"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Lunedì, 26 Marzo 2018 00:00

Endre Ady, profeta maledetto di un'Ungheria ferita

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Gabriella Caramore ci introduce, con sapienza e rigore, alla poesia di Endre Ady situandola storicamente e socialmente nel cuore dell’Ungheria di inizio ‘900, Paese dilaniato e sottomesso, in perpetua lotta contro gli oppressori austriaci e lacerato da contrasti interni.
L’accurata ricostruzione biografica effettuata dalla curatrice (che insieme a Vera Gheno si è occupata anche della traduzione dei testi) viene accompagnata da un commento che ne ricollega gli snodi fondamentali ai nuclei più rilevanti della produzione poetica, a partire dalle origini familiari, e poi attraverso gli studi, i viaggi, gli amori, la malattia: soprattutto esplorando evoluzioni e involuzioni del credo ideologico e spirituale dell’autore.

Endre Ady nacque nel 1877 da una famiglia di piccola nobiltà decaduta e di tradizioni calviniste a Érmindszent, villaggio al confine con la Transilvania, oggi facente parte della Romania: indirizzato verso studi giuridici, si dedicò presto al giornalismo, desideroso di interpretare e influenzare gli avvenimenti politici della sua terra magiara (“Mia odiosamata nazione”), con un generoso impegno democratico e liberale, antinazionalista e anticlericale, decisamente ostile alla dominazione degli Asburgo. Trasferitosi presto nella città industriale di Nagyvárad, iniziò a comporre le prime poesie, immergendosi in un’esistenza inquieta di sregolatezze, alcol ed esperienze sessuali promiscue che lo portarono a contrarre la sifilide, malattia che lo tormentò negli anni a seguire, conducendolo alla paralisi e a una morte precoce nel 1919.
Ady esibiva provocatoriamente il suo lato di poeta maudit, lussurioso e blasfemo, sfidando il fariseismo benpensante della comunità cui apparteneva: “Siamo in tre sulla grande pianura: / Dio, io e una maledizione contadina. / So bene che tutti moriremo, / ma io lancio un forte grido spietato. // Io da solo non temo, non tremo, / tanto ormai il mio guscio è di Satana”, “Né lieto avo né discendente, / né parente né conoscente, / non sono di nessuno, non sono di nessuno”, “E quando dovevo comprare un bacio, / chiudevo gli occhi e chiudevo anche il cuore: // ... Però le amo tutte, una per una, / Maddalena e la vergine Maria // ... Io le amo appena son nate, / infanti, giovani, vecchie e mature; / Io amo ognuna che è donna: / un uomo vero, un uomo triste io sono”.
Trasferitosi a Parigi, entrò in contatto con le avanguardie artistiche, lasciandosi travolgere dalla loro energia visionaria, e soprattutto da un amore folle per una donna sposata, sensuale e affascinante, cui dedicò versi appassionati: “Sono ferita rovente. Brucio, dolente. / Mi strazia la brina, mi strazia la luce, / te voglio... // Baciami. Bruciami. Baciami”, “Questi occhi vecchi, questi occhi tristi / non guarderanno più nessun’altra. // Scacciami pure, Léda: / a questi occhi di vecchio cane fedele / mai potrai davvero fuggire”.
Sofferente nel corpo, tormentato nell’anima e nei pensieri, presagiva la morte con una sorta di “cupio dissolvi” che lo avvicinava alla pena di ogni effimera creatura: “Sono malato, molto malato. / Sii giusto, mio Dio, / e benedicimi per quanto ora soffro”, “Io sono parente della morte / ... Amo le rose malate / donne sfiorenti bramose, / atmosfere d’autunno / amare e radiose. // Amo i delusi, i mutilati, / e quelli che si sono fermati; amo chi non crede e chi si è turbato: / questo è il mondo che amo”.
Oltre all’amore per la donna, lo teneva in vita la volontà di combattere per la sua “terra di sconfitte e trionfi”, lottando “come un antico sovversivo”: “Se cento volte ti voltassi le spalle, / con o senza una motivazione, / finché mi terrà in piedi la vita, / mai potrò stare con gli infami, / ma ti starò accanto, mia bieca nazione. // ... Agire, anche solo scrivendo, / ma agire comunque, irrequieti. / Con orgoglio e in alto la testa, / far sapere che qui nulla accadrà / finché rimarrà anche una sola protesta”, “Né cieli né inferni al fiero magiaro / avrebbero potuto mai dare destino più bello / che essere uomo nell’inumano, / essere magiari perseguitati, / di nuovo vivi o morti ostinati”. L’Ungheria, trascinata in guerra, smembrata, devastata, non riuscì a sollevarsi dalla desolazione, a cui Ady dovette assistere nei suoi ultimi disperati anni: “Tutto ciò in cui credemmo, / è perduto, perduto, perduto”, “Triste e funesto il popolo ungherese, / vissuto sempre nella rivolta, per guarirlo / gli infami dannati gli hanno affibbiato / tutte le guerre e gli orrori fin dentro la tomba”.
Appellarsi a Dio, allora, come estrema ancora di salvezza? Gabriella Caramore nella sua prefazione insiste molto sul rapporto che il poeta intratteneva con il divino, nelle liriche espresse con la stessa violenza interrogante e supplicante dei Salmi, ripercorrendo le Scritture (in una ritrovata memoria della severa educazione calvinista), dalla Genesi ai Profeti all’Apocalisse. Del misticismo furente di Ady, Massimo Cacciari scrisse: “È l’ateo che crede, ma il cui credere non può superare l’ateismo”. La sua preghiera assume infatti le sembianze della maledizione e della bestemmia, fieramente ostile a ogni clericalismo e devozionismo, estranea all’interesse teologico. Una preghiera che si sa inascoltata nella sua richiesta di giustizia, impossibilitata a comprendere l’abissalità del mistero: “Credo, incredulo, in Dio. / Io voglio credere per davvero. / Mai nessuno ne ha avuto tanto bisogno, / né un vivo né un morto”, “Di continuo disputavo col Signore / ... dicono che ho offeso molte cose antiche, / dicono, così dicono”, “Egli è tutto. Ma non sa benedire. / Egli è tutto. Ma non sa punire. / ... Sorride. Ordina. Nient’altro. / Il suo volto è un sole di ghiaccio. // ... Anche se i nostri tendini son lacerati, / e siamo in un grande, infernale dolore, / Lui si diverte soltanto: non ci ama // ... romba scrosciando, risuona ridendo, / trascina, fracassa, corre incessante, / non lo tiene né diga né torpida sponda. / ... Egli è Tutto ed è inconsolabile, / un Dio unico e terrificante”.
Endre Ady nel corso della sua breve e turbinosa esistenza, conobbe incomprensioni e ostilità, rifiuti letterari e persecuzioni politiche, ma fu molto amato dal popolo, delle cui angustie e speranze seppe farsi portavoce. Alla sua morte, la partecipazione alle esequie fu enorme, e nel 1990 il suo viso intenso e sofferto fu incorniciato in una banconota della Repubblica Ungherese da cinquecento fiorini.

 

 

 

Endre Ady
Il perdono della luna

a cura di Gabriella Caramore
traduzione di Vera Gheno e Gabriella Caramore
Marsilio, Venezia, 2018
pp. 274

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