“Solo tu puoi mandare in scena quel ricordo. Proprio quello”

Nadia Terranova

Mercoledì, 28 Marzo 2018 00:00

Quando i figli presentano il conto

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Nel buio della notte rotto soltanto da qualche lampione dalla luce fioca e traballante, nel desolato parcheggio di palazzoni di periferia di una città emiliana che si ostina per pudore e per miopia a non prendere atto di come le fondamenta su cui si crede e si racconta costruita siano in realtà  sempre meno stabili, si incrociano le tragedie di due uomini di mezz'età che non hanno più notizie dei rispettivi figli.
I due, seppur in epoche diverse, sono approdati in questa cittadina del Nord con la speranza di aver finalmente raggiunto un luogo ove, pur a costo di tanti sacrifici, il lavoro avrebbe potuto garantire loro se non la felicità almeno la tranquillità economica. È nella periferia di questa città che vengono a contatto le vite di Pasquale, un migrante “interno” giunto dal Sud, che ha vissuto la fabbrica a testa alta dandosi da fare nel sindacato, e Mustafà, arrivato più recentemente dal Marocco, che ha dedicato l’esistenza alla sua piccola attività di ristorazione. Due migranti considerabili “integrati” da una comunità locale storicamente tendente a fare del lavoro l’unico orizzonte di vita tanto da rendere non di rado difficilmente distinguibili gli immaginari operai da quelli dei piccoli imprenditori, spesso provenienti dalle fila dei primi.

È attorno a questo incrocio di esseri umani che Giovanni Iozzoli struttura il suo nuovo romanzo Di notte nella provincia occidentale (Edizioni Artestampa, 2018), uscito dopo quella “trilogia dello sradicamento” − composta da I terremotati (Manifestolibri, 2009), I buttasangue (Edizioni Artestampa, 2015), La vita e la morte di Perzechella (Edizioni Artestampa, 2016) – con cui l’autore ha messo i lettori di fronte a protagonisti che, catapultati improvvisamente all'interno di eventi più grandi di loro, si trovano a fare i conti con un senso di sradicamento destinato a non abbandonarli più. Il terremoto dell’Irpinia, nel primo romanzo, l’essere testimone di una morte sul lavoro, nel secondo, e il macchiarsi di un omicidio, nel terzo, rappresentano gli eventi improvvisi e inaspettati che conducono i diversi protagonisti a fare i conti con una disgregazione esistenziale che mina la loro capacità di comprendere la realtà. Tali eventi finiscono per fare da amplificatore a trasformazioni più generali che hanno ormai riscritto il mondo entro cui vivono i personaggi dei romanzi e gli stessi lettori.
L’indiscussa abilità dello scrittore è quella di inserire sapientemente tra le specifiche vicende vissute dai protagonisti la portata dei cambiamenti sociali, culturali ed esistenziali degli ultimi decenni lasciandoli intuire tra le righe o palesandoli attraverso brevi ed incisivi passaggi.
Per certi versi Di notte nella provincia occidentale, opera che ha il merito anche di affrontare la contraddittoria integrazione delle “seconde generazioni” di migranti di tradizione islamica, si pone in continuità con i lavori precedenti dello scrittore approfondendo ulteriormente quell’indagine introspettiva di personaggi costretti a fare i conti con la loro storia personale e con quella della comunità in frantumi. I tragici eventi al centro dei romanzi di Iozzoli oltre a contribuire, eccome, al disfacimento dell’individuo e della sua comunità, portano però anche alla luce ciò che fino a quel momento si è preferito rimuovere. Al senso di solitudine e di fallimento che prende alla gola i personaggi si aggiunge l’angoscia determinata dalla loro incapacità di trovare una via d’uscita utile alla riconquista di un equilibrio personale e comunitario che sembra essere andato inesorabilmente perduto.
Nei personaggi messi in scena da Iozzoli troppo potente è la sconfitta esistenziale da cui si sentono investiti per poter trovare una consolazione, anche solo momentanea, nella nostalgia; l’improvvisa percezione della disfatta tende a riscrivere negativamente la loro esistenza e con essa l’intero passato. Ad andare in frantumi è, in questo come nei precedenti romanzi, un'etica collettiva a cui si accompagna l'implosione del sistema di vita e di valori su cui per decenni tanti esseri umani hanno fondato e giustificato le loro esistenze. Tutto, alla luce dell’oggi, appare figlio di una grande illusione, di una mendace narrazione che ha improvvisamente cessato di donare sollievo.
Pasquale si rende improvvisamente conto che di Gabriele, il figlio, non conosce praticamente nulla: se lo ritrova segnalato dalla Questura per qualche sua annoiata e in realtà disinteressata frequentazione degli ambienti dell’estrema destra per poi vederselo scomparire in qualche giro di droga. Altrettanto inaspettatamente Mustafà, preso dal suo lavoro, si accorge di aver allevato un figlio, Karim, del tutto estraneo ai sogni paterni che sentendosi corpo estraneo della cittadina emiliana sembra aver risposto inspiegabilmente alla “chiamata al martirio”. Queste due diverse fughe verso l’autodistruzione risultano incomprensibili ai padri al pari di quel mondo che, per certi versi, essi stessi hanno contribuito a costruire. Possibile che tutti i sogni e i sacrifici fatti risultino totalmente insignificanti agli occhi dei figli? Con un effetto domino anche le rispettive mogli dei due, pur lungo traiettorie diverse, finiscono col prendere da loro le distanze e anche in questo caso tanto Pasquale quanto Mustafà non riescono a comprenderne i motivi.
I protagonisti finiscono con l’attraversare il mondo in cui vivono in maniera totalmente inconsapevole ma, a ben guardare, è con la medesima inconsapevolezza che forse hanno vissuto da tempo, presi da una routine quotidiana priva di finalità degne da essere fatte proprie anche dai famigliari. I due uomini annaspano nella città senza sapere bene come muoversi, cercano aiuto ma preferiscono fino all’ultimo negare l’evidenza agli altri e a se stessi, si comportano goffamente e pateticamente, incapaci di incidere sulla realtà. È così che i due finiscono per incontrarsi, di notte, in un parcheggio di periferia in impotente attesa che da quei palazzoni malandati, capaci spesso di offrire notizie ai giornali locali, in cui si intrecciano giri di droga e percorsi che arrivano sino ai campi di battaglia in Medioriente, compaiano, quasi per incanto, se non i figli almeno notizie su di essi.
Dal romanzo i figli sono sostanzialmente assenti, quasi a sottolineare come i ragazzi siano presenze silenziose e assolutamente indecifrabili mentre gli adulti risultano inadeguati abitanti di un mondo che non riescono a comprendere. Sarebbe semplicistico interpretare il romanzo come una generica e astorica vicenda imperniata sulla crisi di uomini di mezz’età che si trovano a fare i conti con le frustrazioni dettate dai desideri non realizzati e incapaci di immaginare che finalità dare agli anni che ancora hanno davanti. Nell’interessante postfazione – Crisi di una generazione, malattia della storia – scritta dal sociologo Antonello Petrillo, si sottolinea giustamente come “non è di crisi generazionale in astratto che si parla nel romanzo, bensì della crisi di una generazione specifica ed è proprio questo a rendere il racconto così sociologicamente interessante. Sociologicamente, infatti, una generazione non è una semplice coorte demografica di individui nati nello stesso arco temporale; a caratterizzarla è, piuttosto, l’esposizione a una determinata esperienza storica, sequenza di eventi unici e irripetibili dei quali possono – a seconda dei casi − essere stati protagonisti o semplici spettatori e che tuttavia fondano comuni orientamenti culturali e morali e soprattutto la condivisione di un destino comune. Quelle dei Baby Boomers e dei Millennials sono state forse le generazioni più investigate dalle scienze sociali e più raccontate dalla letteratura e dal cinema. A fronteggiarsi nella nostra storia sono invece le generazioni che, rispettivamente, le seguono: la X e la Z; dai tratti così sociologicamente indefiniti da non meritare neppure un nome, una definizione che non sia una sigla contabile da cavie di laboratorio. Pasquale e Mustafà dovrebbero essere X (cioè nel ’68 succhiavano ancora il latte, o giù di lì), Gabriele e Karim (all’epoca dei fatti narrati ancora minorenni) sono post-Millennials, dunque Z: al di là delle indagini di mercato (ci informano che gli X sono grandi consumatori di social e di computer Apple, gli Z grandi consumatori di social e di telefonini Samsung), del fatto che il nome dei primi deriva dal titolo di un bel romanzo pubblicato nel 1991 da Douglas Coupland, mentre quello dei secondi viene fuori più prosaicamente (e significativamente) da un online contest sponsorizzato da USA Today, la verità è che di loro sappiamo assai poco; su di loro [...] non si è ancora prodotto un immaginario sociale specifico”.
Sociologicamente il romanzo si sofferma sulla generazione dei padri posta di fronte all’imperscrutabilità dei figli e, continua Petrillo, non si tratta di “un instant book facile su neofascismo e jiahdismo, bensì una complicata ricerca sulle loro radici: è proprio la talpa della storia che Iozzoli costringe a inseguire nelle pagine; con l’ovvia avvertenza che, in tempi di brume forse assai più fitte di quelle del 18 Brumaio, questa volta ciò che vedremo scavare alla vecchia talpa non saranno propriamente rivoluzioni. La storia, in questo libro, si prende insomma una bella rivincita proprio sulla generazione che dalla storia credeva di essere uscita per sempre”.
Di notte nella provincia occidentale costringe i lettori ad indagare su se stessi, su cosa si è diventati sia come individui che come comunità. È un’indagine amara quella che ci aspetta ma se ancora non ci si vuole rassegnare a galleggiare verso la deriva tenendo le dita incrociate e ripetendo quel “fin qua tutto bene” che troppo spesso ci hanno e ci siamo detti, allora forse si tratta di un dolore necessario per evitarne altro a noi ed alle generazioni più giovani. Scrive ancora Petrillo nella postfazione al romanzo: “Incitati in una corsa spietata verso improbabili mete individuali, Pasquale e Mustafà hanno dimenticato la società; convinti che non la società ma la natura li inchiodasse alle loro specifiche posizioni, hanno dimenticato la storia e abbandonato la convinzione di poterla trasformare con le proprie lotte; eppure, come in un chiasmo sinistro, ciascuno stava intrecciando i destini dei figli dell’altro. A un certo punto delle loro vite, gli eventi sembrano finalmente scuoterli; sulla via della guarigione, paiono tornare a 'vedere’ la storia; si tuffano ciascuno nel proprio passato: la compagna di perdute stagioni d’amore e lotte sindacali per l’uno, per l’altro l’imam pacato e razionale di un Islam che è molto più che odio sanguinario verso i kafir. Scopriranno presto entrambi che non è quella la cura: non è nel passato, ma contro il passato, che la dimensione della storia va recuperata”.

 


 

Giovanni Iozzoli
Di notte nella provincia occidentale

Edizioni Artestampa, Modena, 2018
pp. 272

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