“Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che fosse comparso nei campetti del mio paese”

Eduardo Galeano

Giovedì, 16 Maggio 2013 02:00

Adriano, un cuore greco in un corpo romano

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Publio Elio Traiano Adriano fu imperatore di Roma tra il 117 e il 138 d.C. .
Di quest’uomo dotato di grande cultura e saggezza viene data un’immagine a tutto tondo nel capolavoro di Marguerite Yourcenar, non senza un ponderato e studiato fondo di verità storica. Ne sono una prova anche i taccuini di appunti pubblicati in calce al romanzo, che testimoniano il travagliato lavoro di ricerca, abbandono e ripresa del materiale biografico – pure piuttosto esiguo – di questo personaggio storico.

Non c’è dubbio, quella dell’imperatore è una figura che affascina: si delinea l’immagine di un uomo carico di responsabilità, consapevole dei rischi e delle incomprensioni che il potere cela. Sebbene non sia esente dalle umane passioni, quali l’amore quasi al limite della follia per il giovane Antinoo o, nei primi anni della sua carriera, dall’ambizione per le più alte cariche statali, s’impone la figura di un uomo che non scappa di fronte alla grandezza di un impero da governare, o di fronte all’adagiarsi scomposto di etnie, tradizioni, esigenze diverse.
La sua è la storia del particolare che trova la propria ragion d’essere e il proprio dispiegamento nell’universale.
Secondo una sorta di movimento ritmico, sistolico e diastolico, il particolare si contrae in se stesso prendendo non solo ricchezza dal tutto, ma anche cedendo parte di sé.
È una sorta di do ut des: nessuno dei due trova la sua massima espressione senza l’altro, avviene uno scambio continuo.
Adriano, forte dell’idea che “il principe appartiene allo Stato, e non lo Stato al principe”, dalla vastità dell’impero prese l’amore per le città – in particolare per quelle greche – l’amore per la musica e per i libri, per le passeggiate all’alba; dai suoi viaggi trasse un’insolita modestia e umiltà, qualità piuttosto rare in un imperatore, trasse il senso del mutamento che colpisce persone e oggetti, prese consapevolezza e coscienza delle diverse condizioni proprie degli svariati popoli che i romani avevano inglobato.
Da lui, l’impero trasse leggi più umane e ragionevoli, strade meglio organizzate, città ristrutturate, nuovi culti.
Continuo scambio, movimento sistolico e diastolico.
Questo tipo di contrazione si ripropone nella crescita ed espansione della città. Lo stesso imperatore, parlando delle città greche, la sottolinea:

"Tutte le volte che, alla svolta di una strada assolata, ho levato lo sguardo da lungi su un’acropoli greca, sulla città, perfetta come un fiore, unita alla sua collina come il calice allo stelo, ho sentito che quella pianta incomparabile trovava un limite nella sua stessa perfezione, raggiunta in un dato punto dello spazio, in una definita frazione di tempo".

Come quella della pianta, l’unica sua possibilità di espandersi consiste nel seme: quel germe di idee mediante le quali la Grecia ha fecondato il mondo. Ma Roma, più opulenta, più informe, adagiata senza contorni netti lungo il suo fiume, nella sua pianura, si disponeva verso sviluppi più vasti: la città è diventata Stato.
La città greca è come un fiore che sale, roteando, per aprirsi e per sbocciare.
In un primo momento, attraverso la contrazione, avviene la costruzione, che le fornisce una forma e, quindi, una conseguente stabilità; in un secondo momento, avviene l’espansione naturale, la fioritura.
Questo processo ritmico, implicitamente ordinato, si perde in una città come Roma. O meglio, si è perso all’epoca di Adriano: agli albori, l’Urbe era perfetta, poteva incarnare l’archetipo della città. Basti pensare al mito di fondazione: all’aratro di bronzo di Romolo erano aggiogati un toro e una vacca, rispettivamente posti sul lato esterno e su quello interno. Il toro rappresentava la forza dei difensori della città, mentre la vacca la fecondità della stessa, destinata a crescere a fiorire.
Questa polarizzazione non fa che riflettere quella che presiede allo spazio urbano nel suo insieme: c’è un centro che si espande verso un confine, e un confine che trae la sua ragion d’essere dal centro. Ciò che prova la singolarità di Roma è, però, l’istituzione del pomœrium, quel confine originario che possiede la capacità di estendersi continuamente, sebbene non sempre si tratti di un’espansione strettamente geografica.
In ogni caso, Roma è profondamente diversa dalle città greche, che sembrano appunto svilupparsi verticalmente, sbocciando, piuttosto che in senso orizzontale come quelle romane, ampliandosi a dismisura.
Nonostante queste differenze, è bene sempre ricordare che Roma non sarebbe stata nulla senza Atene e la Grecia; lo stesso Adriano ne era consapevole, e durante i venti anni del suo impero cercò continuamente di fondere le qualità romane con quelle greche, tanto da essere soprannominato græculus.
Emergono, in un passaggio, parole che ricordano l’interscambio di cui sopra:

"Era pur sempre bella Atene, e non mi rammaricavo di aver imposto discipline greche alla mia esistenza; tutto quello che c’è in noi di armonico, cristallino e umano ci viene dalla Grecia. Ma mi veniva fatto, a volte, di dire a me stesso ch’era stato necessario il rigore un po’ austero di Roma, il suo senso della continuità, il suo gusto per il concreto, per trasformare ciò che in Grecia restava solo di mirabile intuizione dello spirito, nobile slancio dell’anima, in realtà".

Questa fusione ha poi trovato la sua massima espressione nell’arte, particolarmente apprezzata dall’imperatore, che dietro di essa vi intravede l’essenza della natura umana.

"[…] Ma la nostra arte (quella dei Greci, voglio dire) ha preferito attenersi all’uomo. Noi solo abbiamo saputo mostrare in un corpo immobile la forza e l’agilità che esso cela; noi soli abbiamo fatto di una fronte levigata l’equivalente di un pensiero. Io sono come i nostri scultori: l’umano mio appaga. Vi trovo tutto, persino l’eternità".

Questo passo non fa che confermare quanto Adriano fosse un umanista ante litteram, quanto questa sua passione non restasse fine a se stessa, ma costituisse un’occasione per compiere una riflessione sulla natura delle cose umane, del potere, dell’amore, della religione, dell’arte, della giustizia. Riflessione che sappiamo non essere rimasta sterile, perché lo guidò attraverso la consistenza vischiosa delle insidie del potere verso un governo più ponderato e giusto.
È come se la persona dell’imperatore fosse l’emblema dell’avvenuta fusione non solo tra la Grecia e la latinità, ma anche di quest’ultima e tutta la grande varietà di popoli che veniva ad essere inglobata.
Di nuovo, un continuo interscambio, un movimento ritmico di acquisizione e cessione da cui è impossibile non ricavare ricchezza.

 

 

Marguerite Yourcenar
Memorie di Adriano
Giulio Einaudi Editore
, Torino 2012
pp. 350    

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