“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Alessandro Toppi

La tragedia del saltimbanco

“Proprio una bella serata”. “Indimenticabile”. “E non è finita”. “Sembra di no”. “È appena cominciata”. “È terribile”. “Sembra di essere a teatro”. “Al circo”. “Al varietà”. “Al varietà”. “Al circo”.
Il dialogo di Estragone e Vladimiro – Aspettando Godot, Samuel Beckett – contiene tutta l’inevitabilità circense del fare teatro e interviene ad aprire questo articolo perché, chi scrive questo articolo, non può non notare come – per la terza volta in pochi mesi – l’arte del tendone diventi messinscena. Se Viviani serve ad Arias soprattutto per rielaborare immagini delicate, infantili e private (Circo Equestre Sgueglia), Luca Saccoia (L’anima buona di Lucignolo) – a conclusione del Fringe Festival – regala a chi assiste una lucida analisi della condizione teatrale presente metaforizzandola attraverso i calcinacci distrutti e impolverati e le maschere mortali e pestifere di un circo in disgrazia, relegato in un angolo, che ha perso valore, funzione e suo pubblico. Adesso in città fa tappa Il meraviglioso circo dei fratelli Boldoni ed il primo pensiero – primo addirittura rispetto allo spettacolo in quanto spettacolo – è cercare di comprendere perché tanto circo in tanto teatro.

Un uomo, una donna, un dipinto

Lui.
Gli occhi simili a due grossi nei scuri; le labbra sottili come un tratto di pastello leggero; la carnagione pallida quanto il velo di una sposa; i capelli corti, che rendono ancora più evidente la fronte spaziosa, le spalle larghe, il torace leggermente villoso, le gambe tornite, frementi, nervose; le mani impegnate in un gesticolio ripetuto: toccano ora un calice, ora un giornale, ora il lembo di una tovaglia, un fazzoletto, un bottone della giacca, un sopracciglio, il lobo di un orecchio, il mento, la base del collo, la stoffa della camicia, il polsino.

Silvio D'Arzo o del silenzio

Silvio D’Arzo è un riflesso, una patina momentanea ed incerta, un’immagine veloce, pulviscolare, furtiva. Somiglia a certe figure che – per sbaglio – appaiono in uno specchio o in una vetrina per poi sparirne in un attimo o a certi passanti che, in strada, ti sfiorano il gomito ma di cui senti l’esistenza soltanto quando hanno già voltato l’angolo. Come fatto di fumo, di polvere, di materia che non è davvero toccabile o come inevitabilmente sbiadito, in penombra, posizionato di lato, Silvio D’Arzo appare senza apparire, presenzia senza imporre la propria presenza, si manifesta latitando, parla rimanendo in silenzio, riempie uno spazio che tutti continuano a considerare uno spazio vuoto.

Il prologo, la recita, l'applauso

Il prologo.
Sette sedie, di legno scuro o nero. Sette sedie tra pareti spoglie, nude, di cui si nota la consistenza dura, rigida, immodificabile. Assenza di quinte, di fondali, di suppellettili: la “camera squallidissima” è questo tugurio di pilastri e mura che – già al primo sguardo – dà senso di ristagno, d’attesa, d’oppressione. Non c’è la porta d’entrata. Non c’è lo strapuntino né la coperta né ci sono i due guanciali. Non c’è finestra, non c’è l’uscio né il canterano sul quale dovrebbero essere posati un colabrodo, una pignatta, una graticola. Non c’è il catino né il bacile; non ci sono le lenzuola, distese a fare da parete e divisione interna tra famiglia e famiglia, tra donna e donna. Né lettucci né altri arnesi sono previsti. Solo sette sedie e, su una di queste, il soprabito grigio stinto che servirà per un frammento successivo.

Io so che questa tristezza infastidisce mio marito

La convivenza con una donna che mi è spiritualmente
estranea,  cioè con lei, è terribilmente disgustosa.
(Lev Tolstoj, Diari)

 

Che cosa mi ha dato il matrimonio? Un bel niente. In
compenso ho avuto un’infinità di sofferenze.
(Lev Tolstoj, Quaderno di appunti n.5)

 

(Astapovo, 7 novembre 1910)
Si è dichiarato, parlando ai miei genitori apertamente. La voce, come un uccellino di bosco, pigolava le formule consuete d’amore, rispetto, di devozione. Seduto come uno scolaro, teneva le mani intrecciate alle gambe, come fosse in preghiera. Lo sguardo, imbarazzato, fissava stupidi dipinti senza valore. Ha bevuto attendendo che il fumo del samovar si diradasse, pizzicando con le labbra la tazza per poi accorgersi ch’era bollente e che avrebbe dovuto attendere ancora qualche secondo. Indosso aveva: pantaloni verde scuro di fustagno, stivali di pelle rigida, una grossa cintura nera, nero il gilet su di una camicia verde acqua, meglio: verde come certe foglioline primaverili. Un cappello, alla maniera cittadina. Un cappotto, alla maniera cittadina. Un sigaro, alla maniera cittadina. Io non ho preso parola, come se non mi riguardasse ma – sotto il vestito di lana sottile – sentivo il battito farsi un rimbombo.

Il duello di Puškin

... "Egli era vicino ai trentacinque anni, e noi perciò lo consideravamo un vecchio. L'esperienza gli dava molti vantaggi rispetto a noi; inoltre la sua abituale tetraggine, i modi bruschi e la lingua maligna avevano un forte influsso sulle nostre giovani intelligenze. Una certa misteriosità circondava il suo destino" ...

 

I capelli castano scuro, con tinte di marrone che si fondono al nero, e ricci in una maniera insolita, inadatta tanto a un russo quanto ad un europeo; la carnagione ambrata, colorita dalle discendenze africane, le labbra rosse e larghe, il profilo marcato, le grosse sopracciglia, i denti bianchi come fossero schegge smaltate di marmo, gli occhi d’un grigio sfumato in azzurro, la peluria sul mento, due favoriti ad accentuare il tratto maschile. Unghia lunghissime, volutamente: per qualcuno erano artigli. Braccia grosse, simili a zampe.

Bruno Schulz

19 novembre 1942. Tardo pomeriggio, una stradina in cui la luce non penetra, d’intorno finestre di case abbandonate, mura sgretolate, una panetteria. Un uomo cammina, affrettando il suo passo. I piedi bucano l’acqua contenuta dai piccoli solchi del terreno, schizzandola sugli orli dei pantaloni sdruciti. Possiamo vedergli le gambe, corte quanto un mozzone di candela, e le dita rotonde, che stringono un passaporto con cui fuggire dal ghetto, palude infelice.

Gadda Manzoni Caravaggio

A lato del ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, l’acqua prende corso di fiume, poi prende la forma di uno slargo, poi ritorna corso di fiume. S’accostano, non interrotte, catene di monti che ondeggiano a seni e flettono a golfi; s’accostano il San Martino e il Resegone; s’accosta un lento pendio che s’ammorbidisce in poggi, valloncelli, erte e spianate. Un ponte congiunge le rive.
Il resto è “campi e vigne, sparse di terre, ville, casali; in qualche parte di boschi, che si prolungano su per la montagna”. Il resto è borgo, paese, piccolo luogo “che s’incammina a diventare città”.

Tre birre con Bohumil Hrabal

Bohumil passa intere serate in un angolo della birreria “Alla tigre d’oro”, via Husova 17, Praga. Il capo chinato su un grosso boccale di vetro spesso, colmo fino all’orlo di Velké Popovice 12.
Bohumil ha scarpe grosse di camoscio, pantaloni felpati, una camicia bianca sotto un gilet blu o una maglia a righine orizzontali, una borsa troppo piccola, da cui fuoriescono angoli sporchi di libri, piccoli album di foto, cartoline con gatti o paesaggi. Respira quest’aria da bettola, intrisa di odori fortissimi: aceto, canapa, cetrioli. Il suo volto è come “solcato dai segni dello zodiaco” mentre la sua voce è un mugolio poco chiaro, simile a quello di chi ha la lingua arrostita da un cibo bollente. È come se le lettere gli si arrotolassero in bocca.
Con questo tono che incespica Bohumil si racconta le storie.

Le pagine bianche

Sergio Solmi: “Un uomo può essere grande in quanto realizza un tipo nuovo, in quanto crea un nuovo rapporto umano. La sua grandezza può stare nella rinuncia, la sua grandezza può stare nel silenzio”.
Jean de La Bruyère: “La gloria o il merito consiste nello scrivere bene; quello di altri consiste nel non aver scritto più”.
Jacques Derrida: “Dunque, perpetuamente ed essenzialmente, i testi corrono il rischio di andare perduti per sempre. Chi mai saprà di simili scomparse?”.
Per Olov Enquist: "Tutte le vite hanno una storia, ma poche vengono scritte".

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