“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Mercoledì, 16 Settembre 2015 00:00

Teatro delle coscienze

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Una città, due mari e due cuori. Anzi, un unico grande cuore come bipartito in due ventricoli: la città e “’u stablmént’”, le acciaierie dell’ILVA, quelle che al quartiere Tamburi prima che vederle le presagisci da un rannuvolo grigio scuro. La città è Taranto e rivive riprodotta su scala teatrale in uno spazio che ne denota ascendenza gemellare: siamo a Bagnoli, dove altre acciaierie, dove un altro stabilimento ha lasciato dietro di sé memoria conflittuale, rivendicazioni e polemiche. Siamo a Bagnoli, al Circolo ILVA, una sorta di domicilio d’elezione per questo Capatosta di Gaetano Colella, che condivide la ribalta con Andrea Simonetti.

Rumore di fondo che stordisce e a tratti assorda ci trasporta all’interno di uno stabilimento possibile, vissuto da due operai, il veterano e la matricola, interpreti di due posizioni polarizzate, se vogliamo stereotipe, con da una parte il disincanto cinico, il menefreghismo abbrutito di chi ha ormai indurito coscienza più dell’acciaio che lavora, e dall’altra il non ancora tacitato senso di giustizia sociale, il velleitarismo rivoluzionario di chi, afferendo ad una generazione precaria, avverte ancora come necessitante l’istanza di una perequazione.
Il vecchio e il nuovo, il disimpegno e la lotta, s’incarnano in due figure che si delineano chiare in una drammaturgia dalle linee nitide, che affresca un quadro di nota e plausibile umanità con la semplicità essenziale del dialogo, evocandone un luogo e le problematiche e soprattutto sfuggendo al rischio – che sempre incombe quando ad essere portate in scena sono tematiche sociali – di sfociare nella apologetica da comizio, dando altresì vita ad una composizione teatrale omogenea, dal tratteggio sottile e che induce a parlare, più che di “teatro civile” tout court, di teatro della coscienza, o meglio delle coscienze, di quelle che dormono e di quelle che si svegliano, teatro delle coscienze blandite dai beni di consumo, da casa, macchina e famiglia adoperati come deterrenti sociali alla ribellione e incentivi al disimpegno; teatro delle coscienze in cui le emergenze sociali prendono progressivamente forma in un dialogo articolato, che è occasione per fare storia, per ripercorrere vicende vere, autentiche, reali di un contesto in cui di lavoro si è morti e si continua a morire, nell’amara consapevolezza che la coscienza di classe ha lasciato il posto a tante parcellizzate coscienze di “partigiani dei cazzi nostri”.
Uomini che diventano cose, uomini che diventano acciaio, fino a fondersi e a trasfondersi nell’acciaio, stritolati nella logica del lavoro necessario per sopravvivere e che intanto ti ammazza. Su scena, il primo giorno di lavoro di una matricola, tra i fumi e i clangori, tra i sibili delle sirene e le angherie del “capoccia”, diviene specchio e spaccato di una realtà amara, stordita da un frastuono che ridonda e rimbomba, fra voci che si alzano fino a confondersi e a diventare inutile ciarla o rumore indistinto. Si diventa acciaio, ci si fonde e ci si confonde nell’acciaio che si lavora, fino a dimenticarsi di essere uomini, dimenticandosi degli altri uomini, ciascuno diventando una monade, una particella avulsa dal contesto, proiettata unicamente su se stessa; il rumore di fondo, la musica dell’acciaio, si fa più alta, le luci si abbassano, mentre ciascuno finisce seppellito nell’acciaio.
C’è un confronto generazionale, oltreché ideologico, tra i due personaggi in scena, vivificazioni di tipologie contrapposte e riconoscibili e che incarnano il passato retrivo ed il futuro che anela al riscatto, riscatto che per il primo può consistere solo in un avvenire altro da garantire ad un figlio, per il secondo in un passato di cui fare giustizia, per un padre morto di lavoro, anche se non morto sul lavoro. Aspro lo scontro, alte le tensioni, in scena due uomini uguali per ruolo, diversi per modo d’interpretarlo, compongono una metafora di sistema, di un sistema in cui l’acciaio che si produce pare essere più importante delle vite stesse di coloro che lo producono. Una poltrona reclinabile, dello stesso colore arancio degli elmetti da lavoro, sulla quale potersi godere il relax dalla fatica, pare essere la massima aspirazione e conquista a cui poter protendere da parte di chi, inserito e corrivo, ha accettato il meccanismo dell’ingranaggio; elemento fortemente simbolico, quella stessa poltrona reclinabile vedrà sovvertita la sua funzione in una sorta di letto di Procuste su cui consumare una nemesi simbolica. Mentre la voce calda di Cesaria Evora evoca Saudade, sembra assaporarsi su scena la nostalgia di un futuro che non c’è.  

 

 

 

 

Efestoval
Capatosta
scritto da Gaetano Colella
regia Enrico Messina
con Gaetano Colella, Andrea Simonetti
composizione sonora Mirko Lodedo
scena Massimo Staich
disegno luci Fausto Bonvini
datore luci Vito Marra
in collaborazione con Armamaxa Teatro
produzione Crest – Teatri Abitati
foto di scena Gennaro Cimmino
lingua italiano e tarantino
durata 55’
Napoli, Circolo ILVA di Bagnoli, 10 settembre 2015
in scena 9 e 10 settembre 2015

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