“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Mercoledì, 15 Maggio 2013 02:00

E voi dove siete adesso?

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“Senta, mi faccia un quadro della situazione nazionale dopo la sconfitta.”

“Vorrei, ma qui lunico sconfitto sono io.”

 

Italo Tramontana, protagonista del romanzo Dove eravate tutti di Paolo Di Paolo, ha meno di trent’anni ed è alle prese con la tesi di laurea in Storia Contemporanea. Dopo aver notato che gran parte della sua vita si è svolta sotto l’egida di uno dei tanti governi Berlusconi, decide di farne un oggetto di studio accademico: “Bastava essere nati dieci anni dopo di me […] per essere ostaggio di un’idea di politica che coincideva perfettamente con l’esistenza al mondo di Silvio Berlusconi […]. Se il televisore era acceso, lui c’era. Appariva. Sorrideva. Si imbufaliva. Stringeva le mandibole, mostrando un’espressione nervosa e uno strano colorito terreo. Se il televisore era spento, sarebbe arrivato un istante in cui, senza rimedio, qualcosa o qualcuno avrebbe evocato la sua presenza. Anche solo per una battuta, senza indignazione: una stupidissima battuta stanca e svogliata”.

Né il professore ordinario di Storia Contemporanea né il suo assistente, però, sono d’accordo: manca la giusta distanza storica, è un progetto velleitario e un po’ sciocco. Che ne dice della Cina di Mao, piuttosto?
In questo romanzo, Di Paolo ripercorre i momenti salienti della vita privata del protagonista riallacciandoli a momenti cruciali della storia più recente: dal G8 di Genova alla caduta delle Twin Towers, dal governo Craxi a quello Berlusconi I, II, III, IV, dall’elezione di Obama agli attentati del 2005 a Londra.
Attraverso gli strumenti del mestiere dello storico, Italo cerca un nesso tra storia e vita privata, tra generale e particolare: “se credessi un po’ in ciò che faccio, potrei dire che: queste sono le cause, freccia, e questi gli effetti […]. Invece troppe cose sfuggono. Prive di motivazioni logiche, restano cieche e inaccessibili a me, agli storici e a tutti.”
La parte del libro che più mi ha intrigata è quella del foglio A4 sul quale Italo e i suoi amici, durante una festa di laurea, scrivono a turno la prima parola che viene loro in mente riguardante gli ultimi anni, quelli cioè dal 2000 ad oggi.
Ho provato a riproporre l’esperimento con alcuni amici e il risultato è un foglio mezzo vuoto dove campeggiano

 

1-     la parola "speranza";

2-     il disegno di un dito medio alzato;

3-     la data ‘11 settembre’;

4-     la celebre formula “nunc bibendum est” che declinata nel linguaggio contemporaneo perde la sua connotazione celebrativo-occasionale acquisendone una di necessità;

5-     “Non so cosa scrivere”, come si sono giustificati alcuni di loro;

6-    “Nemmeno io”, come ho risposto con in mente una canzone dei Ministri1 (“Quando mi sveglio e non mi ricordo cos’è successo negli ultimi anni – cos’è successo negli ultimi anni? Sono le piante a togliermi l’aria? Io sono nato da qualche mese, conto di vivere per qualche mese, c’è solo un modo per vedere oltre: pianificare la propria morte e fare debiti...”): mi è sembrato uno di quei casi in cui le assenze hanno la stessa importanza delle presenze, quasi che il vuoto avesse lo stesso peso delle parole strappate dal nastro continuo della memoria.

 

Italo, alla fine del romanzo, recupera tra le intricate e poco discrete maglie di Facebook il contatto di una sua ex compagna di classe di cui era innamorato da bambino. L’inizio di questa storia d’amore con Scirocco, peraltro raccontata in modo molto delicato, ha però il sapore dell’evasione nel privato alla luce di una contingenza generale tanto complessa e degenerata da non poter essere più compresa fino in fondo (da notare che il cognome di Italo è Tramontana: sono venti che spirano da direzioni opposte). Insieme alla ragazza lungamente desiderata Italo riacquista speranza perché in due ci si sente più forti, perché in due il futuro fa meno paura e anche la neve, che compare nell’ultima scena descritta, riacquista quell’aura magica e sacrale che aveva da bambini.
“Fate l'amore non fate la guerra” avrebbe detto qualcuno: tanto meglio, la mia generazione non sa cosa siano le guerre, non possiede la categoria mentale della rivoluzione, “Dovremmo scendere tutti in piazza per dimostrare...” è la tipica frase di noi tutti, spesso lasciata a metà, riecheggiante nelle notti infrasettimanali durante le quali collezioniamo mal di testa come trofei coniando nuovi nomi per le nostre città-dormitorio: dovremmo ma non faremo mai.
Lo slancio iniziale si è spento: “Scegli una facoltà che dia qualche garanzia, poi per conto tuo coltivi la tua passione, un giorno capirai” consigliavano i genitori durante l’ultimo anno di liceo e Italo – arenato da otto mesi su una tesi che non sa, o forse non vuole scrivere perché lui è uno “studente a vita” che si guarda intorno e si accorge di essere “ancora nella solita stanza della mia infanzia, che ci faccio qui, dov’è l'uscita? Non la vedo, e ancora spuntano [...] madri che sono le stesse ma più vecchie di allora, che lavano i calzini, stirano, chiedono se resti a cena, a che ora torni, quanti esami pensi di dare in questa sessione, quando pensi di finire, come se finire significasse qualcosa, come se portasse davvero a qualcosa” – si chiede allora “Com'è che funziona la spedizione nella vita adulta? La tabella di marcia, quante docce fredde prevede? E dolori, rinunce, e quante stelle si spengono?”.
Se la vita di Italo fosse un film la colonna sonora sarebbe Creep dei Radiohead, ripetuta all’infinito, assorta al sacro rango dei mantra “I’m a weirdo, what the hell am I doing here? I don't belong here...”.
Descrivere una generazione non è cosa da poco, soprattutto se di quella generazione gli aspetti più rimarchevoli sono la frustrazione, la confusione, la letterale disperazione, ma Di Paolo lo fa con grazia, spalancando l’ovvietà del vuoto che si finge sempre più spesso di non notare: “Ma dai, ci date la colpa di tutto” dice il padre di Italo “Colpa nostra se c’è Berlusconi. Colpa nostra se la classe politica è come è. Dite che abbiamo avuto lavori facili e gratificanti, una vita tutto sommato in discesa. Vi lamentate di tutto. Restate sotto questo tetto e vi lamentate”.
È vero, non facciamo altro che lamentarci. Non posso dimenticare, tuttavia, un episodio di circa cinque mesi fa: un carissimo amico, classe 1989, stanco di lamentarsi senza agire, ha avuto la splendida idea di organizzare una mostra nella mia città natale Caltanissetta (ribattezzata Caltatristezza) che ha visto come ospiti a sorpresa niente meno che due carabinieri: qualcuno li aveva prontamente chiamati credendo che si trattasse di una messa satanica.
Vi lascio immaginare con che stato d’animo si è conclusa la serata.
Il libro contiene nel titolo una domanda ma finisce lasciandone al lettore un’altra: dove siamo adesso?
Italo è con Scirocco, sta scrivendo una tesi di laurea; un giorno, chi lo sa, potrebbe diventerare professore di storia come suo padre o forse no.

 

E voi?
Dove siete adesso?

 

1) Dall'Album del 2007 I soldi sono finiti

 

 


Paolo Di Paolo
Dove eravate tutti
Feltrinelli, Milano, 2011
pp. 219

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