“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Giovedì, 05 Giugno 2014 00:00

Danze di ritmo e danze di rito

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Nella splendida cornice del Lago Fusaro, sulle cui acque sorge maestoso il noto casino Vanvitelliano, in scena, il 31 maggio, Taranterra, per la regia di Massimo Maraviglia, azione teatrale condotta dalla compagnia Asylum Anteatro ai Vergini su testo poetico di Mimmo Grasso.
Performance itinerante creata nel 2012, ha toccato alcuni tra i luoghi più suggestivi della Campania come l'abbazia di Sant'Angelo in Formis, i ruderi del complesso di Sant'Eustachio a Scala, le Stufe di Nerone sulle sponde dell'Averno e naturalmente le selvagge pendici del Vesuvio.

I ritmi, i canti, la danza ritornano allo stato arcaico, recuperano l'antica funzione di legame tra il divino e la carne, in questo rituale bacchico che unisce all'immaginario religioso meridionale un misticismo pagano quasi ascetico. La carne è quella dei corpi abbandonati all'estasi, corpi che reinventano spazi e suoni con l'uso di semplici oggetti (tamorre, bastoni, sabbia e drappi) ma che diventano essi stessi strumenti-oggetto di una musica ancestrale, primordiale, incessante, che ne cattura la mente e ne guida in modo incontrollato i gesti: è il battito della vita, lo scandire di un tempo che porta via e distrugge; lo si intuisce quando i danzatori fanno oscillare dei grossi pendoli formati dall'incastro fra bastoni e tamburi.
Come in un inno alla Terra e alla sua musica, il poema di Grasso ─ recitato visceralmente da Ettore Nigro ─ si inserisce all'interno di danze circolari e vibranti come una preghiera in grado di evocare, sacralizzare la nascita, la crescita, la morte. Attraverso la parola e l'uso degli archetipi, i segni ed i simboli raggiungono l'immaginario collettivo in modo sempre più comprensibile; le scene diventano fruibili, riconoscendovi talora paesaggi bucolici, creature del mondo naturale, iconografie cristiane sottoforma di architetture  e strutture  corporee (una Madonna, un Cristo crocifisso).
Tutto ciò che è in scena, è organico, semplice, rudimentale ma mantiene un rapporto costante col metafisico: le tamorre hanno la superfice in pelle per garantire una sensibilità ed una tangibiltà onesta e reale che riporta alle usanze ed ai costumi delle origini; i bastoni, sottili e in legno, sono ostentati, innalzati ad effigi di fragilità umana e al tempo stesso di forza, di sostegno; le stoffe e gli abiti, morbidamente maneggiate ed indossati dai performer sono semplici, di cotone e lino bianco, richiamano i colori della terra, la purezza della luce, creano dinamismo nei movimenti e spesso prendono parte a simulazioni e giochi geometrici nei quali si riconoscono motivi festosi, processioni, baldacchini, focolari, villaggi anacoreti, agglomerati di rocce.
Tra le figure che più incuriosiscono, quella silenziosa ed enigmatica di un uomo calvo avvolto in uno scialle rosso sangue, che per la maggior parte dello spettacolo si aggira nel perimetro con passo lento e cadenzato, scrutando l'azione ed incutendo un certo timore; nello stile e nell'atteggiamento ricalca la solennità di un sacerdote tibetano, ma il magnetismo che esercita sui componenti del gruppo è visibilmente negativo e sembra quasi incarnare il male, il dolore o in alcuni casi persino la malattia se non la morte stessa, cui segue in una scena particolare, una straziante interpretazione di lutto.
Proprio il tema della guarigione è fra quelli che ben evidenzia il carattere sciamanico di tutto il pezzo. La maggior parte delle danze di gruppo, sembrano proprio debellare le calamità e le sciagure come è  tradizione all'interno di culture legate a credenze e filosofie cosmogoniche. L'elemento riparatore o rigeneratore è la farina, che oltre a creare sottili veli opachi nell'aria ─ espediente scenografico dal sapore fiabesco ─ produce effetti che ben sottintendono la lotta tra inizio  e fine: gli interpreti si lasciano sporcare e tingere dalla farina lanciata a colpi di tamburo per lodare la nascita, in quanto la farina rimanda al grano, al pane, all'alimento primo e contemporaneamente per scacciare il demone della morte lasciandosi impregnare da questa “polvere” pallida, ossea, evanescente. Sono attimi di interpretazione dove si uniscono all'intensità dei volti e degli sguardi, corpi che danzano in modo gentile o in spasimo, in stato di trance, recite corali, estremamente pulite, quasi a ricordare un qualcosa di angelico, adoperando una drammaturgia ben pensata e totale.
Il lavoro svolto dalla compagnia Asylum Anteatro ai Vergini si identifica quindi come un esperimento di pefretto equilibrio tra ricerca gestuale, dinamica spaziale ed uniformità vocale. Ne risulta un'ottima sintassi scenica, nella quale l'interazione di gruppo (scambi di sguardi repentini, risposte fisiche, attenzione minuziosa alle distanze) sviluppa non solo forti catene relazionali fra i membri stessi, ma soprattutto un feeling diretto con lo spettatore, il quale non può che riconoscere la pièce come un prodotto di grande contenuto comunicativo capace di toccare, forse risvegliare, le paure e le gioie più recondite dell'istinto.

 

 

 

 

 

Taranterra
testo
Mimmo Grasso
regia Massimo Maraviglia
con Ettore Nigro, Marco Aspride, Anna Bocchino, Clara Bocchino, Libera Carelli, Giulia De Pascale, Rebecca Furfaro, Raimonda Maraviglia, Monica Palomby, Teresa Raiano, Riccardo Rico, Daniele Sannino
musiche originali Andrea Tarantino
voce soprano  Leslie Visco
produzione Asylum Anteatro ai Vergini
col patrocinio di Provincia di Napoli, Comune di Napoli
in collaborazione con Comune di Bacoli
Bacoli, Casina Vanvitelliana, 31 maggio 2014
in scena 31 maggio 2014 , data unica

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