“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Martedì, 15 Marzo 2022 00:00

Forsythe, Inger, Blanc. Trittico sulle relazioni

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Il Teatro dell’Opera di Roma ha ospitato un trittico coreografico che unisce una pièce, emblema della storia del balletto moderno, all’espressione della storia attuale della stessa direzione stilistico-coreografica.

I danzatori dell’Opera hanno cercato di incarnare la forza, il vigore, la pura espressività delle linee e delle forme mettendosi in gioco nella fatidica coreografia del genio William Forsythe, Herman Schmermann (1992). Com’è noto a chi conosce lo stile del coreografo e le sue creazioni, la prima parte contempla una relazione giocosa di cinque corpi tra gli spazi vuoti e pieni, nella tensione di forme allungate che si spezzano secondo la legge dinamica della frammentazione, tipica dell’essenza della modernità (ed ancora della contemporaneità); nella seconda parte, invece, si gioca alla contrapposizione invertita tra le caratteristiche femminili e maschili in un bellissimo duo, i cui variopinti costumi portano la firma di Gianni Versace. I movimenti si coniugano con le note musicali di Thom Willems, non in una stretta aderenza ma in una reciproca influenza di accenti e dinamiche. Il tema delle relazioni è la base dell’organizzazione del progettatore-coreografo che deve lavorare con i corpi, le forme, il ritmo, la dinamica, l’energia, il tempo e lo spazio in una sintesi cosmica e drammaturgica. In questa pièce la drammaturgia non emerge da una caricata espressività teatrale ma dalle linee di tensione dei corpi, dall’invasione degli spazi vuoti e dall’attitudine dei corpi stessi, ovvero dalla modalità in cui vivono la scena. Certo, una grande sfida per i danzatori dell’Opera, abituati a “masticare” linguaggi più accademici, che, in effetti, non possono non emergere nella loro grazia e leggerezza esecutiva che spesso, però, indebolisce l’essenza dello stile del coreografo statunitense.
A seguire, il pubblico, adagiato sulle comode poltroncine e dopo aver scambiato due osservazioni al volo con gli spettatori vicini, finalmente vicini, si concentra, invece, sulle note del Bolero di Maurice Ravel alla visione di un concerto di corpi diretti dallo svedese Johan Inger. La coreografia, dal titolo Walking Mad, è nata nel 2001 e messa in scena a Roma per prima volta nel 2018. Anche qui il gioco è il protagonista e la miccia di movimento delle relazioni: la scena è molto colorata, dinamica, mossa, impulsiva. I danzatori scompongono le sezioni del corpo che si accentano sugli impulsi musicali in una bella rivisitazione fisica del Bolero, che, in effetti, però, è oramai usato spessissimo. Inoltre salta subito all’occhio ed alla memoria la citazione di un altro dei grandi, anche lui svedese, Mats Ek: i costumi, le attitudini di certi movimenti ricordano il famoso dance film sull’ossessione causata dalle dipendenze, Smoke, interpretato tra l’altro nel 1995 dalla stella Sylvie Guillem e da Niklas Ek. Ovviamente è possibile notare ciò per un occhio allenato alla visione delle coreografie, e, in effetti, la citazione può essere una scelta strategica creativa, dato che non si può prescindere dal serbatoio della memoria e dall’amore per i grandi, cosiddetti “classici” che, dunque, si ha desiderio di far rivivere nelle proprie creazioni.
Eccoci all’ultimo pezzo, dove tragedia e catarsi si esplicano nell’azzurro leggiadro che colora delicatamente i corpi: qui, nella pièce dal titolo From Afar di Nicolas Blanc con le musiche di Ezio Bosso, omaggio al grande artista scomparso non molto tempo fa, i danzatori sono a loro agio, si muovono secondo un codice di movimento che controllano molto bene. Il pezzo, infatti, possiede la delicatezza del ricordo ed esprime il disagio sociale del naufragio, dell’allontanamento dalle origini, del varco verso l’abisso di un indefinito che è la vita attuale. A simbolo di ciò un’installazione, infatti, è sospesa: è una nave, scarna, rinvenimento archeologico di un’esperienza di fuga e di approdo da lontano. Qui i corpi sono organizzati come paesaggi in movimenti, dove agli elementi stessi del paesaggio è sostituita l’anatomia danzante e dove la penombra lascia spazio allo sguardo verso distese di orizzonti. La luce, infatti, rispetto all’asetticità dei primi pezzi, è, in quest’ultimo, invece, soffusa, impreziosisce il colore pastello dei costumi e restituisce una sorta di dimensione onirica. Bello, dunque, l’approccio del pubblico a questa serata a trittico, bella l’energia che si sentiva in sala, bella la condivisione di emozioni tra storia ed attualità e lodevole ed ammirevole il preciso lavoro dei danzatori del corpo di ballo, nonché la volontà di esperire una drammaturgia attuale pur partendo dall’archeologia del balletto.





Herman Schmerman
musica
Thom Willems
coreografia
William Forsythe
ripresa da
José Carlos Blanco Martinéz
costumi
Gianni Versace, William Forsythe
luci Tanja Ruhl, William Forsythe
durata
25’

 

Walking Mad 
musica
Maurice Ravel
coreografie Johan Inger
ripresa da
Yvan Dubreuil
scene e costumi
Johan Inger
luci
Erik Berglund
durata
22’

 

From Afar
musica
Ezio Bosso
creazione di
Nicolas Blanc
scene
Andrea Miglio
costumi A
nna Biagiotti
luci
Fabrizio Marinelli
durata
28’

principali interpreti Susanna Salvi, Claudio Cocino, Michele Satriano, Alessio Rezza
con étoiles, primi ballerini, solisti, corpo di ballo del Teatro dell'Opera di Roma
foto di scena Fabrizio Sansoni
Roma, Teatro dell'Opera, 1° marzo 2022
in scena dal 25 febbraio al 3 marzo 2022

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