“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Sabato, 29 Dicembre 2012 09:40

Che segreto, mister Dickens!

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Dal 9 giugno 1870 un’ombra si aggira tra le pagine della letteratura mondiale. Assente finanche dalle petulanti fascette dei libri – dove tutto è detto e tutto è chiarito – quest’ombra si aggira, furtiva quanto furtiva dev’essere un’ombra, tra le pagine di romanzi, racconti, novelle e saggi, monografie, biografie; atti di convegni di studio, articoli rilegati in volume, piccole o grandi brochure di piccoli o grandi tavole rotonde e accademiche.

Qualcuno pare averla avvistata mentre passava, di fretta, dalla parola “morte” alla parola ”cadavere” in un saggio in lingua francese. Qualcuno è sicuro di averla spiata nell’angolo di colla e tessuto del dorso di un tomo che trattava del fiume Tamigi. Qualcuno ha dichiarato pubblicamente di averla scorta passeggiare, tranquilla, tra le righe d’inchiostro inventate da un celebre duo di scrittori italiani.
Dal 9 giugno 1870 un’ombra si aggira tra le pagine della letteratura mondiale. “La scopriremo e l’arresteremo” dichiarò un rubizzo poliziotto britannico, intervistato all’uscita di un pub, dimenticando di chiarire quali manette potessero mai stringersi ai polsi di un’ombra. Da allora decine di poliziotti rubizzi si sono dati all’ubriaca ricerca, si sono persi nell’ubriaca ricerca, non sono più ritornati dall’ubriaca ricerca così che altri ubriachi poliziotti si sono messi a cercarli. Da allora decine di investigatori privati, pubblici o dal doppio lavoro (pubblico e privato, ma è consuetudine tutta italiana) si sono dati all’impresa. Da allora marescialli, brigadieri, colonnelli, commissari e capitani, agenti della Guardia di Finanza, studenti delle accademie militari e membri dell’aeronautica, della polizia marittima, della polizia doganale si sono dati all’impresa. Da allora cittadini e lettori si dono dati all’impresa.
Risultato? L’impresa non ha prodotto neanche l’ombra di uno straccio di prova riguardo a quest'ombra che fugge. E così chi ha ucciso Edwin Drood (correzione: l’ombra di chi, pare, abbia ucciso Edwin Drood) si aggira indisturbata tra le pagine della letteratura mondiale: dal 9 giugno 1870. Esattamente dal pomeriggio del 9 giugno 1870, momento nel quale – mentre sulle guglie intossicate di una città intossicata calava un sole anch’esso ormai intossicato – scivolavano le palpebre di Charles Dickens: non si sarebbero mai più ridestate.
Moriva Dickens e, morendo, lasciava il suo ultimo capolavoro incompiuto: “Dopo averla tracciata, si siede a tavola – dove la signora Tope gli ha imbandito la succulenta cenetta – e si mette a mangiare di ottimo appetito”. Può un romanzo di Dickens terminare così?
Perciò dal 10 giugno 1870, mentre il feretro veniva lentamente accompagnato all’altare, già cominciava (nel retro del corteo) tutta una consorteria di bisbigli e d’ipotesi sul prosieguo dell’opera, della trama, della storia: com’è che continua Il mistero di Edwin Drood?
Tentarono, forti di una discendenza di sangue che non trasmise discendenza di genio, i figli del grande scrittore (Charles Dickens junior e Kate Dickens Perugini). Tentarono poi docenti, criminologi, parapsicologi e maghi, fattucchieri, orientalisti, evocatori di spettri e di anime specializzati in scrittori. Tentarono pubblicando fallaci soluzioni possibili (Risolto il gran mistero di Gillian Vase, 1878) e disperate soluzioni impossibili (Insolubile il mistero di Drood di sir J.C. Squire, 1919). Tentarono accusando dell’omicidio John Jasper; tentarono assolvendo dall’omicidio John Jasper; tentarono affermando che non v’era alcun omicidio commesso da John Jasper (Chesterton: "non v’è molto mistero intorno ad Edwin Drood"). Tentarono, fallendo, in oltre duecento.
Oggi non tenta Stefano Manferlotti che, nel presentare a scaffale la nuova, ed ottima, traduzione del libro (rivisitazione di una sua giovanile traduzione passata), invita “a non pensare al romanzo come un thriller bensì come ad una splendida opera sul doppio”, capace di “mettere in scena ambiguità e ipocrisie del tempo vittoriano” attraverso “le forme dell’ambiguo e dello schizofrenico annidati negli interstizi di una società conformista ed appagata di sé”. Ed ecco, quindi, che i sei capitoli inchiostrati da Dickens (sui dodici previsti) sono un florilegio di personalità plurime, incerte, disfatte che si muovono in ambienti plurimi, incerti, disfatti: un colto borghese fuma dell’oppio, una timorata ha fremiti assai libertini, il decano ha un sosia perfettamente a lui identico ed anche Neville ha una gemella perfettamente a lui identica.
E d’altronde, scostata la copertina, leggiamo subito: “Tremando dalla testa ai piedi l’uomo, la cui coscienza a brandelli si è ricomposta così fantasiosamente, si solleva infine reggendo sulle braccia il proprio fragile corpo tremante e si guarda intorno. Si trova nella più squallida e soffocante delle camere, dove la luce nascente penetra furtivamente attraverso una tenda lacera, da un miserabile cortile”.
La coscienza a brandelli, il corpo tremante, la camera illuminata da un miscuglio di fuliggine e sole: “incomprensibile!” dirà più volte l’uomo medesimo, fissando quest’immagine bianconerastra. 
Elogio della dualità convivente, rimanda chi firma l’articolo all’esordio di Una storia tra due città: “Era il migliore dei tempi possibili, era il peggiore dei tempi possibili; era l’età della saggezza, era l’età della follia; era l’epoca della fede, era l’epoca dell’incredulità; era la stagione della luce, era la stagione del buio; era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione; davanti a noi avevamo tutto, davanti a noi non avevamo nulla; stavamo andando tutti verso il Paradiso, stavamo andando tutti nella direzione opposta”. 
Rubiamo ad esso una frase e la trascriviamo modificandola un poco: con Il mistero di Edwin Drood davanti a noi abbiamo tutto e non abbiamo nulla: abbiamo tutto ciò che occorre per seguire il consiglio dickensiano di Nabokov (“ciò che dobbiamo fare è rilassarci e lasciare che sia la spina dorsale a prendere il sopravvento. Benché si legga con la mente, – continua Nabokov –  la sede del piacere artistico è tra le scapole” e “se non sappiamo godere di questo brivido” vuol dire che “non sappiamo godere della letteratura”) e non abbiamo nulla che ci impedisca di apprezzare un’opera che termina senza terminare davvero.
E d’altronde il principio di Dickens per garantirsi l’innumerevole favore del pubblico non era forse “falli ridere, falli piangere, falli aspettare”?
Ebbene, questa nuova versione de Il mistero di Edwin Drood riesce a far ridere e riesce a far piangere. E riesce a far aspettare: l'ombra, il suo arresto e la soluzione presunta di un mistero interrotto.
La soluzione de Il mistero di Edwin Drood, per fortuna, può ancora aspettare.

 

 

 

Charles Dickens
Il mistero di Edwin Drood
traduzione a cura di Stefano Manferlotti
Roma, Gargoyle, 2012
pp. 329

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