“Sprezzatura è un ritmo morale, è la musica di una grazia interiore; è il tempo, vorrei dire, nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino”

Cristina Campo

Sabato, 23 Marzo 2013 01:47

Emily, oltre la pagina

Scritto da 

Correva il giorno 21 di marzo e convenzione mondana voleva che si celebrasse giornata universalmente dedicata alla poesia. Correva il giorno 21 di marzo e al Ridotto del Mercadante s’omaggiava una donna che alla poesia sacrificò la vita, riuscendo fin quasi a dissolverne memoria: Emily Dickinson. Donna/Poeta/Mito, il suo destino controverso e parzialmente oscuro si snoda attraverso queste tre fondamentali coordinate, che sulla scena (ri)danno vita a chi pienezza di vita non visse, (ri)danno parola a chi pienezza di parola scrisse.

L’omaggio ad Emily che ha preso forma sulla scena è stato teatro che stralcia la pagina scritta e le dona realtà, la vivifica nel presente suggerendo evocazione tangibile; attraverso una struttura drammaturgica allusiva e densa, Giorgia Palombi ha raccontato una visione possibile della Donna, del Poeta (e ci si perdoni se volutamente evitiamo pignolo distinguo di genere) e del Mito.
L’angelo della casa, Emily fa il suo ingresso sulla scena di casa Dickinson, apparecchiata per colazione; suo fratello Austin e sua cognata Susan eseguono con la voce della mente esercizi d’incomunicabilità intorno ad un pensiero morboso chiamato Emily.
Emily che diafana compare allo schiudersi d’una porta in cereo usbergo di contenzione, esfoliando la rigida imbastitura che pare tenerla prigioniera, crisalide eterea in un bozzolo di convenzioni.
Emily, la Donna che rompe quelle convenzioni e si fa Poeta, che cela al mondo e la Donna e il Poeta, e si fa Mito. Emily che ha il corpo sottile e la voce limpida di Giovanna Di Rauso – una splendida Giovanna Di Rauso – presenzia in scena all’apertura di una sua stanza possibile, luogo fisico, luogo dell’anima, di vita e di scrittura.
Emily sempre di bianco vestita, ci suggerisce agli occhi della mente suggestiva assonanza, nel verso e nel candore, con la Giovanna D’Arco cantata da De André: “ […] al lavoro d’un tempo tornerei / a un vestito da sposa o a qualcosa di bianco / per nascondere questa mia vocazione al trionfo ed al pianto”; una eroina, la Pulzella d’Orleans, che in cima alla pira, accolse il fuoco come suo legittimo sposo che “tacendo le si arrampicò dentro”, così come Emily accolse nella camera segreta del suo focolare la fiamma della poesia.
Emily sottratta alla pagina, restituita alla vita, una vita che nella realtà è fluita tutta o quasi all’ombra delle pareti dell’avita magione, all’interno della quale ella coltivò il giardino segreto delle proprie passioni, delle proprie pulsioni, affidando al regesto (postumo) della scrittura i recessi pregnanti del suo più intimo sentire.
Emily e i suoi Silenzi che prendono voce sulla pagina scritta e rivivono in scena; Emily va in scena oltre le pagine, pagine che pure di quella vita offrivano trascolorazione in inchiostro. Sulla scena fattasi stanza ogni attrezzeria sfoggia motilità a rotelle: tavolo, sedie, persino la porta, tutto attraversa la scena e, muovendo, cambia la scena intorno ad Emily. La porta in particolare, bianca anch’essa, è diaframma mai completamente aperto, mai definitivamente dischiuso, se non fugacemente per un amplesso quasi rubato all’apice d’un girotondo; un diaframma che segna la separazione di Emily dal mondo, col mondo che viene confinato fuori da quella soglia.
Emily e gli oggetti che le ruotano attorno, così come attorno a lei ruotano figure familiari, congiunti, ammiratori e spasimanti. Ogni uomo, in scena, ha il medesimo attore a far figura – l’ottimo Giancarlo Cosentino – che trasborda disinvoltamente da un ruolo all’altro mutando a vista il proprio sembiante, incarnando ora il fratello Austin, poi il critico Higginson, ora l’amico Samuel Taylor, poi l’affezionato Otis Lord; ogni uomo, come ogni altra suppellettile di scena, ruota intorno ad Emily mai possedendone l’anima se non per brandelli. Come a brandelli rivela la sua natura e la sua essenza il carteggio, la poesia con la sua forma ellittica e criptica che tace più di quanto riveli e allude giocando alla mimesi; ella si rifugia dietro un sentimento “panico” della natura, con cui vive la sua personale simbiosi, come in fuga dai vincolanti legami precostituiti, verso qualcosa di autentico e personale che germina dai precordi della sua anima ardente, cui ella seppe dar voce su pagina scritta: “un poeta è chi distilla un sentimento di stupore da sentimenti ordinari”.
Emily e un’esistenza sofferta e solitaria che arriva ad instillarle il dubbio dell’inconsistenza, “vivo un’esistenza di porcellana, del tutto evanescente”, mentre all’intorno il suo mondo conchiuso e recluso progressivamente perisce e campane a morto battono rintocchi d’assenza.
Emily sempre più isolata, come nascosta dietro le quinte d’un mondo che esiste suo malgrado ed al quale ella lascia il suo bisbiglio irriverente e poetico, lascito non voluto di un’anima irrisolta.
Emily sulla scena soffre la vita come non fu dato che a pochi di vedergliela patire. Intensa ed inerme offre alla platea l’essenza ineffabile di un’anima di cui ci son giunti i frammenti, sotto forma di poesia, mentre la coltre d’un oblìo discreto sembra averne avvolto cospicue tracce di vita. Rinuncia che pesa, a chi leggendone i versi ancor più vorrebbe conoscerla, ancor più di lei vorrebbe saperne, ancor più vorrebbe assaporarne.
Emily, ed è qui l’ultimo poetico sussulto, oltrepassa allora lo spazio di scena e omaggia di piccoli fogli di carta e inchiostro la platea; la quarta parete violata è trapasso spazio-temporale, che ghermisce, momentaneamente, Emily dalla pagina scritta, la sottrae, momentaneamente, alla memoria imperitura del tempo passato per riconsegnarla ad un incanto presente. Che dura quanto dura il breve corso di una messinscena.
Emily, L’angelo della casa, fra pagina e scena lascia negli occhi il riflesso di un incanto, nelle membra il gradevole fremito d’una sognante emozione.

 

 

 

L’angelo della casa. Omaggio a Emily Dickinson
di
Antonella Cilento
regia e ideazione Giorgia Palombi
con Giovanna Di Rauso, Giancarlo Cosentino, Susanna Poole, Giorgia Palombi
produzione Fondazione Campania dei Festival
produzione esecutiva
Maniphesta Teatro
elementi di scena e disegno luci Iole Cilento
paesaggio sonoro Davide D’Alò
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Ridotto/Teatro Mercadante, 21 marzo 2013
in scena dal 21 al 24 marzo 2013

 

Lascia un commento

Sostieni


Facebook