"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Domenica, 28 Dicembre 2014 00:00

La commedia, la menzogna

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(la menzogna della verità)
Il vero tema di Some Girl(s), di Neil LaBute, è la menzogna: un uomo traversa gli Stati Uniti per incontrare le proprie ex; scopo dichiarato: pacificare, rimettersi in accordo, rimediare agli errori del passato, eventualmente lenire sofferenze guarendo le ferite rimaste. Si tratta di una bugia. Suo unico e vero intento è raccogliere materiale per il prossimo articolo da scrivere, per il prossimo racconto o, chissà, per il prossimo libro. Dunque un uomo agisce mentendo, al cospetto di donne che mentono inizialmente (mostrando una felicità che non provano) salvo poi confessare apertamente se stesse, la propria rabbia, la propria insoddisfazione.

Ma la menzogna è il tema di Some Girl(s) anche per un’altra ragione: quest’uomo è uno scrittore e il suo compito – quindi – è ridurre in falsità narrativa la verità della vita. Egli strappa all’esistenza altrui (e alla propria) lembi di passato e presente per metterli in pagina, venderli a un editore, cercare la fama: “Finzione: con questo tu hai a che fare” gli dice una; “Che vampiri che siete, che cannibali” gli dice un’altra mentre a una terza egli è costretto ad ammettere che, certo, “poi qualche brandello di vita può finire in un libro ed essere venduto”.
La menzogna, poi, è il tema di Some Girl(s) per un motivo ulteriore. Il protagonista è un arrampicatore sociale e i rapporti che ha scelto, istituito, perseguito e consumato sono stati funzionali alla sua ascesa. “Ogni tanto uso le persone attorno a me per far avanzare la mia carriera” dice, giustificando la sua ipocrisia comportamentale, la sua propensione alla falsità di relazione. Così – questo ritorno alle donne di allora – permette a chi osserva di conoscere le tappe di una progressiva affermazione economica e lavorativa: giovinezza liceale, studi universitari, master, incarichi come docente di Ateneo. Tutto basato sullo sfruttamento altrui, unto da lodi carezzevoli, insincere, funzionali al momento.
La menzogna – ancora – è il tema di Some Girl(s) anche perché, in Some Girl(s), non v’è figura che non dica bugie, che non sottragga parte di verità al proprio racconto. Sam vorrebbe fuggire dalla famiglia che ha creato e lo sussurra, dopo averlo taciuto anche a se stessa; Tyler mostra un’indipendenza a cui sarebbe pronta a rinunciare se soltanto lo scrittore volesse; Lindsay tradisce il marito, Reggie nasconde alle amiche ciò che le è appena accaduto mentre Bobbi narra della morte della propria sorella, salvo poi ammettere che si tratta di un’invenzione.
Non a caso, pertanto, vengono citati il Riccardo III di Shakespeare (un uomo che, con la recita, conquista il suo trono) e il Don Chisciotte di Cervantes (emblema dell’individuo che sogna, vaneggia, s’illude; che scambia il vero per falso facendo, del falso, la propria verità). Non a caso in alto domina una lavagna con una formula matematica (allusione, forse, alla difficoltà di trovare la giusta quadra nei rapporti tra uomini e donne ma anche rimando alla riductio della vita a una regola o norma espressiva: letteraria o algebrica che sia). Non a caso molte delle battute dette da Guy e dalle cinque donne possono essere lette come un tentativo di celare e celarsi ciò che più preme sul serio.
È tanto vero che la menzogna è il tema di Some Girl(s) che, per rimanere soltanto a Guy, egli può permettersi di usare più volte la stessa battuta (“Per me sei importante”); può inventare incontri mai avvenuti nelle forme che invece dichiara (venditore di aspirapolvere); può confondersi nell’uso di un verbo (“Avevo bisogno di vederti” in luogo di “Volevo vederti”) e quasi ogni sua frase (“Io lavoro costantemente a cose nuove”, “Ho preso questa specie di impegno e devo rispettarlo”, “Tutta questa storia in cui sto per imbarcarcarmi”, “Volevo vedere se potevamo parlarne”) può dirsi caratterizzata da ambivalenza e opacità, perché funzioni per il colloquio in essere ma alluda anche al lavoro di scrittura futuro tant’è che – i brevi momenti in cui Guy lascia emergere davvero il suo scopo – sono quelli nei quali si manifesta con più coraggio e trasporto: “Forse è lo scrittore in me che vuole sapere” dice, aggiungendo poi che − il suo interesse − è andare “alla radice” della “scarica di sofferenza” che lui e gli altri provano giacché è questo il compito di chi fa letteratura.
Dunque la menzogna è il tema di Some Girl(s). Neil LaBute veste questo tema con abito a lui consueto: genera una partitura da interni (una camera d’albergo), mette a confronto uomini e donne, alimenta la trama inducendo ogni figura a parlare: accumulo discorsivo, abuso di fiato, eccesso di chiacchiere – voluto – perché non vi sia mai silenzio, riflessione, un attimo di pensiero nel quale possa avvampare l’insignificanza della propria condizione, l’infelicità della propria esistenza, la disonestà del proprio carattere. Sono una maschera vocale tutti questi discorsi a cui Guy e Sam, Tyler, Lindsay e Bobbi danno vita sul palco (e Reggie nell’episodio a corredo e visibile online) e servono a far trascorrere il tempo senza dirsi e senza affrontare ciò che conta, ciò che vale e procura dolore. Così ne viene, complessivamente, il ritratto di una classe media impegnata a consumarsi con le inezie e le futilità e impegnata a dare peso ad eventi minuscoli, buoni per i convenevoli, ottimi per evitare l’assunzione personale di responsabilità. La conseguenza è la conferma della società liquida contemporanea di cui scrive Bauman: liquida nell’affermazione di se stessi, nel rapporto tra gli individui, nella valutazione degli eventi che derivano dalle proprie scelte, dai propri atteggiamenti. È per questa liquidità sociale che Guy e le sue donne sono contraddistinti da liquidità caratteriale: viscido lui, incapace di scegliere l’onestà e la dirittura morale (le registrazioni potrebbero essere distrutte ma vengono salvate e conservate perché se ne faccia utilizzo futuro); ipersensibili e tardivamente rancorose loro che – seppur in maniera diversa – reclamano, pretendono, desiderano ottenere il risarcimento o la vendetta che non sono state capaci di avere a suo tempo.

(la verità della menzogna)
A tutto questo, Marcello Cotugno, oppone il falso dichiarato della scena. Mettere su palco Some Girl(s) o un’altra qualsiasi delle opere di LaBute significa, spesso, produrre iperrealismo visivo alla maniera di Close, Estes o di Hopper: vetrate, divani, vasi coi fiori, pagine di giornale, pareti ammobiliate, porte di legno, carta da parati, stucchi, telefoni, piccole o grandi tele appese ai muri. Invece Cotugno contrappone al tema/menzogna della trama la forma/menzogna del teatro esponendone chiaramente i suoi trucchi: minimalismo d’arredo e cambio di scena a vista, impiego delle attrici nella duplice veste di protagoniste degli incontri e di cameriere d’albergo, la strumentale alternanza di luci fredde e luci calde per rendere evidente la diversità emotiva dei colloquianti, l’uso simbolico della disposizione dei letti, l’impiego di un palco-di-scena (il quadrato che fa da perimetro alla stanza) sul palco effettivo, l’invenzione di una passerella dimostrativa attorno alla camera e il tappeto di petali (emblema simbolico di storie sfiorite), i fermo-immagine imposti in ribalta, l’assenza di pareti, l’impiego di musiche di raccordo tra un episodio e l’episodio seguente. Questo permette l’esposizione calcata delle figure e dei loro stati d’animo (le donne che, via via, tornano al retro del palco dal quale sono state chiamate), permette a Guy/Gabriele Russo di rivolgere un “Salve” al pubblico, induce lo stesso Guy/Gabriele Russo all'errore (previsto) quando si tratta di dover prendere una bottiglietta d’acqua dal frigobar: si reca a destra, Guy, lì dov’era il piccolo mobile nella scena precedente mentre, adesso, è stato posizionato a sinistra.
Servono diligentemente la trama e la sua regia gli interpreti: Gabriele Russo mette in palco un uomo vagamente insicuro, sospettosamente furbo, vischioso, fasullo; incerto all’inizio d’ogni dialogo, quasi maldestro nel riprendere confidenza con l’interlocutrice di turno, visibilmente preoccupato che vi sia pausa o ristagno ma poi capace di sospingere alla confessione infuriata attraverso l’utilizzo di pretesti, invenzioni, funzionali ricordi lontani. Sam (Laura Graziosi), Tyler (Bianca Nappi) e Reggie (Rachele Minelli) sono figure maggiormente standardizzate da LaBute, sono prototipi, buone per la commedia di genere: si tratta di ruoli più schematici, netti, dal tratto digrossato, evidente, immediato e prevedibile: “Tu hai finito per diventare” – dice, non a caso, Guy a Sam – “esattamente quel che immaginavo”. Più complesse, articolate ed incerte sono la Lindsay di Roberta Spagnuolo e, soprattutto, la Bobbi di Martina Galletta: creature vere, confuse, abitate da un fondo amaro, sofferente, addolorato. Colpiscono le lacrime tenute da Lindsay, colpisce la fissità di volto di Bobbi, la sua freddezza inevitabile, il suo disincanto definitivo: la prima fugge senza parlare mentre la seconda, chiestole una parola, si limita a sancire il prezzo di un buono per gli acquisti: “Vale cinquanta dollari”.
Così, rimasto solo, Guy può riassestare la propria esistenza: piedi alla scrivania, sorriso soddisfatto alle labbra, recita ipocrisia parlando al telefono con la sua prossima vittima. D’altronde, va così questo cumulo di menzogne che ci ostiniamo a chiamare “vita”.

 

 

 

Some Girl(s)
di Neil LaBute
traduzione e adattamento Gianluca Ficca, Marcello Cotugno
regia Marcello Cotugno
con Martina Galletta, Laura Graziosi, Bianca Nappi, Gabriele Russo, Roberta Spagnuolo
interpreti episodio online Rachele Minelli, Gabriele Russo
scene Luigi Ferrigno
costumi Annapaola Brancia D'Apricena
luci e colonna sonora Marcello Cotugno
aiuto regia Beatrice Tomasetti
assistente alla regia Marianna Botrugno
foto di scena Michela Palermo
produzione Fondazione Teatro di Napoli
lingua italiano
durata 1h 35'
Napoli, Piccolo Bellini, 26 dicembre 2014
in scena dall'11 al 28 dicembre 2014

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