ad essere scavalcato dal soverchiante proliferare di quegli stranieri che si vuole tentare di demonizzare e di emarginare.
Sicché il congegno apparentemente semplice di Alpenstock si ispessisce progressivamente, raffinando il proprio linguaggio scenico; una farsa surreale che smaschera con l’evidenza dell’ironia l’incongruenza intrinseca a certe recrudescenti intolleranze che ciclicamente serpeggiano nel cosiddetto Occidente civilizzato.






Alpenstock

di Rémi De Vos
traduzione Antonella Questa
regia Angelo Savelli
con Antonella Questa, Ciro Masella, Fulvio Cauteruccio
costumi Serena Sarti
scene Tuttascena
luci Henry Banzi
foto di scena Enrico Gallina
lingua italiano
durata 1h
Firenze, Teatro di Rifredi, 6 aprile 2018
in scena dal 4 all’8 aprile 2018

Lascia un commento

Sostieni


Facebook