“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Domenica, 13 Settembre 2015 00:00

Cucinelli-Latella: co-regia di stile

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La location
Solomeo è una frazione del comune di Corciano, in provincia di Perugia; è una bomboniera trecentesca adagiata su una delle colline umbre, la sua fama e parte dei restauri che ne determinano la suggestione si devono all'imprenditore Brunello Cucinelli.
Nel percorrere la salita d'accesso al borgo non si può restare indifferenti di fronte alla raffinatezza che quelle pietre sembrano ostentare, soprattutto, ovviamente, se lo si fa di sera; lampioncini a luce calda iniziano a segnare un percorso, tra vialetti e portici, che introduce al piazzale antistante il Teatro Cucinelli. Il Foro delle Arti, di cui il teatro rappresenta il centro, è un'idea dello stilista che nel 2000 ha dato avvio ai lavori di costruzione e restauro di un complesso che si completa di un Ginnasio, un Ippodromo, un Giardino dei Filosofi ed una Accademia.

L'illuminzione dal basso, con candele da terra, sembra spingere la struttura del Teatro verso la sommità celeste. Al suo interno tutto è elegante, dalle divise in seta e cashmere del personale, ai colori dominanti dell'ambiente, tutto è nei toni del beige e del marrone.

Il mecenate contemporaneo
Brunello Cucinelli è un elegante uomo di sessantadue anni divenuto miliardario grazie alla produzione di abbigliamento in cashmere: parliamo di una capitalizzazione di mercato pari a un miliardo e mezzo di dollari; ma Cucinelli non è solo un imprenditore, Brunello Cucinelli s'è guadagnato una laurea honoris causa in Filosofia ed Etica delle relazioni umane per la sua filosofia aziendale che, sulla scia degli insegnamenti di Socrate, Seneca e San Francesco, si lega all'idea di un “capitalismo etico” e di “un'impresa umanistica”: “Ho sempre coltivato un sogno, quello di un lavoro utile per un obiettivo importante. Sentivo che il profitto da solo non bastava e che doveva essere ricercato un fine più alto, collettivo. Ho capito che a fianco del bene economico si pone il bene dell'uomo, e che il primo è nullo se privo del secondo. Sogno una forma di capitalismo moderno con forti radici antiche, dove il profitto si consegua senza danno od offesa per alcuno e, parte dello stesso si utilizzi per ogni iniziativa in grado di migliorare concretamente la condizione della vita umana: servizi, scuole, luogo di culto e recupero dei beni culturali”. Nel 2012 Cucinelli è salito alle cronache per aver diviso gli utili derivanti dalla neonata quotazione in borsa dell'azienda con i suoi dipendenti, che si sono visti accreditare una supertredicesima da cinquemila euro.

La messinscena
Il sipario si apre sull'esterno di un edificio vittoriano, le luci, magistralmente pianificate da Simone De Angelis, proiettano sulle grandi finestre con tende chiuse l'ombra di Lane, il maggiordomo; l'immagine è proprio quella della sigla di apertura della monografia dedicata dalla Rai, alla fine degli anni Ottanta, ad Alfred Hitchcock, un gran bell'omaggio che sarebbe stato facile rendere grottesco aggiungendo le note della Marcia funebre per una marionetta di Charles Gounod, ma Latella è regista raffinato e da sempre si avvale di tecnici dello stesso spessore.
Ci appare, quindi, subito chiaro quale sarà il ruolo del pubblico in questa messinscena, quella degli spioni, dei ficcanaso ed anche, per quel che si mostrerà poi, dei pettegoli ipocriti. L'interno è scarsamente arredato e continuamente mobile: una sovradimensionata poltrona e delle piante verdi sono opera di Giuseppe Stellato; lo scenografo sceglie la distanza dagli arredi dell'epoca e conserva invece la facciata in stile, tutto è mobile, tutto pronto ad essere smascherato, disvelato, un'idea in linea con le intenzioni della messinscena tutta.
Stesso discorso per i costumi di Graziella Pepe, molto più da commedia americana degli anni Novanta che da opera di fine Ottocento, contemporanei e sfrontati piuttosto che di maniera e puritani.
Molto belle le musiche di Franco Visioni, mai stonate rispetto all'opera, il suono di uno stormo di uccelli in volo (forse un altro omaggio a Hitchcock) in una delle scene più significative della rappresentazione è addirittura da brividi.
La storia è quella nota di The Importance of Being Earnest opera del 1895 di Oscar Wilde, quella di Jack Worthing e Algernon Moncrieff, due gentiluomini londinesi che fingono di chiamarsi Ernest per rispondere al desiderio delle belle ereditiere Gwendolen, cugina di Algernon, e Cecily, nipote di Jack, di sposare un uomo di nome Earnest. Gwendolen è però ostacolata dalla madre, Lady Bracknell, che non sopporta l’idea che la figlia si fidanzi con un orfanello ritrovato in una stazione ferroviaria. Algernon invece, innamorato della giovane Cecily, è contrastato proprio da Jack, che essendo zio e tutore della ragazza, vuole proteggerla dalla pericolosa superficialità dell’amico. Rispetto all'opera però, c'è un finale nella messinscena che è anche una postfazione oltre che richiamo biografico; è l'Episodio Gribsby inserito nella prima stesura dell'opera che testimonia l'irruzione della giustizia nella vita di Wilde prima, di Argenon poi per problemi legati al denaro, alla difficoltà di reperirlo. Il sipario si chiude sul corpo maltrattato di Argenon, abbandonato da amici e parenti sul davanzale della vita con, per compagna, una vuota bottiglia di Champagne. C'è in questa scena tutto il palesarsi dell'ipocrisia dei benpensanti, c'è la finzione dei rapporti e la solitudine di un uomo, c'è il confronto con una società stigmatizzante e la presa di coscienza di una sconfitta.

Gli attori
Sul palco la Compagnia dei giovani del Teatro Stabile dell'Umbria ci regala una bella prova attoriale, molto divertente e fresca. Tra loro spiccano per bravura Francesco “Bolo” Rossini e Giulia Zeetti, nei panni, rispettivamente di Algernon e Gwendolen. Bolo è un perfetto lord inglese che tanto ricorda il Rupert Everett della più recente versione cinematografica dell'opera di Wilde, (quella di Oliver Parker) nonostante la distanza abissale che separa le interpretazioni registiche di quella e questa; come Everett offre al pubblico un'innata eleganza, certo qui ostentata ma tenuta fino alla fine e che riteniamo non sia riuscita a far spazio alla volgarità nemmeno nelle scene più forti della messinscena. Bolo è pulito e perfettamente a suo agio, padrone del corpo quanto della voce, della leggerezza quanto dell'intensità, è attore di lunga esperienza e ce lo dimostra. Giulia è bellissima e seducente, ammalia e convince, è brava, bravissima, e concentrata; Giulia la conoscevamo già come artista, l'avevamo vista fare un interessantissimo lavoro su I monologhi della vagina di Eve Ensler in coppia con Caterina Fiocchetti, erano state straordiarie. Crediamo che sia diventata ancora più brava di allora. Caterina, che qui veste i panni di Miss Prism, ha fatto un ingresso in scena molto bello e curato ma non è riuscita a mantenere la concentrazione fino alla fine, ha perso in fascino e precisione, in uno dei dialoghi finali, quello con Lady Bracknell, non c'era né verità, né intensità, forse colpa di un confronto con l'unica attrice a cui sul palco non abbiamo mai creduto. Vittoria Corallo è apparsa finta sin dalla sua prima battuta, tutta presa dal suo finto accento inglese ha messo da parte l'interpretazione. Ci siamo interrogati se la scelta dell'accento forzato e l'assenza di pathos fosse stata del regista, a sottolineare ancor più l'ipocrisia del suo personaggio, ma è un'ipotesi che abbiamo scartato; Vittoria Corallo semplicemente non era nei panni di Lady Bracknell, così come non lo è stato per tutto il primo atto Stefano Patti, interprete di Jack, anche lui troppo teso, quasi rigido nelle azioni, ha trovato luce e vigore solo nel secondo atto, lì si è finalmente fatto apprezzare per le sue qualità. Conoscevamo anche Caroline Baglioni e da lei ci aspettavamo una prova migliore di quella a cui abbiamo assistito, perché sempre strepitosa in scena, mai avara di emozioni, in grado, in passato, di farci tremare e sognare. Caroline qui ha ben interpretato Cecily ma l'avremmo preferita ancora più frizzante e sbarazzina, più monella e provocante, più vuota ed infantile, ci sembrava avesse un po' il freno a mano tirato; forse colpa della stanchezza, delle dure prove a cui sta sottopondendo il suo fisico poiché, quasi contemporaneamente, sta portando nei teatri italiani il suo Gianni, vincitore, nel luglio scorso, del Premio Scenario per Ustica. Molto bravo anche Jacopo Pelliccia/Lane, perfetta la sua versatilità: nel maggiordomo composto e preciso, spietato nel ruolo di Gribsby. Simpatico e leggero, esattamente come doveva essere, Edoardo Chiabolotti; forse un po' meno a suo agio Samuel Salamone.

La regia
Antonio Latella, uno dei più grandi e innovativi registi della scena contemporanea, ha scelto di provarsi, questa volta, con attori non “suoi”, quindi non conosciuti ed intuibili ed ha scelto di farlo con un'opera di Wilde. Ha scelto di lavorare con artisti giovani ma esperti, in grado di essere diretti ma pieni di slanci di personalità e questo ci sembra sia presente su palco; ci sono attori che si propongono per quello che sono, con le loro verità, con la loro freschezza, lontani dalla volontà di voler rileggere o riscrivere la realtà a proprio uso e consumo, caratteristica invece dei loro personaggi. Ed era esattamente questo utile e necessario a palesare la denuncia di Wilde dell'impossibilità per l'uomo moderno di vivere con onestà, l'impossibilità di guardare la realtà senza travisarla attraverso le lenti deformanti della nostra anima, senza modificarla con le nostre angosce e le nostre speranze. Per Wilde non si trattava, banalmente e semplicemente, di ridicolizzare la tendenza degli uomini e delle donne alla menzogna; si trattava invece di irridere l'incapacità degli uomini moderni di poter guardare se stessi e gli altri senza proiettarvi continuamente i propri desideri e le proprie aspettative. Sul palco questo c'era ed ha reso la messinscena vera.
“Più leggo le parole di Wilde e più sento la necessità di 'stare in ascolto'; ascolto la sferzante banalità, ascolto i tanti doppi sensi, ascolto la leggerezza, ascolto l’ironia, ascolto la cattiveria. Ascolto lo sfidarsi di fioretto, dove la 'toccata' è un’abilità donata all’esperto della parola; tutto ciò che viene detto è per ottenere una risposta, una difesa, un attacco, un affondo programmato da chi parla. Con Wilde imparo ad ascoltare ciò che viene omesso, il non detto; comprendo che il vero dialogo non è nelle parole dette, ma in quelle nascoste abilmente dietro i suoi personaggi. Bisogna essere maestri per sapere dire nel non dire”. Questo dichiarava il regista e, secondo noi, bisogna essere ancora più maestri nel saper rappresentare e rendere in scena il non detto del dire, la verità dietro la menzogna, il buonismo che cela la crudeltà, il nonsense, l'ironia, i giochi di parola, gli equivoci, Latella e tutti coloro che hanno lavorato alla messinscena hanno fatto sì che questo fosse possibile e piacevole. È geniale l'idea di creare questa grande lente-finestra a scrutare e spiare il privato e confrontarlo con il pubblico, questo continuo stare in bilico dei personaggi tra il fuori ed il dentro l'appartamento, tra verità ed ipocrisia; ed ancora, lo stare sempre in scena e quindi presenti nella vita degli altri, mimetizzati (con piante o poltrone che fossero) per non farsi riconoscere, tutto dice dell'oscillazione continua tra la volontà ed il dovere, tra il reale e la finzione, tra la convenzione e la libertà. Lo spettacolo è da vedere, la sua regia è perfetta, nonostante qualche sbavatura attoriale, che non possiamo non giustificare, la sua visione lascia sulle labbra il retrogusto amaro della verità che ti obbliga a portare a casa il piacere e la rabbia.

L'epilogo
All'uscita dal Teatro sono nuovamente le candele da terra, come comete, a condurci all'interno dell'Accademia umanistica e della Biblioteca, dove due eleganti figuri di sesso opposto ci invitano a consumare Tozzetti e Vin Santo, il fine pasto umbro per antonomasia, tutto di ottima qualità, tutto, dunque, in perfetto stile Cucinelli. Quasi fosse il vero coregista, Cucinelli ha, con le sue coccole di lusso, il merito di rendere ancora più stiloso lo spettacolo ed ancora più piacevole la sua fruizione. Si conclude così una serata a teatro di puro godimento dove tutti e cinque i sensi hanno avuto sufficienti stimolazioni e appagamenti ma dove, soprattutto si esperisce la compattezza di una rappresentazione; spettacolo, opera e location, e la filosofia che la sottende ovviamente, sembrano compattarsi per giungere ad un unico obiettivo: il benessere psico-fisico che lo spettacolo d'insieme procura e le consapevolezze che ne derivano. Fosse così sempre!

 

 

 

L'importanza di essere Earnest
da
Oscar Wilde

regia Antonio Latella
traduzione e adattamento Federico Bellini

con Francesco “Bolo” Rossini, Caroline Baglioni, Edoardo Chiabolotti, Vittoria Corallo, Caterina Fiocchetti, Stefano Patti, Jacopo Pelliccia, Samuel Salamone, Giulia Zeetti
scene Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
luci Simone De Angelis
musiche Franco Visioli
assistente alla regia Brunella Giolivo
produzione Teatro Stabile dell'Umbria, Fondazione Brunello e Federica Cucinelli
lingua
italiano
durata 2h 30'
Solomeo (PG), Teatro Cucinelli, 9 settembre 2015
in scena
dal 3 al 20 settembre 2015

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