“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 12 Maggio 2014 00:00

Elegia della memoria

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Un omaggio a Paolo Borsellino. La scena d’un teatro a farsi epitome di memoria, quattro attori a calcarla per fare di una pagina nera di storia italiana montaggio teatrale. L’operazione può riuscire o meno, ma la prima cosa che colpisce, al Teatro San Francesco di Scafati, è il rimbombo di una sala semivuota. Rimbombo che frastuona più dei decibel udibili, frastuona perché a frastornare è il silenzio, l’accidia, la disattenzione verso il teatro di un territorio che manca un‘occasione per mostrarsi attento e presente; un’occasione di visione e di confronto, in coda alla quale si può dire “mi è piaciuto” o il contrario, ma difronte alla quale mancare così palesemente presenza equivale a farne un’occasione mancata.

Sonnacchiosa plaga, questa provincia, che pare narcotizzata, imbambolata a fissare i propri totem di cartapesta e ad ascoltare in loop litanie che assuefanno al deliquio distrazionista. Qui la gente vuole – per lo più – ridere e sciamare, ciacolare e fregarsene. Cosa volete che gliene importi di Paolo Borsellino e della mafia, quand’invece c’è “la festa a lu paese” ed a maggio nei paraggi si fa struscio per devozione mariana?
Ma lasciamo l’analisi socio-antropologica, che non ci compete, se non per inciso e quadro d’ambiente, e veniamo a quanto più pertiene alla funzione di queste righe.
Su di un video scorrono in sintesi e per iscritto le vicende della vita di Paolo Borsellino, le tappe della sua formazione, i passaggi significativi della sua azione di magistrato antimafia, fino al fatidico, esiziale 19 luglio del ’92, fino al momento in cui via D’Amelio cessò d’essere oscuro toponimo per consegnarsi alla storia nera d’Italia col suo maciullo di carni, asfalto e lamiere, groviglio di detonante tritolo.
Estratti da interviste al magistrato palermitano saranno puntuali chiose.
Sulla scena domina il bianco: una figura maschile, bendata, ne occupa il centro, tre donne all’intorno gli sono ancelle; bianche le vesti, bianchi i veli che ne avvolgono i volti; cadenzati i movimenti con cui raccolgono due arance, le infilano in un’anfora e ricoprono il tutto con un lenzuolo, bianco anch’esso; un’allusione velata alla terra di Sicilia, in cui visse, operò e trovò la morte Paolo Borsellino. La benda sugli occhi dell’uomo in scena che si fa portatore delle parole del giudice assassinato ce ne nasconde lo sguardo, perché ci viene offerta la visione che di Paolo, dell’uomo, del padre, del marito, del fratello, oltreché del magistrato, ebbero le donne che gli erano prossime: la madre, la figlia, la sorella, la moglie. Sulla scena le figure muovono una danza che, a nostro avviso, finisce per essere troppo eterea per riuscire a trasmettere senso e pregnanza alla drammaturgia; drammaturgia a cui pure s’ascrive il pregio di non scivolare nel celebrativismo agiografico e retorico, ma di percorrere una strada più rarefatta e simbolica, raccontando la figura di Paolo Borsellino attraverso le sue parole, attraverso le parole dei suoi stretti congiunti, mettendone in risalto il lato umano oltreché quello dell’impegno civile, offrendo così la visione del magistrato riflessa negli occhi di tre generazioni di persone a lui care.
Sulla scena ci si muove incessantemente, i ritmi sono lenti, come a scandire i tempi di una grottesca elegia, in cui al suono di castagnette e tamburello s’enuclea in proscenio la mistica mafiosa, snocciolata in dieci comandamenti; corollario omertoso: “Chi è orbo, surdu e taci, campa cent’anni in paci”.
Come avvolta in un bianco sudario, la storia di una vita immolata al senso dello Stato prende forma sulla scena per immagini e lacerti, attraverso stralci e riferimenti cronologici e reali; non scade nella retorica, si diceva, eppure la sottigliezza diafana della drammaturgia appare come un limite cui non possono far argine le pur buone interpretazioni degli attori in scena.
L’elegia si conclude al suono siculo di una ninna nanna che zufola nenia di seni senza latte, d’un padre lontano, partito per combattere una guerra. Ultima delicata immagine che evoca e sintetizza. E lascia la mente ostaggio di un ricordo doloroso, di un sacrificio mai ripagato.

 

 

 

RADICI. O-Maggio al teatro indipendente
Paolo Borsellino. L'ultimo istante. Storia di un Giudice italiano
drammaturgia e regia
Igor Canto
con Igor Canto, Valeria Impagliazzo, Alessandra Ranucci, Cristina Recupito
luci e audio Luca Ferrara
foto di scena Alfio Giannotti
produzione TeatrAzione Teatro
lingua italiano
durata 1h
Scafati (SA), Teatro San Francesco, 8 maggio 2014
in scena 8 maggio 2014 (data unica)

 

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