“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Marzo 2013

Domenica, 10 Marzo 2013 23:41

Un colpo alla botte

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Quarto appuntamento con la rassegna Visioni a cura del Centro Donna di Avellino. A Glasgow degli imputati di piccoli reati vengono affidati ai servizi sociali in alternativa al carcere: tra questi c’è Robbie, che è ha già scontato una pena per aggressione e che – dopo alcuni mesi di buona condotta passati accanto alla sua ragazza Leonie che sta per avere un bambino – ha ferito, difendendosi, aggressori appartenenti ad una famiglia con cui la sua è in lotta da sempre.

C’ho un amico che adora Filippo La Porta, il critico. Questo mio amico mi ha costretto a leggere alcuni libri e articoli, e io, con un misto di piacere e rammarico (e non chiedetemi il perché), l’ho fatto. Poi ha costretto un altro mio amico a seguire la presentazione della rivista Achab (edizione Compagnia dei Trovatori), il 30 gennaio, alla Feltrinelli Express di Napoli. Quest’altro amico ha seguito la cosa con piacere, ma proprio con piacere, perché è il tipo che di cultura si ubriaca, e allora ben venga per lui la presentazione di una rivista culturale tenuta da Nando Vitali, Pier Antonio Toma, Maurizio De Giovanni, Andrea Caterini, Silvio Perrella e, appunto, La Porta.

“Il film era all’inizio chiamato Carta da Parati. Pensavo di fare un film su qualcuno che passava abbastanza naturalmente dentro e fuori da un muro ricoperto di carta da parati. C’era una piccola porta nel muro e da questa porta lei entrava in un altro mondo e ne usciva”

(Ingmar Bergman)

 

Nel 1959, praticamente solo qualche mese dopo aver diretto La fontana della vergine, Bergman si concede una pausa, ma per pausa intendiamo un film più leggero. Si tratta de L’occhio del Diavolo, una commedia spiritosa e un po’ hellzapoppiana (se ci permettete un paragone con l’assurdo Hellzapoppin, film cult del 1941, in realtà i due film, per stile, non si somigliano affatto, ma Bergman mette in scena l’inferno con tale frivolezza e leggerezza che ci ha fatto ricordare l’altro). Neanche il tempo di riprendere fiato che il cineasta si immerge nella sua nuova opera, stavolta di grande impegno e complessità, Come in uno specchio (1960). È questa una delle produzioni bergmaniane più potenti e coinvolgenti. Un film che presenta importanti retroscena che arricchiscono ed aiutano la comprensione dell’opera. Iniziamo con accennarne la trama.

Sabato, 09 Marzo 2013 09:43

Un elegante braccio aristocratico

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Da una lettera ad un amico: “Proprio come ora, dopo mangiato me ne stavo sdraiato sul divano e fumavo. Non so se fossi soprappensiero o se stessi lottando con la sonnolenza, quando all’improvviso mi balenò dinnanzi il nudo gomito femminile di un elegante braccio aristocratico. Involontariamente iniziai a fissare la visione. Mi apparvero una spalla, il collo, e alla fine la figura intera di una bella donna in abito da sera che, con occhi tristi, mi guardava in modo interrogativo. La visione scomparve, ma io non riuscivo più a liberarmi dall’impressione che aveva prodotto su di me: essa mi perseguitò per giorni e notti e, per sbarazzarmene, dovetti cercarle un’incarnazione. Ecco come iniziò Anna Karenina”.

Sabato, 09 Marzo 2013 07:14

Malacrescita – Le viscere e la scena

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La scena è già abitata quando ci si accomoda in platea; figura scalza e vagante ne ha preso possesso, s’immagina, col favore del buio, misurando a girotondo lo spazio trapezoidale d’una sepoltura, attorno alla quale, nel verdognolo di colli di bottiglie allineate, s’incoronano sporadiche corolle; in un angolo xilofoni, zufoli e campane tubolari dettano le note per mano (e fiato) d’altra figura accovacciata. Fratelli di sventura: escrescenze purulente di corpo degenere, tumori di vita lasciati in eredità al mondo, ebeti a pascolare, rinvangano, in un feroce girotondo, il loro passato, attraverso il loro passato l’eziologia d’un morbo che è vita mal riuscita, sono essi vite mal cresciute.

Venerdì, 08 Marzo 2013 04:12

I vivi non fanno sempre ridere

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C’era una volta un re, signore del regno incantato del teatro, sovrano assoluto del palco, affascinatore di platee. Sotto il suo impero, le storie povere e piccolo borghesi di Napoli sono diventate storie immortali. Al solo pronunciare il suo nome si pensa già a tutto il ridere, di ogni cosa e in qualsiasi maniera. C’era una volta Eduardo De Filippo. Oggi non c’è. Di lui restano le testimonianze televisive con l’eterno ripetersi degli spettacoli, i testi scritti e i ricordi di molti.

Giovedì, 07 Marzo 2013 14:04

SMS (storia d'amore contemporaneo)

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[quella sera me ne stavo per i fatti miei in macchina di mio cugino con altre tre persone sconosciute, così, un po’ per i cazzi miei, silenzioso e annoiato… quando, poco dopo la stupida mezzanotte, mi iniziò a squillare il cellulare, anzi m’iniziò a messaggiare: numero sconosciuto… era una ragazza… e tutto cominciò così…]

Giovedì, 07 Marzo 2013 00:11

Factotum

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“Ospedali, galere e puttane: sono queste le università della vita. Io ho preso parecchie lauree. Chiamatemi dottore” 
Charles Bukowski

 

La scena iniziale è quella di un uomo nudo, metafora di colui che esposto alla Moira l’accoglie con tutta la fragilità del suo essere uomo, che fuma e beve birra e che non ha uno stile di vita, ammesso che ne esista uno. Il Bukowski interpretato da Roberto Galano rende al meglio i nodi concettuali del pensiero di uno scrittore che non ci indica un cammino, non ci insegna una fede, piuttosto non ci dà tregua, stanandoci in tutti gli angoli della nostra ricerca di sicurezza.

Amianto (AgenziaX, 2012) di Alberto Prunetti non è solo una storia operaia come reca il sottotitolo, ma è anche e soprattutto la storia di una mostruosità. È la ‘storia di un’ingiustizia’, reale, raccontata da un figlio, il Prunetti medesimo, per ricordare/digerire la parabola discendente del padre operaio, Renato, lentamente ammazzato dall’amianto al quale è stato "esposto" per anni (brutta parola, "esposto", usata dai padroni per deresponsabilizzarsi, dice Prunetti nell’eloquente conversazione con Wu Ming 1 e Girolamo De Michele: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=11255, e ricordiamo, en passant, che nell’antichità ad essere esposti erano i mostri).
La mostruosità va sviscerata. Qui si parla di industria, di capitale, di vittime del lavoro. Toni Negri è chiaro:

Mercoledì, 06 Marzo 2013 13:05

A Vicolo Della Ratta, Civico 14

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“Vicolo Della Ratta è solo un viottolo stretto e senza uscita, al centro della città. Marianna c’è cresciuta: a occhi chiusi saprebbe indicare fino a dove il sole riesce a penetrare tra le case prima di lasciare spazio alla sera”. Marianna, a occhi chiusi, saprebbe giungere all’edicola; a occhi chiusi Marianna saprebbe giungere alla piazza mentre, a occhi aperti, “non saprebbe indicare con assoluta certezza il metro quadro di acciottolato dov’è caduta a tre anni rialzandosi da sola con le ginocchia sbucciate e un incisivo spaccato” ma saprebbe riconoscere, senza esitazione, “il punto esatto in cui si è voltata a salutare sua madre che la fissava dal balcone, quando a vent’anni è partita per Milano”. (Giusi Marchetta, Piove a Vicolo Della Ratta).

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