“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Marzo 2013

Martedì, 26 Marzo 2013 11:31

Hannah Arendt

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"La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l'attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto"

Martedì, 26 Marzo 2013 10:29

CICLO BERGMAN (parte VII) - Il silenzio

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“Dopo l’uscita de Il Silenzio ricevetti una lettera anonima, piena di carta igienica sporca; potete immaginare dunque come il film, che per gli standard odierni sembra piuttosto innocuo, fu ritenuto molto ardito. Ci furono persino delle persone che mi telefonarono minacciando la mia vita e quella di colei che era mia moglie a quel tempo”.

(Ingmar Bergman)

Mercoledì, 27 Marzo 2013 01:00

L'insegnante e l'agente immobiliare

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Amo da sempre Marco Lodoli, cinquantasettenne di Roma, un romanziere che ha sempre scritto sui ragazzi ai quali insegnava Italiano in un istituto tecnico della periferia di Roma. Questi adolescenti trattati con dolcezza, ma anche con fermezza, denunciando tutte le magagne della scuola pubblica. I professori e altri professori (Einaudi, 2003) è una sconcertante testimonianza. Poi sul quotidiano La Repubblica ha scritto, per anni, di posti della capitale trascurati, vilipesi o poco conosciuti. Ora esce questo Vapore, un romanzo o meglio un racconto lungo di centonove pagine, dove Lodoli miscela con destrezza sentimenti e melanconia, suspense e ricordi.

Lunedì, 25 Marzo 2013 03:18

Rossella O’Hara o King Kong?

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Un teatro che riacquista la sua funzione esorcizzante di rito per il nuovo spettacolo del regista Antonio Latella Francamente me ne infischio, una composizione di cinque movimenti della durata di un’ora circa ciascuno, che vede la compartecipazione di una scrittura a tre dei drammaturghi Linda Dalisi, Federico Bellini e lo stesso Antonio Latella, una triplice visione quindi, una pretesa, forse un rischio di fare venire a galla tutti gli stereotipi possibili ed immaginabili appartenenti alla cultura americana che tanto ha influenzato la nostra storia fornendo miti, personaggi e leggende all’immaginario collettivo.

La sera stessa dei funerali, quando la signora Assunta, con il trucco sbavato dalle lacrime salate e con quella maledetta tachicardia che da anni le faceva rimbalzare il cuore in gola ogni volta che un’emozione troppo forte si abbatteva su di lei, si avviò verso casa in compagnia del marito e di alcuni dei suoi figli, le sembrò d’un tratto di vedere una strana figura, che si sarebbe detto della medesima corporatura di Gennaro o’ scemo (corporatura a dire il vero piuttosto comune) e che lei prese proprio per Gennaro o’ scemo, sgattaiolare dietro una macchina e starsene immobile con la faccia aperta in un sorriso impertinente e, prima di scomparire dal campo visivo, abbassarsi i pantaloni e fare pipì allegramente, forse fischiettando addirittura, e quando poi, in preda a un’agitazione che fece preoccupare molto l’anziano marito, cominciò a gridare e a dire ai figli di andare a controllare e al marito di lasciarle il braccio, sentì alle sue spalle qualcuno che le tirava i capelli, svenne di colpo e così la serata si concluse all’ospedale Pellegrini della Pignasecca con un grosso spavento da parte di tutti e con un corri-corri da parte di una mandria di signore, amiche di Assunta, che non se la sentivano di lasciarla sola e, appresa la notizia, vollero farle compagnia in ospedale, facendo vari turni e cercando di confortare quella povera donna che, distrutta moralmente per quell’omicidio efferato, evidentemente non si era ancora ripresa dallo shock, perché la signora Assunta era buona e brava e tutte le persone del quartiere lo sapevano, e sapevano anche che lei era l’unica che avesse mai voluto bene a quel povero disgraziato e così ora soffriva più di tutti e più di tutti aveva bisogno di conforto, tanto più che Susi l’aveva a stento salutata e probabilmente non si sarebbe fatta più viva, “povera signora Assunta” diceva, come si trattasse di un unico insieme indistinto, la mandria di donne dei Quartieri, “povera sì!” riprendeva la mandria “mo’ come farà a campare?”. In effetti le donne erano molto preoccupate per la situazione finanziaria della signora Assunta perché ovviamente non avrebbe più avuto una lira da Susi, una volta che era venuto meno per così dire il loro rapporto lavorativo. Lo shock per la morte di quel povero disgraziato, lo shock per la fine del suo rapporto lavorativo, quel diavolo disgraziato che si era divertito a ricomparire e terrorizzarla, tutto questo avrebbe colpito a tal punto l’animo fragile della signora Assunta che, a quanto dicono, non si è più ripresa del tutto e così, in preda a febbri e a deliri, avrebbe cominciato a sperare anche lei in una bella pensione d’invalidità.

Non è facile arrivare al Teatro 99 posti. Non è facile trovare qualcuno che dia indicazioni o conosca l’esistenza del teatro. Ma una volta arrivati la magia si realizza da sé e ci accoglie uno spazio in cui si sente l’amore per il teatro, la forza delle idee, la gioia di creare e offrire il prodotto del lavoro proprio e altrui. Spazio intimo, raccolto, ma non per questo minimale o povero. C’è tutto. Soprattutto c’è il teatro, la capacità di sospendere l’incredulità e far nascere il mondo da un pugno di arredi, luci, suoni, voci, corpi, anime.

Sabato, 23 Marzo 2013 01:47

Emily, oltre la pagina

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Correva il giorno 21 di marzo e convenzione mondana voleva che si celebrasse giornata universalmente dedicata alla poesia. Correva il giorno 21 di marzo e al Ridotto del Mercadante s’omaggiava una donna che alla poesia sacrificò la vita, riuscendo fin quasi a dissolverne memoria: Emily Dickinson. Donna/Poeta/Mito, il suo destino controverso e parzialmente oscuro si snoda attraverso queste tre fondamentali coordinate, che sulla scena (ri)danno vita a chi pienezza di vita non visse, (ri)danno parola a chi pienezza di parola scrisse.

  Alla stregua dei poeti del Rinascimento e in generale degli intellettuali che cercassero un angolino nel difficile circo(lo) culturale delle corti, mi appresto a cominciare la nota che segue con una dedica/professione d’indegnità al mio mecenate, mutuata direttamente dalle parole di Miguel de Cervantes y Saavedra:

 

AD ANTONIO RUSSO DE VIVO

Marchese di Gibraleón, Conte di Benalcázar e di Bañares, Visconte della Puebla di Alcocer, Signore dei Borghi di Capilla, Curiel e Burgillos.

    In fede della buona accoglienza e dell’onore che l’Eccellenza Vostra fa ad ogni sorta di libri, come si addice ad un principe tanto incline a favorire le buone arti, specie quelle che per la loro nobiltà non si abbassano a servire né a solleticare il volgo, ho preso la determinazione di dare alla luce LA PARTICOLARE E DISORDINATA CONDIZIONE DI CHI ABBIA LA SCONSIDERATEZZA E IL CORAGGIO DI DEFINIRSI, AL GIORNO D’OGGI, “INTELLETTUALE” O “STUDIOSO”, sotto l’usbergo del chiarissimo nome di Vostra Eccellenza; che supplico, con la deferenza che debbo a tanta grandezza, di accoglierlo amabilmente in Sua protezione, affinché all’ombra di Lei, ancorché nudo di quel prezioso ornamento di eleganza e d’erudizione onde sogliono andar vestite le opere composte in casa degli uomini dotti, osi comparire sicuramente davanti il giudizio di taluni che, non sapendosi contenere entro i limiti dell’ignoranza loro, usano condannare con più rigore e meno giustizia le opere altrui.

Venerdì, 22 Marzo 2013 10:29

Un camaleonte, l'attore

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La posizione delle dita dopo la pronuncia della breve frase “i due arnesi”; lo sguardo fisso nel vuoto ad indicare lo spazio contenuto dalla parola “savana”; la mano tesa che si rivolta nell’aria alla domanda “ma li avete visti bene?”. La profondità della voce nei momenti di calore erotico o di invecchiamento maschile; il gioco dorso/palmo/dorso/palmo della mano a rendere il riflesso di un’immagine; la corsa che avanza di qualche millimetro per raccontare l’immobilità inevitabile. L’attesa sussultante dell’inizio del brano, tra una nota e una nota; le mani giunte in preghiera, a narrare senza narrare; il valore dato a una pausa tra l’inizio di una battuta ed il suo finale più comico.

Venerdì, 22 Marzo 2013 05:19

Ferdinando, un po' dramma, un po' farsa

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“Chi non tiene passato non tiene manco futuro”: parole pronunciate sul bordo d’un solco profondo che separa due epoche, un passato nostalgico da un presente incalzante; un solco sul bordo del quale si consuma un passaggio, col suo portato di resistenze e dolori, angherie e rifiuti, in nome di un misoneismo che sottotraccia contiene i germi infecondi dell’immoralità e del ladrocinio.

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