“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Venerdì, 06 Giugno 2014 00:00

Il confine fatiscente

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Luna Park è uno studio per corpo solo e musica: è un viaggio negli aspetti e nelle vesti degli emarginati, dei potenti, dei fanatici religiosi, dei limitanti confinamenti spaziali ed emotivi, della resistenza e della libertà. È una critica amara e mielata dell’impossibilità di spiccare il volo, di assaporare la libertà ed il libero amore e di realizzarsi in quanto artisti in tutti i sensi.

Lo spettacolo, interpretato dal giovane attore e drammaturgo Domenico Ingenito (con la collaborazione di Maria Sole Limodio e le musiche in scena di Francesco Santagata) nasce dall’analisi di cosa significa la provincia come luogo fisico ed esistenziale, limite agli orizzonti delle città, delle reti sociali genuine e della scoperta del mondo.
L’interprete comincia di spalle, è solo in scena, attorniato da transenne e stampelle appese a fili che calano dal soffitto: inizia a muoversi energicamente, sempre di spalle, verso il pubblico, si volta e si rivolge ad ogni spettatore del piccolo spazio dello Start Teatro, guarda negli occhi con aria stanca, passiva, rassegnata. È un monologo sulla santità prorompente e falsa, primo segno del provincialismo, che provoca stanchezza sociale. L’attore dà il via, così, al gioco delle vesti, spogliandosi ogni volta dell’abito interpretato ed appendendolo alle stampelle. Ecco il sindaco con la fascetta tricolore che si rivolge ai concittadini di Angri in stile Duce contemporaneo, promettendo cinematografi e luna-park, in cambio del voto, lo fa con insistenza, danza la danza del voto. Come si fa a pensare ai luna-park, ai cinema en plein air, se ci sono problemi molto più grandi da risolvere? Sicuramente qualcuno riderà di fronte a proposte già sentite e criticate e purtroppo messe in pratica. Ecco che, dismesse le vesti del politico, nasce la scimmia sociale, l’incivile, quello che non dovrebbe rappresentare la società e che diventa un fenomeno da baraccone, l’artista. Ecco come viene considerato un artista nella nostra società. Mentre lui, da cantante neomelodico, si interroga sulle possibilità di un suo inizio canoro in provincia, ma “la provincia è come il pelo, lo puoi strappare una vita intera, ricresce”. Te lo porti sul corpo quel marchio che è intriso di fanatismi religiosi, politici, fobie ed emarginazioni.
I testi di riferimento sono Ginsberg, Kafka, Landolfi, Fassbinder, S. Kane e la musica della chitarra e del sintetizzatore non sono solo da accompagnamento, ma unici interlocutori possibili.
Come si fa allora a liberarsi da questo stato di repressione e confinamento? Solo un corpo nudo, essenziale, scarnificato da tutti quegli abiti sociali e sofferenti, può assaporare la libertà e l’amore?
Ci si avvicina all’ultima scena, l’ultimo abito: un tifoso del Napoli che aspetta il treno in perenne ritardo in una stazione di provincia. L’uomo è innamorato della voce registrata e decide di morire, riconoscendo finalmente la libertà, si spoglia completamente e si mette sui binari. Il treno, poi, non passerà mai. È l’atto decisivo per eccellenza, ovvero la morte, l’unico, che può riuscire ad invertire delle tendenze secolari, ma fittizie e puramente mentali, per questo astratte, inesistenti?
Quel luna-park non verrà mai costruito, quelle vane manie di grandezza ed idoli puramente esibizionisti non porteranno a nulla, svaniranno nella fatiscenza, già nel momento in cui vengono fuori.
Non bisogna, dunque, farsi suggestionare, ma vivere la propria vita nel rispetto di se stessi e della sacralità del vivere, non della religione o della politica, solo così si esce dall’isolamento, dal confine e dal limite, molto spesso radicato nello spazio fisico, ma non per questo di impossibile sradicamento.
L’ultima scena è un dialogo d’amore con il proprio essere e la volontà di purificarsi in un atto estremo che non significa rifiuto, è un tentare la trasformazione anche in extremis.
Lo spettacolo è davvero molto promettente, molto forte ed incisivo, non di facile comprensione, attuale ed aperto ancora a possibili perfezionamenti che saputo infondere nel pubblico sorrisi amari.
Interessante la scenografia: le stampelle, le transenne, che in ogni scena vengono utilizzate e spostate con segni chiari e specifici, la cura dei movimenti fisici, molto forte e suggestiva.
L’attore si muove su due microfoni posizionati ai lati della scena e molto vicini al pubblico, riempie al massimo la scena e dialoga con la musica della chitarra e del sintetizzatore che creano atmosfere e leggera scansione del tempo.
Luna park è, dunque, una suggestione, una parentesi ricca di musica e parole, l’esordio dei giovani provinciali che si pongono interrogativi sulle loro origini, il loro stato esistenziale e le possibilità di trasformazione con atti universali e scopi di vita che abbracciano la comunità.
“Benedetta sia la provincia e i suoi figli, gli unici a possedere le chiavi della propria gabbia”.
Se si posseggono le chiavi, aggiungerei, se ne ha coscienza, coscienza per cambiare, denunciare, farne arte ed informazione.

 

 

NB. Fonte delle immagini a corredo dell'articolo: https://www.facebook.com/LunaParkStudioSullaProvincia

 

Luna park-studio sulla provincia
con
Domenico Ingenito
musiche in scena Francesco Santagata
drammaturgia Domenico Ingenito e Maria Sole Limodio
assistenza alla regia/foto Alessandro Gattuso
regia Maria Sole Limodio
durata 1h
Napoli, Start Teatro, 31 maggio 2014
in scena il 30 e 31 maggio 2014

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