“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Giovedì, 03 Marzo 2016 00:00

Deflorian/Tagliarini: la vie est un point de vue

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Non sempre capita, ma a volte, seduti nella penombra della platea di un teatro, si possono vivere attimi di pura illuminazione: sono brevi e ti lasciano con un leggero stordimento. Non sai spiegarti bene il perché, te ne vai via con l’animo leggero e la testa che ragiona e ragiona e ragiona. A vuoto.

In queste occasioni, viene quasi da pensare che il teatro sia qualcosa che può persino sconfinare nella metafisica. Trattandosi, allo stesso tempo, di un’esperienza così intima e personale, non c’è neanche tutto questo bisogno di scomodare grandi categorie: basti dire che Reality, firmato Deflorian/Taglarini, in cinquanta minuti è capace di aprire, evocare e scardinare mondi e suggestioni plurime, con una leggerezza e un movimento fluido e impalpabile che sembra una specie di magia, ma che, a ben vedere, è frutto del funzionamento − a livelli alti − del dispositivo artistico/estetico (filosofico) teatrale.
Il punto di partenza è un testo: le infinite possibilità di lavorarci, di rappresentarlo o di non rappresentarlo sulla scena. Per certi versi, potremmo dire che la materia viva che anima tutto sia proprio la questione della rappresentazione in sé: il teatro, come lente d’ingrandimento non assolutamente neutra della realtà; la bellezza viva e folgorante che questo implica. Il testo in questione è Reality (pubblicato in Italia proprio con questo titolo, dopo la messa in scena dello spettacolo), ovvero quel che resta dell’ordinaria straordinarietà di Janina Turek, casalinga di Cracovia che, per oltre mezzo secolo, ha annotato scrupolosamente la sua vita: 748 quaderni trovati postumi che contengono "categorie di registrazione della realtà", dai regali ricevuti, alle persone incontrate, alle telefonate fatte, ai programmi guardati alla tv. Liste, infinite e ostinate; "solo e unicamente fatti", registrati apparentemente in maniera asettica, che lasciano un buco, un vuoto che l’arte, in questo caso una performance, prova a riempire.
Sul palco, come in uno dei capitoli dei film di Lars Von Trier, pochi oggetti – una poltrona, due sedie, un praticabile, alcuni fari di scena – che i due attori spostano di volta in volta per provare a ri-produrre, oltre al "fatto" ciò che lo ha accompagnato o preceduto: il movimento interiore che lo ha provocato, in una scomposizione/decostruzione sistematica che, da un dato “obiettivo” e dalla semplice esecuzione di un testo (ma può un diario essere obiettivo?) scende a scavare nel sottobosco dell’animo umano, attraverso l’interpretazione di quel testo stesso. Da un lato, Antonio Tagliarini ripete quasi ossessivamente i numeri, i dati, le liste della vita di Janina Turek detta “Atcha”, ma Daria Deflorian lo interrompe per aprire squarci esistenziali sui singoli momenti – “una tazza di caffè nero” − che, come un fermo immagine, dilatano la visione della protagonista e del pubblico, che s’identifica con i gesti quotidiani di Ianina ma la guarda anche “da fuori”, con una continua (e meravigliosamente ingannevole) oscillazione del punto di vista, degna dei migliori romanzi modernisti di fine ‘800.
Il risultato è un complesso corto circuito tra soggettività dichiarata e oggettività filtrata; tra meccanica esecuzione – quasi una coazione a ripetere – e un gioco fatto di pause colme di senso, passi, gesti evanescenti e leggeri; quegli "attimi che sembrano durare un’eternità" in cui la vita si condensa, frammentata e detonata per poi esplodere: dentro.
Probabilmente – oggi più che mai − il palcoscenico è uno dei pochi non-luoghi in cui queste pause possono essere sviluppate, in cui queste schegge di memoria – e di psiche – inespressa trovano un punto di luce, anche solo per pochi minuti. Se nella prima metà della performance abbiamo già respirato, a più riprese, aria di Beckett o di Pinter, il colpo definitivo (in effetti, atteso) arriva verso il finale, quando i due morbidi attori immaginano (e inscenano) un ipotetico incontro casuale tra la signora Ianina e Tadeusz Kantor, sul vecchio tram “numero diciannove”. In una mise en abyme continua e subliminale, il cerchio si chiude, dove tutto è iniziato; con un movimento lento, impalpabile, misterioso in cui tutti gli oggetti “feticci” e i personaggi/esecutori ritornano al loro posto.
Sembra che nulla sia accaduto, ma qualcosa, nel profondo, invece, si è spostato. La vita è un punto di vista.

 

 

 

 



Reality
ideazione e performance Daria Deflorian, Antonio Tagliarini

a partire dal reportage Reality
di
Mariusz Szczygieł
traduzione di Marzena Borejczuk
edito da Nottetempo Edizioni, 2011

disegno luci Gianni Staropoli

consulenza per la lingua polacca Stefano Deflorian, Marzena Borejczuk, Agnieszka Kurzeya
collaborazione al progetto Marzena Borejczuk

organizzazione e comunicazione Filipe Viegas

una produzione Planet3/Dreamachine, ZTL-Pro, Festival Inequilibrio/Armunia

con il contributo di Provincia di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali

in collaborazione con Fondazione Romaeuropa/Palladium e Teatro di Roma

residenze Armunia/Festival INEQUILIBRIO, Ruota Libera/Centrale Preneste Teatro, Dom Kultury Podgórze
patrocinio Istituto Polacco di Roma

con il sostegno di Nottetempo, Kataklisma/Nuovo Critico, Istituto Italiano di Cultura a Cracovia, Dom Kultury Podgórze
lingua italiano
durata 50'
Napoli, TAN – Teatro Area Nord, 27 febbraio 2016
in scena 27 e 28 febbraio 2016

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