“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Venerdì, 16 Ottobre 2015 00:00

Chiusi alla polvere...

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È polvere quella che si deposita negli interstizi, è polvere quel sedimento pulviscolare, quasi impercettibile e che pure, insinuandosi pervicacemente, può minare con stillicida cadenza il funzionamento di un meccanismo, di un ingranaggio, che può finire per incepparsi per quel granello di polvere in più tra un ganglio e un altro ganglio, senza balzare all’occhio, eppure difettando dall’interno un congegno all’apparenza efficiente e funzionante.

È questa polvere, per converso, quella che, dalla plausibilità del reale si trasferisce all’evocazione allusiva della scena, in un spazio rarefatto ed essenziale (un tavolo, due sedie, un omino appendiabiti in un angolo): Polvere, ovvero due personaggi in scena, abitatori esclusivi di una claustrofobia sentimentale; nascita, crescita e morte per asfissia di un rapporto di coppia in cui la prevaricazione di un uomo su una donna assume i contorni sfumati di un persistente e sottile martirio psicologico, condotto e coperto da toni apparentemente melliflui e suadenti, dietro i quali s’annida la subdola e logorante pervicacia di una tortura perpetrata in punta di logorio psichico.
Polvere non racconta la violenza fisica, non affronta il tema del femminicidio, ma si sofferma sull’aspetto più sfumato ed etereo della prevaricazione occulta, inscenando un rapporto vittima/carnefice che parte da un ribaltamento dei ruoli iniziali per stabilire progressivamente un rapporto interno di forze in cui colui che a tutta prima sembrava l’oggetto lamentoso nelle mani della donna amata, diviene progressivamente il padrone totalizzante dell’altrui vita.
È una partitura per quadri successivi quella che racconta Polvere: un lui ed una lei in scena, in dialoghi dai toni in apparenza garbati, finanche affettuosi, condotti con uno stile ed un ritmo volutamente dilatati di quel tanto che basta a rendere la scena come rarefatta, come a voler allargare il tempo della rappresentazione per consentire ad uno scandaglio psicologico di insinuarsi nelle pieghe profonde di un rapporto; quelle pieghe in cui finiscono per annidarsi quei subdoli granelli di polvere che si chiamano sospetto e sfiducia e che finiscono per inquinare un amore rendendolo gabbia d’aberrazione, terreno di prevaricazione e infine letto di Procuste di una sopraffazione.
La progressione dell’escalation vessatoria è praticamente geometrica, condotta sulla scena da un Saverio La Ruina magistrale nel comporre il suo personaggio, nel conferirgli un tono suadente, col quale conduce inquisizioni successive, insinua illazioni becere, cavilla su comportamenti innocui, sferzando la psiche della donna mentre un manto di bonomia gli avvolge la voce, mentre un sorriso abbozzato all’atto di annuire sembra offrire all’interlocutrice i toni di una bontà tutta esteriore, mentre la nevrosi affiora quasi impercettibile nell’ondeggiare di una gamba o nel gestire delle dita, tamburellandole contro la spalliera di una sedia.
Dall’altra parte c’è una donna – l’ottima Cecilia Foti, assai convincente nell'incarnare una credibile donna normale del nostro tempo – che trascorre progressivamente dalla gioia di vivere un amore alla clausura di una vessazione quasi inconsapevole e che inconsapevolmente la conduce a rinchiudersi prigioniera di un rapporto, di un amour fou; così ce la troviamo dapprima allegra e sbarazzina, poi, via via, sempre più problematica, con le proprie vicende dolorose strappate via al canapo dei ricordi per diventare strumento di tortura nelle mani del carnefice celato dietro un sorriso accondiscendente solo all’apparenza; e non a caso, col procedere dell’”inquisizione”, la scena vedrà la donna sempre più chiusa, stretta nelle proprie braccia, indosserà un abito in più, come a voler cercare una protezione e un riparo da quel fuoco di fila di domande e dubbi che la metteranno sempre più a nudo.
Nella connotazione dei riverberi psicologici di un rapporto prevaricante, Polvere coglie e descrive efficacemente il funzionamento di meccanismi sottili e spesso contorti, non scevri da contraddizioni di superficie; nel suo farsi scena ricrea un’atmosfera claustrofobica, che si pasce della reiterazione degli atteggiamenti, nella ridondanza delle frasi che ci si rivolge; la messinscena, che si avvale di un disegno luci che ben accompagna la scansione dei quadri scenici, possiede un ritmo volutamente piatto, attestato su toni di una medietà studiata, che contribuiscono a collocare l’azione sotto una cappa di oscura normalità; con il rischio però, non del tutto superato, di un appiattimento – e ci riferiamo soprattutto all’impianto drammaturgico – che non offre spunti di novità rimarchevole, mancando del nerbo di un punto di vista originale e spiazzante di quel tanto che consenta allo spettatore di tornare a casa portandosi dietro – e, perché no, dentro – un elemento in più su cui ragionare, un’emozione in più su cui appassionare.

 

 

 

 

Polvere – dialogo tra uomo e donna
di
Saverio La Ruina
con Saverio La Ruina, Cecilia Foti
musiche originali Gianfranco De Franco
contributo alla drammaturgia Jo Lattari
contributo alla messinscena Dario De Luca
aiuto regia Cecilia Foti
disegno luci Dario De Luca
audio e luci Gennaro Dolce
realizzazione quadro Ivan Donato
foto di scena Tommaso La Pera, Angelo Maggio
produzione Scena Verticale
organizzazione e distribuzione Settimio Pisano
con il sostegno di Comune di Castrovillari
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Galleria Toledo, 13 ottobre 2015
in scena dal 13 al 18 ottobre 2015

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