“È straordinaria l'idea che ogni goffagine tua, ogni incertezza, ogni rabbia − insomma tutto ciò che è negativo − può sembrare domani, da un diverso e più sapiente punto di vista, scoprirsi un valore, una qualità, un tesoro positivo. Ma vale anche l'inverso. Ogni tuo vanto può fallire, può mancarti sotto”.

Cesare Pavese

Alessandro Toppi

L'apparenza dei ricordi

La rustica poltrona di quercia con la balalajka e la muffola, il divano turco, le missive commerciali tedesche; i ritagli di camoscio, il calendarietto di marmo, la scrivania di legno annerito; i fogli di carta velina, il torchio del copialettere, i vetri coperti di taffettà verde. Nell’aria l’odore penetrante di pelle conciata mista ad un briciolo di muschio seccato; vola ogni tanto il pulviscolo lasciando intuire dov’entra la luce; silenzio dal resto del mondo lasciato oltre la porta d’ingresso. Lo studio paterno, una parete, le mensole delle acerbe letture : “La libreria della prima infanzia accompagna l’uomo per tutta la vita. La disposizione dei ripiani, la scelta dei libri, il colore dei dorsi, si percepiscono come il colore, l’altezza, la disposizione stessa della letteratura mondiale. Anzi, ai libri che non erano nella prima libreria, non sarà mai concesso di farsi strada nella letteratura mondiale come in un universo. Volere o no, nella prima libreria ogni libro è un classico e non se ne può scartare uno solo”.

I dettagli dei giorni

"Quanto tutto ciò è lontano, quanto è vivido, quanto è immutato dall’eternità, quanto è deturpato dal tempo!".
Le briciole perse nel letto, assieme ad un pezzetto di buccia d’arancia; gli scricchiolii, i passi cauti, il ronzio in un orecchio nel mentre l’occhio perde la scena che ha tanto cercato: ecco un distinto ricordo parziale. Parziale quanto parziale è la figura d’un vecchio conosciuto oltre frontiera: il mento rasato, le occhiate improvvise e quella seduta da romanzo russo ponderoso, con la mano tozza sul grifone del bracciolo della poltrona, accompagnato dall’unica vera chiarezza tangibile: "una scatola d’argento simile a una tabacchiera, ma che in realtà conteneva una piccola quantità di pasticche o, meglio, di pasticchine per la tosse color lilla, verde e, se ricordo bene, corallo". La stanza con la carta parati rallegrata da grandi farfalle; gli scaffali di legno bianco con sopra i volumi di Keats, Yeats, Coleridge, Blake e di quattro poeti russi ormai senza nome; una gigantesca saponetta alla lavanda ed una deliziosa pasta dentifricia.

Le immagini della fine

Prima immagine. Don Fabrizio Salina ha gli occhi azzurri, il colorito imperlato di roseo, il pelame d’un fulvo colore del miele. Al posto delle mani ha zampacce, al posto delle dita lunghi artigli sensibili. Altissimo, signoreggia "su uomini e fabbricati". Il suo passo è un trionfo, tale da annunciarsi incutendo rispetto; la sua massa è montagna, tanto da sospingere al tremolio impiantiti e vetrate, e la sua ombra, quando si corica, proietta "il profilo di una giogaia montana su un orizzonte ceruleo". Si scuotono le porte delle carrozze, quando passa. Gemono i divani, al solo avvistarlo. La tavola si rimpicciolisce all’istante, facendosi tavolino, al suo poggio dei gomiti. Con la testa arriva ai lampadari, con un soffio richiude le tende.

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