“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Venerdì, 03 Gennaio 2020 00:00

Per non farla finita con la voce di Artaud

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Antonio Caronia, in un suo scritto utilizzato come postfazione all’edizione di Per farla finita con il giudizio di dio di Antonin Artaud, recentemente dato alle stampe da Mimesis, sostiene che la trasmissione radiofonica derivata da tale testo, espressione di quel Teatro della crudeltà teorizzato da Artuad, registrata per essere trasmessa in Francia nel 1948 e immediatamente bloccata dalla censura, la si potrebbe mettere in parallelo con La guerra dei mondi di Orson Welles, trasmessa nel 1938 dalle frequenze radio della CBS che − inscenando un’invasione aliena nel New Jersey spacciata per reale − riesce a suscitare il panico tra il pubblico americano. Le due trasmissioni possono essere associate, sostiene Caronia, in quanto si tratta di opere finalizzate, seppure attraverso strategie differenti, a “tendere una trappola esiziale ai padri e all’intera società e per ritorcere il linguaggio contro se stesso”.

Come è noto Artaud viene internato in un ospedale psichiatrico al termine del 1937 per restarvi ben nove anni alle prese con la fame del periodo di guerra, con il trattamento riservato ai “malati di mente” e con la tortura dell’elettroshock. Alla proposta giunta ad Artaud nel 1947 di registrare una trasmissione per la serie radiofonica La Voix des poètes, che sembra offrirgli una possibilità di rinascita dopo gli anni di internamento, egli risponde con il suo progetto Le Jugement dernier, divenuto poi Pour en finir avec le jugement de dieu (Per farla finita con il giudizio di dio).
I testi di tale opera vengono stesi attorno al mese di novembre del 1947, mese in cui si tiene anche la registrazione della trasmissione con l’eccezione dei suoni che richiedono un lavoro supplementare nel gennaio successivo. Pianificata per il 2 febbraio 1948, alle ore 22:45, la messa in onda viene bloccata e l’opera sottoposta al vaglio di una commissione composta da quaranta intellettuali, tra i quali Raymond Queneau, Roger Vitrac, Jean Cocteau, René Clair, Paul Eluard e Jean Paulhan. Nonostante l’unanime parere favorevole alla trasmissione radiofonica, il divieto non viene meno: in onda non deve andare.
Sostiene Marco Dotti, nell’introduzione al volume, che quella di Artaud “fu la sfida radicale di un sovversivo condotta attraverso una sperimentazione che, hanno scritto Gilles Deleuze e Félix Guattari, manifestava, al contempo, la propria radice biologica e politica: una sperimentazione che serviva ad Artaud per creare un linguaggio comune corporeo e vocale (grazie all’uso delle xilofonie, ottenute modulando le vibrazioni del proprio ‘corpo xilofonico’), un ‘linguaggio che qualsiasi cantoniere o manovale avrebbe compreso’, attraverso il quale trasmettere ‘le più alte verità metafisiche’. ‘Volevo creare – scriverà a Porché – un’opera nuova e che colpisse / alcuni punti organici della vita, / un’opera / in cui si percepisse tutto il sistema nervoso’. La sperimentazione di Artaud suscita i timori e smuove le paure borghesi degli ‘sporchi capitalisti / arricchitisi con traffici ambigui’ (lettera a René Guilly del 7 febbraio 1948). È per gratificarli che si risvegliano gli spettri della censura: per garantire coloro che ‘vanno a messa la domenica e desiderano soprattutto / il rispetto dei riti e della legge’. La censura, come un’intercapedine sempre in gioco tra legalità e illegalità, rassicura la vera classe parassitaria (gli ‘sporchi capitalisti’) della società, soffocata dalla nevrosi commerciale e dalla ‘paura delle parole’. In un mondo dominato dal sistema capitalistico e dunque non dalla ragione, ma dalla follia, noi tutti, in un certo senso, siamo costretti al silenzio”.
In Per farla finita con il giudizio di dio, sostiene Caronia, “la violenza della voce, della phoné, entrava in competizione e in opposizione con il logos, con la dittatura della parola articolata e organizzata, in una bruciante sintonia con le intenzioni della trasmissione: farla finita non solo con il giudizio di dio (sempre rigorosamente minuscolo), ma con il giudizio in genere, con il giudizio definitivo, le jugement dernier, il pronunciamento del padre, degli uomini e della società che determina l’inclusione o l’esclusione dalla comunità. Certo, c’era innanzitutto una molla personale che spingeva Artaud a questa ribellione [...]. Questa rinascita, però, Artaud non la metteva al servizio di una dimensione solo interna alla propria storia, voleva farne da subito uno strumento di proiezione all’esterno, di scandalo, di battaglia. 'Il dovere dello scrittore, del poeta', diceva in una lettera a René Guilly, ‘non è quello di andare a rinchiudersi vigliaccamente in un testo, in un libro, in una rivista da cui non uscirà mai più, al contrario è quello di uscir fuori per scuotere, per attaccare lo spirito pubblico’. È il corpo, certo, il protagonista di questa scossa e di questo attacco, ma è un corpo radicalmente trasformato, scomposto e ricomposto nel terremoto del ripudio di ogni dualismo, di ogni tradizione di ordine e compostezza”.
Il “corpo nuovo” di cui parla Artaud, quello che chiama “corpo senza organi”, è innanzitutto, scrive ancora Caronia, “la riconquista di una prossimità con la propria esperienza, è il tentativo di colmare la distanza dell’assenza, è il rifiuto dell’estraneità e della tradizione metafisica occidentale”. Secondo Artaud occorre “rifare l’anatomia dell’uomo, perché qualcuno (e quel qualcuno è ciò che egli chiama dio), attraverso la differenziazione organica, preme su di lui, gli sottrae la parola, coarta la sua libertà”. Tutto ciò è esplicitato in Per farla finita con il giudizio di dio, in questa “poesia che prende forma di visione, grido, gesto profetico, performance e rivolta antimetafisica: l’uomo è torturato, costretto in un corpo che non gli appartiene, espropriato e corrotto da un potere di volta in volta politico, giudiziario, psichiatrico. Poco si salva dalla ferocia critica dell’autore: non l’America, né i preti, né tantomeno Dio, principale imputato di questo verdetto senza appello”.
Per farla finita con il giudizio di dio è davvero di un testo di riferimento imprescindibile per tutte le avanguardie del XX e XXI secolo.
Per aggirare la censura, nel marzo del 1948, la rivista Nyza, prodotta appositamente da Henri-Hugues Lejeune e Bernard Franck, pubblica per la prima volta, in edizione fuori commercio, il testo in versione integrale. Una seconda volta l’opera compare, sul finire del mese successivo, all’interno di un libro stampato in duemila esemplari dall’editore parigino K, dopo la morte di Artuad. La recente traduzione italiana data alle stampe da Mimesis segue fedelmente il testo proposto da Paule Thévenin (Gallimard, 1974), tenendo comunque in considerazione l’edizione curata da Évelyne Grossman (Gallimard, 2003). Per quanto riguarda la registrazione dell’opera, questa viene invece distribuita in Francia, a partire dagli anni Cinquanta, in edizioni pirata su nastro e cassetta, mentre in Italia viene diffusa in allegato al testo dalle Edizioni del Sole nero. Altre diffusioni si hanno in Francia nel 1986 e nel 1995, mentre in Italia ricompare nel 2000 grazie a Stampa Alternativa.
Ora è disponibile un’edizione online all’indirizzo www.ubu.com/sound/artaud.html





Antonin Artaud
Per farla finita con il giudizio di dio
postfazione Antonio Caronia
Mimesis, Milano-Udine, 2019
pp. 164

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