"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 13 Gennaio 2015 00:00

Ragionando su Vuccirìa Teatro

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Possibilità rara, e preziosa, quella di assistere a due spettacoli di una stessa compagnia in altrettanti giorni. Permette la comparazione, il confronto, consente di rilevare conferme e smentite, mutazioni, consuetudini, pregi o difetti che c’erano e non ci sono più o che invece  tornano, insistono, segnando una crescita che deve ancora maturare. Di Vuccirìa Teatro osservo, venerdì, Io mai niente con nessuno avevo fatto mentre, sabato, vedo Battuage. Torna quindi – Vuccirìa – a Galleria Toledo, torna sul palcoscenico napoletano che li ha promossi e poi consacrati, torna nel luogo in cui si sono fatti conoscere in città, torna – questo gruppo – nello spazio in cui ha inaugurato un intenso rapporto col pubblico locale e torna facendo crescere, replica dopo replica, il numero degli spettatori. Più di mezza platea piena, per il primo spettacolo; da tutto esaurito il secondo.

A più di un anno di distanza torna Vuccirìa, dopo aver fatto incetta di premi, incetta di sguardi e di articoli, incetta di applausi. Osservo queste due opere, sera dopo sera, e decido di muovermi tra di esse, rinunciando alla forma consueta della recensione mentre – piuttosto – uso la pagina per ragionare e comprendere se già si può parlare di Poetica e se già è possibile ravvisare un’identità specifica, un carattere definito. È già adulta, consapevole dei suoi mezzi e davvero capace di usarli, questa compagnia siciliana che adesso vive e lavora a Roma? M’interrogo e – mentre m’interrogo – scrivo.

Io mai niente con nessuno avevo fatto mette in scena la morte di un omosessuale ingenuo e delicato, fanciullesco, imberbe. Questa morte avviene prima: prima che gli spettatori si siedano, prima che si accendano le luci, prima che si sentano le voci degli attori. Laica resurrezione teatrale di una vicenda passata, Io mai niente con nessuno avevo fatto propone il ricordo determinando il ritorno.
Lo spettacolo ha una struttura scenica semplice: tre personaggi (il protagonista, la cugina di lui, il suo primo ed unico amante: causa d’infezione e di malattia) per uno spazio tripartito in orizzontale (destra/centro/sinistra) mentre – in verticale – genera profondità attraverso l’andare e il venire continuo, tracciando un percorso carnale e simbolico tra il buio del fondo e i fari in ribalta. Così le figure di contorno stazionano a mezzo palco, rimanenza viva e corporea di ciò che è accaduto, mentre l’esile corpo di “Motta Giovanni, ventitré anni, siciliano” perde e acquista vigore a seconda che s’immerga nella penombra o sia investito dalla luce piena. Un baule fa da unico arredo: contenitore d’oggetti, rimanda alla storia che viene riportata alla vita così come si riporta alla vita un vecchio vestito dismesso, antiche fotografie in bianco e nero o un oggetto qualsiasi, usato una volta e − da tempo − riposto e dimenticato in un cassetto, in una valigia o in una scatola abbandonata in soffitta.
Battuage propone invece uno scorcio lineare, apparentemente perimetrato, liminare, sfrangiato. Frammenti di una parete di mattonelle sporche, qualche specchio e neon rosa che si accendono e spengono tracciano la soglia tra questo dentro e ciò che c’è fuori e – questo dentro – è l’interno di un bagno pubblico, uno di quei bagni pubblici in abbandono, in cui è forte il tanfo d’urina, sulle cui pareti ci sono i numeri di telefono e nel quale, nessuno di chi legge quest'articolo, vi metterebbe mai piede.
Qui si consuma la giornata, e poi le giornate, e in qualche caso la vita intera, di gay che fanno pompini a pagamento, prostitute straniere calpestate e stuprate dai loro magnaccia, trans che attendono il cliente ormai solito, che passa tra la fine del lavoro in ufficio e la cena da consumare in famiglia. Il travestitismo teatrale a vista, col cambio d’abiti che avviene in penombra e al cospetto del pubblico; l’entra-ed-esci dallo spazio di scena senza alcun argine, senza alcuna premura illusoria; gli attori che interpretano più personaggi; i grandi fari in evidenza sui lati; l’utilizzo strumentale e libertario delle porte che danno ai camerini, aperte e chiuse, riaperte e richiuse, e la disarticolazione manuale della scenografia ci dicono che Battuage non mima la vita ma vuole recitarla, che non ha intenzione di offrire l’inganno della verosimiglianza ma la dichiarata falsità del racconto di scena: senza alcuna pretesa di misura, di calibratura realistica, di offerta veritiera. Siamo a teatro e ciò che vi mostriamo è teatro ma – questo teatro – rimanda a ciò che capita adesso, e domani, e dopodomani, in uno qualsiasi dei posti da cui voi, normalmente, state alla larga.

In entrambi gli spettacoli l’omosessualità, dunque, verrebbe da scrivere.
La scelta della conferma tematica sembra dovuta – inconsapevolmente, forse – al processo di minorazione a cui ormai si dedica gran parte del nuovo teatro di ricerca. In cosa consiste questa minorazione? Del contesto collettivo si mette in scena il debole, chi è celato o nascosto o chi non ha diritto di parola; si trascina sul palco ciò che sta ai margini e che costituisce – dell’intera società – una scheggia degradata, informe o perdente. Animali, bambini, schiavi e schiave, portatori d’handicap, donne, figure da vicolo o da sotto-sviluppo, immigrati, soggetti borderline, uomini e donne transgender, tossici, criminali minuscoli che fanno parte del ‘mondo di sotto’ che stiamo imparando a conoscere e che sono al servizio del grande Sistema. Ad ogni nuovo gruppo teatrale la sua particella di Paese reale; ad ogni gruppo teatrale la sua minoranza giacché – come insegna Deleuze – “la minoranza indica la potenza di un divenire, mentre la maggioranza indica il potere”. Il potere (uomo bianco, eterosessuale, mediamente ricco, falsamente colto) è la stasi, è una realizzazione già avvenuta, è un punto fermo. Tutto ciò che si contrappone al potere – trans, omosessuali, puttane in questo caso – impegna invece in un processo di contestazione esplicita e inevitabile e costringe a un’affermazione violenta, evidente, d’impatto. “Il teatro” – continua Deleuze – “sorge quando presenta e costituisce una coscienza di minoranza”, opponendo alla figura dominante le figure dominate, represse e in cerca, quindi, di rappresentazione ulteriore.
Vuccirìa, per questi suoi primi spettacoli, bada a chi tace e subisce la propria condizione sessuale o a chi fa della sessualità il proprio strumento identitario: tra colpa e vergogna, sfruttamento e violenza, illusione e menzogna. Occorre tuttavia chiarirsi subito: sesso e sessualità sono mezzi narrativi, sono maschere sceniche, sono caratteri per un dramma, sono cioè lo strumento tematico attraverso cui Vuccirìa cerca di raccontare la società odierna, delineandone i rapporti di dipendenza  e di ostilità, di vicinanza e di contrasto, di solidarietà o di abuso. Così “un pompino” non è “un pompino”, una mano nei pantaloni non afferra e stringe un pene e quando s’intravede – di lato, da un buco nel finto muro dei bagni – un uomo che penetra un transessuale (mentre la moglie di lui osserva, dall’altro lato del palco) ciò a cui si assiste davvero è la messa in discussione di un vincolo, di un’istituzione regolamentata e sacralizzata, di una serie di promesse recitate e tradite.
È questo che Vuccirìa tenta di fare: mostrare chi siamo e cosa siamo con e per gli altri, inscenando teatralmente il modo in cui facciamo l’amore, eiaculiamo, gemiamo, diciamo “basta” o diciamo “ancora”.

Non so se Io mai niente con nessuno avevo fatto sia nato in Sicilia ma, quel che è certo, è che è della Sicilia che parla. Mi dà la sensazione di un lavoro primario, utile ad affermare se stessi, buono a dire “esistiamo”. Racconta di un distacco dall’isola, racconta l’affrancamento, la ribellione, il tentativo di uscire e fuggire, di vivere altrove, di respirare un’aria differente. Lo fa coi mezzi paradossali e catartici del teatro, capace di recitare la morte per raccontare la vita. Così la malattia di Giovanni diventa la guarigione degli attori che − a forza di “scipparsi” e sbracciarsi, di urlare e pretendere − partono per il Continente, prendendo il traghetto che il personaggio non prenderà mai. È dunque la prima tappa, Io mai niente con nessuno avevo fatto, o meglio: è il punto di partenza, il posto nel quale ci si posiziona per cominciare la corsa o il proprio cammino.
L’opera è piena perciò di ingenuità, quasi tutte giustificabili proprio perché segna il principio, è una prima spinta, determina la nascita della compagnia. L’uso degli stereotipi siculi, attraverso la rappresentazione di un’arcaica violenza meridionale da fienile di campagna o da strada di provincia, non viene riscattato da una messinscena che usufruisce positivamente dell’energia interpretativa (ciò che più arriva e colpisce) ma che si mostra fin troppo semplice nella drammaturgia e nell’organizzazione sul palco. L’imposizione della frontalità, l’alternanza e la sovrapposizione dei monologhi, l’inizio e la fine delle singole parti sancito dalla ripresa di una frase o di un’immagine fanno comprendere che davvero – il pluripremiato e pluriapprezzato Io mai niente – va inteso come un radicale movimento verso il teatro che verrà fatto piuttosto che la dimostrazione di ciò che si è già in grado di fare.
La scrittura soffre di "sicilianitudine" ovvero funziona – e funziona parecchio – nell’accontentare i non-siciliani offrendo la Sicilia che si aspettano: retrograda, chiusa, patriarcale, sanguinolenta, nella quale – ad esempio – un cugino stupra un cugino dopo aver penetrato sua madre (naturalmente “buttana”) e sua sorella (per avviarla alla prostituzione). Fedele a ciò che ho già scritto, tuttavia, questo cruento panorama in cui si fotte, si minaccia e si picchia, è la rappresentazione per metafora di certe opprimenti ristrettezze dell’isola, dalla quale Vuccirìa si allontana, scenicamente e geograficamente. Non è un caso, quindi, che Battuage appartenga invece al suolo italiano, alla terraferma, che si ambienti in una grande metropoli, che associ al dialetto palermitano quello di Roma e la lingua straniera e che − la Trinacria − sia evocata come fonte d’origine ormai lontana e distante e, alla quale, non si vuole fare più ritorno: per non sancire la propria sconfitta, per non retrocedere dalle proprie illusioni, per non vanificare il proprio sacrificio. E non è un caso che – quasi per moto di reazione – alla semplicità di Io mai niente con nessuno avevo fatto segua la complessità offerta con Battuage: come se Joele Anastasi volesse controbilanciare la secchezza troppo facile del primo intreccio con l’accumulo in eccesso del secondo.
Battuage espone: un giovane omosessuale con fallite aspirazioni d’attore e di ballerino, una coppia eterosessuale il cui matrimonio finisce nel sangue, due trans, una prostituta greca e il suo nuovo pappone, un timido e riservato gay al suo primo contatto con un altro corpo maschile. Vi aggiunge il frammento episodico e memoriale di una madre lontana; richiama più volte le ipocrite sacrestie delle chiese nostrane; fa intravedere l’esterno di certe strade notturne e l’interno di qualche festino privato. Una boccetta di cocaina, una torta di compleanno, un pacco regalo con dentro una pistola. Sono questi oggetti ulteriori che servono a una storia di storie, palese tentativo con cui Vuccirìa passa dall’individualismo contenutistico di Io mai niente alla coralità di Battuage.
Nel secondo lavoro si confermano alcuni elementi, che fanno pensare qundi alla creazione in atto di una precisa identità scenica: resta la presentazione dei personaggi al pubblico, resta la frontalità di confessione, resta la vocazione a realizzare sequenze e intrecci di voci determinando assoli, a-parte individuali o di coppia, battute dette all’unisono. Resta – soprattutto – il tentativo di costruire coi mezzi dichiarati del teatro, evitando una chiusura definitiva della scena per cui possiamo parlare di quarta parete ancora esistente ma ridotta a brandelli, piena di buchi, attraverso la quale è possibile guardare ed essere guardati ad un tempo. Si affacciano alla platea, questi personaggi, per poi tornare ad abitare solo e soltanto il palcoscenico e, così facendo, sembrano parlare alla sala per poi essere risucchiati dalla scena.
Nel complesso Battuage non mi convince. Non mi convince perché propone effetti visivi già troppe volte usati in questi anni (inutile fare nomi, partecipando al vizio critico dell’associazione forzata tra artisti o compagnie ma le luci caravaggesche, il continuo utilizzo del microfono, l’accumulo di corpi e l’imposizione dei profili contro-una-luce-che-invade-la-platea sono elementi compositivi quasi stantii) e non mi convince perché – il pur lodevole tentativo di ramificare ed allargare la trama – costringe a una soluzione forzata dell’intreccio, da microcosmo che si piega in se stesso e che solo a se stesso deve la fine.
Mi sembra più interessante quando Battuage, invece, agisce col sotto-tono, quando abbassa il volume, quando rinuncia alle urla e non maltratta ma decide di offrire la fragilità di un personaggio e la sua disperazione taciuta: il giovane incerto, che ha in tasca “sessantatré euro” per “scopare”, perché gli altri due euro gli servono “per prendere l’autobus e tornare a casa”, è una delicata invenzione e resta: almeno per me, che scrivo questo articolo. Resta anche certa evidente bravura nel comporre stilisticamente la scena del duplice omicidio (la moglie che uccide il marito e il trans con cui la tradiva) perché ardito e ben svolto è il gioco prima/terza persona che avviene dentro/fuori la messinscena, per cui abbiamo un personaggio che fa da regista interno e da dominus/signore e padrone, suggerendo domande e risposte e impartendo gli ordini: regolarmente eseguiti perché accada la tragedia che deve accadere. 
Coacervo di uomini e donne senza riscatto è Battuage ed è uno spettacolo che non vuole compromessi o mediazioni e che, perciò, esercita il pieno diritto di dire “cazzo” quando va detto “cazzo” e tuttavia pecca nell’aggiungere, nell’insistere troppo, nel riproporre ciò che ha appena proposto cinque minuti prima. Finisce così appesantito; finisce lentissimo, ripetitivo, affaticato.

La conclusione di questi due giorni mi lascia comunque la certezza che sentiremo parlare molto di Vuccirìa. Perché è riconoscibile una capacità d’impattare sul pubblico e perché c’è una bravura attoriale innegabile, anche se va formata e calibrata. Sentiremo parlare molto di Vuccirìa perché Vuccirìa è soltanto al principio e – nonostante i premi e i trionfi, o le recensioni entusiastiche – mi sembra ancora sia alla ricerca della forma più efficace da dare alla propria energia, alla propria ostinazione, alla propria necessità di presenza.
Ad altri lascio quindi l’elogio, io mi riservo la speranza. Che Vuccirìa sappia fare dei limiti odierni − vedibili tutti anche se il pubblico s’alza in piedi ad applaudire − i punti di forza degli spettacoli che verranno. Perché verranno; perché non possono non venire.
Siamo soltanto all’inizio, infatti, di una storia teatrale tutta da scrivere e che non ha ancora dato il suo meglio.

 

 

 



Io, mai niente con nessuno avevo fatto
scritto e diretto da
Joele Anastasi
con Joele Anastasi, Enrico Sortino, Federica Carruba Toscano
produzione Vuccirìa Teatro
organizzazione e distribuzione RAZMATAZ
aiuto regia Nicole Calligaris
costumi Giulio Villaggio
foto di scena Michele Castellini
video Giuseppe Cardaci, Elia Bei, Davide Maria Marucci
lingua dialetto siciliano
durata 50’
Napoli, Galleria Toledo, 9 gennaio 2015
in scena 9 gennaio 2015 (data unica)

 


Battuage

scritto e diretto da Joele Anastasi
con Joele Anastasi, Enrico Sortino, Federica Carruba Toscano, Simone Leonardi
scene e costumi Giulio Villaggio
disegno luci Davide Manca
aiuto regia Enrico Sortino, Nicole Calligaris
musica originale Alberto Guarrasi
make-up Stefania D'Alessandro
foto di scena Dalila Romeo
lingua italiano, greco, dialetto siciliano, dialetto romano
durata 1h 10'
Napoli, Galleria Toledo, 10 gennaio 2015
in scena 10 e 11 gennaio 2015


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