“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Alessandro Toppi

L'attore ed il folle

“Ma andiamo avanti. Per quanto strana e lunatica sia per essere la mia condotta, e potrà accadermi d’ora innanzi di adottare atteggiamenti strambi, non avvenga mai che, in tali occasioni, vi veda incrociare le braccia, scuotere la testa e pronunciare parole come ‘lo sappiamo noi’, ‘oh, se potessimo parlare’, ‘eppure c’è qualcuno che se potesse…’, o mostrare con altre frasi che la sapete lunga su di me”. Amleto agli altri personaggi di un dramma che porta il suo nome, perché non lascino trapelare il suo ruolo, la sua finzione, il suo mascheramento consapevole.

Indagine su di un'indagine

Se fossimo come l’investigatore cui Molina chiede di “ritrovare diverse persone” ovvero se fossimo – secondo il cliché offerto dalle prime pagine – un segugio dall’olfatto ubriacato che staziona, fisso alla sedia, senza avere davanti un cliente ma l’insieme dei conti che è un insieme di debiti (l’affitto arretrato, le scommesse del poker, le cambiali insolute, qualche pranzo e qualche bottiglia di cui rendere il pagamento dovuto) probabilmente cadremmo nel tranello di reputare Nella zona proibita soltanto un racconto sul tema del doppio: sfoglieremmo distrattamente l’opera fumando la prima sigaretta, annoteremmo qualche citazione su un foglio aspirando la seconda, accenderemmo la terza accostandoci alla finestra e guardando la città nera (mentre il nostro volto, illuminato dal neon guasto di un locale di strip, assumerebbe tonalità vagamente rossicce), poi faremmo cadere la cenere della quarta inserendo il volume tra gli altri del medesimo tema: dove una targhetta sbiadita dice “scritture sulle identità plurime”.

Un camaleonte, l'attore

La posizione delle dita dopo la pronuncia della breve frase “i due arnesi”; lo sguardo fisso nel vuoto ad indicare lo spazio contenuto dalla parola “savana”; la mano tesa che si rivolta nell’aria alla domanda “ma li avete visti bene?”. La profondità della voce nei momenti di calore erotico o di invecchiamento maschile; il gioco dorso/palmo/dorso/palmo della mano a rendere il riflesso di un’immagine; la corsa che avanza di qualche millimetro per raccontare l’immobilità inevitabile. L’attesa sussultante dell’inizio del brano, tra una nota e una nota; le mani giunte in preghiera, a narrare senza narrare; il valore dato a una pausa tra l’inizio di una battuta ed il suo finale più comico.

In scena, per morire

“Tra il desiderio dell’anima mia e me ci sono Clarence, Enrico, e il suo giovane figlio Edoardo, e tutti gli eventuali discendenti dei loro corpi, pronti a succedere prima che io possa impiantarmi: una previsione che gela i miei propositi. Dunque, io mi limito a sognare il potere; come uno che sta sopra un promontorio e guarda una spiaggia lontana dove vorrebbe arrivare, desiderando che il suo piede sia pari al suo occhio; e rimbrotta il mare, che si frappone, dicendo che l’asciugherà con una secchia per spianarsi la strada: parimenti io bramo la corona, essendone parimenti lontano, parimenti rimbrotto gli ostacoli che si frappongono, parimenti dico che li eliminerò alla radice, lusingandomi di poter compiere l’impossibile”.

La consapevolezza di Nora

“Il mio progetto è di farmi fotografo. Farò posare davanti al mio obbiettivo i miei contemporanei, ad uno ad uno. Non risparmierò né il bimbo nel grembo materno, né un pensiero, né un’atmosfera nascosta nelle parole di nessuna anima, ogni volta che mi troverò in presenza di uno spirito che meriti il ritratto” (da una lettera di Henrik Ibsen a Bjørnstjerne Bjørnson).
Foto tappezzano la Stanza Blu del Mercadante. Sulle porte, sulla lavagna, alle pareti; su una scatola, poggiata per terra, sulle quinte, disposte in obliquo, sulla scrivania, posta di lato. Foto di matrimoni passati, di amori passati. Foto cui il tempo ha consumato i margini, sbiadito i toni, ingiallito il biancore ponendo la propria patina, la propria impronta, il proprio passaggio. Una giovane coppia posa all’altare, un’altra è ad un passo dal mare, una – ancora – è nella sala di nozze ed ha grossi biglietti che adornano gli abiti (il regalo ricevuto). Una cammina mano nella mano: per dove? Un’altra sorride: ancora? Una sembra dirsi “per sempre”: davvero?

Come prende forma il teatro

Dal carteggio di lettere tra Chiara Guidi ed Ermanna Montanari.
“Vedo il peso di una questione: testimoniare fino alla fine. Sento che, insieme, questo potrà riguardarci. Non per dare voce a una storia vera, ma per trovare una forma che prima ancora dei significati possa mettere a nudo la nostra voce quando le parole si accostano al dolore” (Chiara).
“Questo che andremo a fare ha bisogno ora di una fondazione forte, che siamo tu e io. Dobbiamo avere fede nel combattimento, stanare la ‘timidezza’ delle nostre voci a confronto. Questo esige coraggio per proteggere e smembrare” (Ermanna).

Roma, senza papa

Il torpore, questo era per James il tratto distintivo di Roma.

Un torpore che può condurre soltanto a una «rilassata accettazione» del presente,

di ciò che c’è e proviene dai sensi e dunque dalla malinconia.

Tommaso Pincio, Pulp Roma, 2012

 

 

 

 

Roma ha strade accaldate, vuote, impigrite. D’intorno si notano vetri sporchi, cadaveri di mosche e zanzare, pinnacoli affumicati dallo smog. Gli artigiani cantano e picchiano, i ragazzini corrono e urlano, le matrone gesticolano e strillano mentre – nell’aria – la polvere zittisce, lentamente, il naturale stridìo delle cicale. Fa caldo, ma c’è un po’ di grigio, a Roma. Il tempo adombra tempesta, tonde gocce dal cielo, pozzanghere che – dei buchi d’asfalto – faranno grossi pozzi di un metro.

Un elegante braccio aristocratico

Da una lettera ad un amico: “Proprio come ora, dopo mangiato me ne stavo sdraiato sul divano e fumavo. Non so se fossi soprappensiero o se stessi lottando con la sonnolenza, quando all’improvviso mi balenò dinnanzi il nudo gomito femminile di un elegante braccio aristocratico. Involontariamente iniziai a fissare la visione. Mi apparvero una spalla, il collo, e alla fine la figura intera di una bella donna in abito da sera che, con occhi tristi, mi guardava in modo interrogativo. La visione scomparve, ma io non riuscivo più a liberarmi dall’impressione che aveva prodotto su di me: essa mi perseguitò per giorni e notti e, per sbarazzarmene, dovetti cercarle un’incarnazione. Ecco come iniziò Anna Karenina”.

A Vicolo Della Ratta, Civico 14

“Vicolo Della Ratta è solo un viottolo stretto e senza uscita, al centro della città. Marianna c’è cresciuta: a occhi chiusi saprebbe indicare fino a dove il sole riesce a penetrare tra le case prima di lasciare spazio alla sera”. Marianna, a occhi chiusi, saprebbe giungere all’edicola; a occhi chiusi Marianna saprebbe giungere alla piazza mentre, a occhi aperti, “non saprebbe indicare con assoluta certezza il metro quadro di acciottolato dov’è caduta a tre anni rialzandosi da sola con le ginocchia sbucciate e un incisivo spaccato” ma saprebbe riconoscere, senza esitazione, “il punto esatto in cui si è voltata a salutare sua madre che la fissava dal balcone, quando a vent’anni è partita per Milano”. (Giusi Marchetta, Piove a Vicolo Della Ratta).

Trieste

Cara Trieste, che non t’ho veduta mai e che, pure, m’appartieni come un lembo immaginario, luogo e non-luogo che si abita col pensiero, fidandosi della mancanza come fosse una carezza. Cara Trieste, che non t’ho parlato mai mentre tu mi parlavi facendo parlare i tuoi scrittori, ieri io t’ho veduta come t’ha veduta Elisabetta Sgarbi.

Sostieni


Facebook