“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Martedì, 15 Novembre 2016 00:00

Emma Dante: disegnando "Odissea"

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Emma Dante è una regista assai prolifica. Chi frequenta il suo teatro – da più o meno tempo – converrà col fatto che ci sono una serie di elementi ritornanti del suo universo drammaturgico che col tempo si sono sempre più affinati, fino a divenire immediatamente riscontrabili come cifra – stilistica, estetica, poetica – del suo teatro.

Ultimo segmento di un percorso di (ri)visitazione del mito, dopo Io Nessuno e Polifemo, Verso Medea, Odissea a/r ne è forse la sintesi più completa col valore aggiunto che questo spettacolo è l’esito del laboratorio permanente della “Scuola dei mestieri e dello spettacolo” che la Dante dirige e conduce al Teatro Biondo di Palermo.
In scena ben ventitré attrici e attori giovanissimi: corpi, figure, voci che la regista ha modulato sul tema archetipico del viaggio di Odisseo. Ed è proprio l’elemento laboratoriale – qui più che mai presente ma vitale in tutti i suoi lavori – che scandisce tempi e modi della messa in scena. Una, due, tre schiere sul palco scuro e nudo, si alternano, si fondono, si rincorrono, s’incastrano. La scena, come sempre per Emma Dante, è geometria solida che accoglie o espelle l’elemento umano. La schiera vomita storie, personaggi. Zeus, narciso palestrato, gioca con i destini degli uomini; Telemaco dolce e fragile, è accudito da Euriclea che tiene i fili affettivi di tutta la famiglia mentre Penelope, sospesa in un amore antico, brama un Odisseo pieno di dubbi: come noi tutti, si è un po’ perso per la via ma, in cuor suo sa che prima o poi dovrà tornare a casa. A fare da sfondo/coro, il piccolo universo mondo di Itaca, con i Proci goderecci e fanfaroni che distillano baci alle ancelle ammiccanti e canti irriverenti alla moglie del re, in una festa di nozze dal sapore anni ’80 con vestiti di paillettes e cravatte in technicolor.
Il mito greco (ri)prende vita nella sua versione più provocatoria, carnale, ma anche sincera, immediata, legata soprattutto – e non è una novità per la Dante – alla dimensione pulsionale, motore mobile che attiva la perenne ricerca dell’umanissimo eroe. A una semplicità drammaturgica corrisponde una raffinatissima ma altrettanto essenziale ricerca estetico/visiva che sul palco costruisce una drammaturgia nella drammaturgia: non parole ma immagini semplicemente splendide, motivo di vero godimento nei lavori della regista palermitana. Sintesi nitida di luci, gesti, pochissimi oggetti di scena, i quadri che la regista disegna in raccordo tra le fasi della narrazione sono visioni oniriche: spesso legate molto più alla dimensione della danza, innestata ormai da tempo con i suoi lavori. Alcuni frammenti notevoli: il drappo che due schiere di Proci e ancelle filano una di fronte all’altra crea una griglia orizzontale in cui è metaforicamente stagliata/intrappolata la figura di Penelope che rompe la geometria e il movimento con la sua perpendicolarità. La scena della partenza di Telemaco: il mare è un orizzonte di strisce (di nuovo) rettangolari che tagliano lo spazio scenico in frangenti abitati dalle forme sinuose dei corpi degli attori/pesci natanti. La nave in viaggio è una schiera compatta di muscoli che sul fondo della scena si muovono in sincrono, disegnando i movimenti di una vogata metafisica. Corpi, corpi, corpi. E poi l’elemento – ritornante, qui più che significativo – dell’acqua: scrosci in controluce; il suo delicatissimo e ammaliantissimo rumore in movimento: non effetti speciali ma una semplice bacinella riempita e fatta ondeggiare sulla scena.
Ovviamente questa è una versione dell’Odissea trasportata in Sicilia: i personaggi parlano con cadenza palermitana, gli uomini indossano canotte e coppole, le donne gonne e camicie o veli nuziali. Così capita, tra una fase e l’altra del viaggio, di scorgere scene da Le sorelle Macaluso, Ballarini, mPalermu. Uno spettacolo nello spettacolo, di cui anche chi non è più addentro al lavoro della Dante può godere. Chi invece frequenta il suo teatro e le sue visioni ne può ormai riconoscere i segni distintivi: Emma Dante ha costruito un alfabeto di segni – Artaud direbbe geroglifici – che compongono una lingua teatrale tutta sua, con cui può decodificare e scomporre il mito, la tragedia, la commedia. Tutto questo non sarebbe possibile senza l’energia degli attori in scena: travolgenti, coraggiosi, generosi, tutti. Quest’operazione è accostabile, nelle premesse, alla scuola di Santa Estasi di Antonio Latella prodotta da ERT che ha poi partorito otto ritratti della famiglia degli Atridi. Queste esperienze hanno in comune due questioni vitali: la ricerca e la trasmissione. Sperimentare e dare spazio ai giovani. In questo momento, non solo a teatro, ne abbiamo un grande bisogno.

 

 

 

Odissea a/r
liberamente tratto dal poema di Omero
testo e regia Emma Dante
con gli allievi attori della "Scuola dei mestieri e dello spettacolo" del Teatro Biondo di Palermo: Manuela Boncaldo, Sara Calvario, Toty Cannova, Silvia Casamassima, Domenico Ciaramitaro, Mariagiulia Colace, Francesco Cusumano, Federica D’Amore, Clara De Rose, Bruno Di Chiara, Silvia Di Giovanna, Giuseppe Di Raffaele, Marta Franceschelli, Salvatore Galati, Alessandro Ienzi, Francesca Laviosa, Nunzia Lo Presti, Alessandra Pace, Vittorio Pissacroia, Lorenzo Randazzo, Simona Sciarabba, Giuditta Vasile, Claudio Zappalà
elementi scenici e costumi Emma Dante
luci Cristian Zucaro
suono Gabriele Gugliara
produzione Teatro Biondo di Palermo
lingua italiano
durata 1h 30'
Napoli, Teatro Bellini, 13 novembre 2016
in scena dall'8 al 13 novembre 2016

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