“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Sabato, 27 Dicembre 2014 00:00

Una testimonianza

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Alessandro Mele è un giovane maestro di teatro. Esercita la sua presenza ostinata in un luogo nascosto all’interno di un androne, posto su una breve strada in salita chiamata Rampe Siani. ScugnizzArt è la sala nella quale fa lezione a giovani e meno giovani allievi. All’ingresso un tavolino ospita brochure e programmi di stagione napoletani, alle pareti altri cartelloni di altri teatri, qualche foto, locandine. Una trentina di sedie a fare da platea, con l’aggiunta di un divano laterale. Ambiente caldo, accogliente, in penombra.

Il palcoscenico è piccolo, nero, spoglio. Una sedia, sulla destra di chi guarda; un tavolo basso con sopra un telefono grigio, vecchio modello SIP. Riappare Denuncia alla vita: a distanza di due anni, per soli due giorni.
Denuncia alla vita è un monologo, dalla struttura drammaturgica semplice: andamento circolare, con intro e chiusura scanditi da un flashback memoriale che riporta agli anni infantili e – nel mezzo – la diretta espressione di un malessere urlato, in sovratono, che sembra quasi procedere per segmenti, sequenze o frammenti. Ne viene, in questo modo, un’accusa verbale e sonora, quasi mai accompagnata coi gesti, che riguarda ogni aspetto distorto e visibile della contemporaneità metropolitana, economica, familiare: la sproporzione finanziaria tra chi ha troppo e chi ha niente e il disinteresse genitoriale, il trionfo del futile e la scarsa importanza data agli affetti, la violenza di vicolo e di quartiere, la propensione compromissoria e criminale della politica, il cinismo monetario, l’ipocrisia dei rapporti e l’indifferenza per il dolore degli altri, la bulimia di possesso, la leggerezza con cui si dice “addio” dopo aver detto “per sempre”.
Sottotema che emerge per dichiarazioni improvvise, per esplicite ammissioni momentanee, è la questione generazionale: un figlio che parla all’assenza del padre e un padre incapace di osservare e conoscere il proprio figlio sono le storie (accennate per avvampi, lacerti, per brevi ammissioni di trama) che servono a fare metafora dell’attuale condizione di crisi: “Io sono un ragazzo di trent’anni che vive una vita in cui non si riconosce” dice il protagonista; ”Vedo attorno a me un mondo che non mi appartiene” dice ancora e – alzato lo sguardo, tenuto brevemente il respiro – poi chiede: “Secondo voi, cosa funziona nella mia vita?”. La risposta è il silenzio.
“Io non so se è meglio viverla o non viverla questa vita: e tengo solo trent’anni”. La frase è  funzionale giacché anticipa, annuncia e prepara il finale: un colpo di pistola nel retro, mentre voci-off dei genitori dichiarano l'idea si tratti del rumore proveniente da un televisore. Poi il ritorno del bambino (maglia da calcio, biscotti e tazza di latte, sonoro da cartone animato) a generare visivamente il contrasto tra le illusioni di allora e la luttuosità del presente. 
Rappresentazione di una solitudine assoluta, priva di interlocutori poiché amici e compagna, sorella, madre, padre e istituzioni non sono che spettri oscuri e ombratili, ricordi memoriali, pure evocazioni già svanite, Denuncia alla vita colpisce per l’assolutismo disperato che trasmette, per questo suo non-ritorno consapevole, da tragedia (in)evitabile: immerso nel buio della scena, un uomo cerca un appiglio per resistere alle tenebre che sembrano indurlo alla sparizione ed è per questo che grida, rivendica, minaccia, si placa poi riprende, dispera, pretende giustizia o vendetta, esige e reclama chiamando a testimonianza i propri ricordi, indicando come responsabili coloro che lo circondano. Tra le dita una lettera lontana del padre – insieme di promesse diventate menzogne – mentre è evidente, negli occhi, il vuoto di prospettive, di salvezza, di futuro. Ma, Denuncia alla vita, ha anche la capacità di generare una suggestione ulteriore, diventando la messinscena di una catarsi mancata ("Prima o poi dovrete fare i conti con la vostra coscienza"): il commissario, la cui voce racconta di un padre incapace di fare il padre, non ascolta i lamenti del giovane e paga, questa sua incapacità di comprendere, con la morte del figlio. Sconta, dunque, col dolore personale una colpa collettiva.
Dell’opera – sia chiaro – non tutto convince: in alcuni momenti si patisce la sensazione d’accumulo, un dire-tanto per dire-tutto che diventa un dire-troppo e che genera fatica testuale, qualche lentezza, una sovrabbondanza tematica e argomentativa eliminabile e tuttavia si resta rapiti dall’energia dell’interprete, dalla capacità che manifesta nel trasmettere testo e contenuto alla platea. È osservando gli spettatori che mi rendo conto che non sto assistendo ad uno spettacolo consueto quanto, piuttosto, ad una comunicazione, a una maniera di dire e di dirsi, a un tentativo ulteriore che Alessandro Mele compie per parlare ai suoi allievi. Sono gli allievi a formare il pubblico questa sera, in questo spazio, ed è, a questi ragazzi e a queste ragazze, che Mele sembra voler rivolgere l’intero testo: come fosse un’avvertenza, una messa in guardia, una confessione sincera, una lezione amichevole. Diventa così un abbraccio teatrale, quest’opera, diventa un’offerta didattica, diventa la più intensa delle conferme possibili del lavoro che Mele compie ogni giorno a ScugnizzArt. C’è, nel suo mettere in mostra la fine di una vita, tutta la caparbietà artistica con cui cerca di incidere sulle vite degli altri, sulla loro esperienza, sul loro futuro. D’altronde chi è un maestro? Come possiamo definirlo? Quali sono i criteri secondo i quali possiamo dirlo tale? In una conversazione pugliese distante quant'è distante settembre, Eugenio Barba mi disse che il maestro è qualcuno che non solo possiede conoscenze ma le incarna, che le verbalizza e le rende poi vive fino a permettere di toccarle e che, un maestro, trasmette queste conoscenze stabilendo un rapporto personale con gli allievi, rapporto che può e deve assumere ogni forma utile (il training e lo spettacolo, la condivisione dello spazio e del viaggio, il teatro e ciò che vive e accade oltre il teatro), rapporto che vive “della forza dell’innamoramento e dell’amore”.
Se questo vale per alcuni dei nomi più conosciuti della Storia del Teatro del Novecento (a cui Barba alludeva), mi piace pensare che il termine “maestro” debba riguardare anche alcuni de “i senza nome” di quartiere, la cui memoria va onorata e testimoniata, quando possibile. Essere stato allo ScugnizzArt e aver visto Denuncia alla vita muta così il senso di ciò che ho scritto e la recensione – involontariamente, inevitabilmente –  diventa piuttosto un desiderio di fare testimonianza, di confermare un’esistenza che appartiene alla nobile “storia sotterranea del teatro”, per dirla con Marco De Marinis.
Su una breve strada in salita chiamata Rampe Siani c’è una sala, il cui nome è ScugnizzArt. All’interno vi è un giovane maestro di teatro, assieme ai suoi allievi.
Ed è a quest’impegno, che resta mentre lo spettacolo svanisce, che è dedicato questo articolo.

 

 

 

 

 

 

Denuncia alla vita
di e con Alessandro Mele
regia Alessandro Mele
voci off Franco Javarone, Rosaria Russo, Patrizia Spinosi, Manila Cipriano, Raffaele Imparato
assistente alla regia Stefania Candela
Napoli, ScugnizzArt Teatro, 21 dicembre 2014
in scena 20 e 21 dicembre 2014

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