“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Sabato, 29 Dicembre 2012 16:20

Rouge et noir

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Lo spazio. Il tempo. Il nome. Idee, nient’altro che idee al galoppo della fantasia. Perché qui protagonista è l’incontro, la necessità di stare insieme per rischiare. In gioco c’è l’umanità, tutta piena di incomprensione, di solitudine, eppure di rigenerante ironia.
Lo spazio di un appartamento, più precisamente, di una stanza. C’è tutto (o quasi) per questa sopravvivenza desiderata. Nell’acqua che scroscia nella conca di un lavello, acqua (non sempre pura) che ristora. Nell’aroma del caffè appena salito che disperde i suoi effluvi in ogni angolo della sala, sbloccando un meccanismo di ricerca ancora sopito (disinibiti, d’ora in poi, gli applausi che ne verranno).

Nella rossa poltrona adagiata in posizione laterale: tesoriera di ricordi, fucina di un passato da ricollocare ancora con molta fatica. Lungo il perimetro rettangolare di un tavolo: non un semplice arredo, ma agorà domestica per quattro vite che qui scelgono di incontrarsi, di scambiarsi azzardi e possibilità.
Un professore, un barbiere, un becchino ed un attore: quattro identità che si (ri)trovano in nome del gioco. Gioco di rouge et noir, gioco di carte, gioco con il fallimento delle proprie certezze.
Una partita sempre aperta, con nuove possibili soluzioni, a costo di perdere tutto.
Tutto da perdere, niente da vincere. Tutto da vincere, niente da perdere.
Niente o tutto, per il professore: un processo in corso per tentato omicidio ai danni di uno studente che aveva osato, pubblicamente, correggere la sua erronea soluzione; la tenera incapacità di rassegnarsi alla morte del padre che lo costringe sonnambulo, ad ogni risveglio, a ritrovarsi nel letto di questo mentre abbraccia i segni vivi della sua presenza.
Niente o tutto, per il barbiere: ormai licenziato, pur conscio dei tradimenti ormai metodici della moglie, scenderebbe a qualsiasi compromesso purché lei non lo lasci.
Niente o tutto, per il becchino: schiacciato da un mestiere difficile, e da un’inibente balbuzie, sente il tepore della vita tra le braccia di una puttana, nell’illusione che lei gli sia fedele quando lo sceglie come unico destinatario dei suoi racconti di vita.
Niente o tutto, per l’attore: eternamente provinato, allena le sue doti istrioniche mettendo al servizio di sé (e degli altri, quando rientra con un bottino di vivande) la sua produttiva cleptomania quando il vero brivido è proprio nella paura di essere preso.
No allo spazio. No al tempo. Sì alla sperimentazione linguistica nel riadattamento napoletano di Ianniello, dinamica e non tipicamente (topicamente) insistente.
Quattro storie, una storia. Fallire è la regola di partenza, perché il gioco abbia inizio. Gioco di ricerca, di intuito, di emozioni, di risposte. Premio/pena: l’assoluta esigenza di una soluzione. Fosse anche momentanea, anche labile, ma che ci s’inventi qualcosa per trovarla.
Per esempio, un’improbabile ma fruttuosa rapina. Anche per quattro incapaci come loro.
Soluzione momentanea. Poi, c’è ancora da giocare. E da rischiare.
"Ce ne facimm' una?": si ricomincia.
Intanto la voce di Dean Martin, da un vinile che gira imperterrito, suggerisce di provarci ancora, “… make me sway… sway me more…”.
È il gioco (giogo) della vita, sapendo stare al gioco. Oscillando. Rouge et noir.

 


Jucatùre

da Els Jugadors

di Pau Mirò

traduzione e regia Enrico Ianniello

con Renato Carpentieri, Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Marcello Romolo

produzione Teatri Uniti

in coproduzione con OTC, Institut Ramon Llull

durata 80’

Napoli, Sala Assoli, 27 dicembre 2012

in scena dal 27 al 30 dicembre 2012, dal 2 al 6 gennaio 2013

 

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