“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Sándor Márai

Martedì, 13 Marzo 2018 00:00

L'ascesa del nazismo nei racconti di Isherwood

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I sei racconti che compongono Addio a Berlino di Christopher Isherwood (1904-1986) sono stati scritti tra il 1930 e il 1933, e pubblicati per la prima volta in un unico volume nel 1939. Lo scrittore inglese dopo la laurea a Cambridge si era trasferito per alcuni anni nella capitale dell’allora Repubblica di Weimar, un po’ per sfuggire alla plumbea e intransigente atmosfera britannica, un po’ per approfondire le sue conoscenze linguistiche, e più probabilmente perché attratto dalla fama di anticonformismo e libertà sessuale della città tedesca. Dagli anni del liceo, Isherwood aveva stretto una relazione con il poeta Wystan Hugh Auden, con cui condivise poi un intenso legame affettivo e intellettuale, viaggi e collaborazioni editoriali, e il definitivo trasferimento in America nel 1939.

I racconti compresi in Goodbye to Berlin, pur essendo leggibili uno indipendentemente dall’altro, sono collegati tra loro dalla figura autobiografica del narratore, il giovane Chris, intellettuale trentenne in perpetue ristrettezze economiche, omosessuale colto, solitario e gentile, che si mantiene impartendo lezioni private di inglese, nella cerchia di svariati ambienti sociali.
Da questo punto di vista particolare, osserva le persone e gli avvenimenti che turbinano intorno a lui quasi difendendosene emotivamente, e descrivendole con la curiosità asettica di chi non intende lasciarsi coinvolgere troppo: “Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto, completamente passivo, che registra e non pensa”. Questa dichiarazione a inizio di pagina sembra contraddetta da una delle ultime affermazioni del libro: “Berlino è uno scheletro dolorante per il freddo: è il mio scheletro indolenzito”. In effetti, è solo in maniera graduale che il protagonista avverte la pericolosità del clima politico e ideologico che pervade la città e tutto il Paese, il suo inesorabile scivolare verso il totalitarismo e la catastrofe della guerra. Negli ultimi due racconti i segnali dell’oppressione nazista non si limitano più a sparute avvisaglie intuibili negli atteggiamenti di pochi (insofferenza verso gli stranieri, bandiere ed esibizioni nazionalistiche, canzoni e marce militari, sospetti e denunce anonime tra vicini): l’atmosfera precipita inesorabilmente verso una recrudescenza del razzismo, dell’intolleranza, del desiderio esplicito di sopraffazione sugli altri. I giornali riportano commenti univoci, i pochi democratici nascondono con timore il loro dissenso, le violenze brutali della milizia non vengono contrastate dalla popolazione civile. “Migliaia di persone... si stanno acclimatando, in ossequio alla legge naturale, al modo di un animale che cambia il pelo ai primi freddi”. Chris lo percepisce con irrefutabile turbamento solo quando entra in confidenza con una ricca famiglia ebrea, i Landauer, assunto da loro per dare ripetizioni alla figlia diciottenne Natalia: ragazza rigida e inibita, che vive un’esistenza ovattata, timorosa di dover prendere atto degli sconvolgimenti che stanno maturando nei confronti dei suoi parenti e della sua religione.
In precedenza, i rapporti sociali del protagonista si erano limitati alla frequentazione di persone semplici e ignoranti, quando non addirittura equivoche, per le quali l’antisemitismo rivestiva essenzialmente il carattere dell’odio di classe: “Questa città è stufa marcia degli ebrei. Gratta gratta, saltano fuori sempre loro. Stanno avvelenando l’acqua che beviamo! Ci strangolano, ci derubano, ci succhiano il sangue!... I soliti ebreacci ladri!”.
La medesima disposizione anima l’affittacamere Fräulein Schroeder, zitellona attempata e pettegola che spia i suoi pigionanti, vampirizzando nella sua non-vita le loro esistenze di entraîneuse, barman, artistoidi spiantati (con un’attenzione riguardosa per il prediletto “Herr Isservut”), e Otto Nowak, ragazzone disoccupato e violento, mal tollerato nel fatiscente appartamento dei suoi genitori, crudele nello sfruttare economicamente uno scalfibile giovanotto innamorato di lui. Oppure ancora l’affascinante e svampita Sally, aspirante attrice e volubile amante di decine di uomini, ingenua e spudorata, viziosa e altruista. Personaggi ai margini, pronti a tradire e a distruggere gli altri per denaro, accomunati da un’uguale indifferenza per i destini della collettività e per gli sviluppi delle vicende storiche: minime pedine brancolanti sullo scacchiere della Storia, oscillanti tra euforia e disperazione, cecità e preveggente cinismo.
Lo stesso Chris osserva impietoso la propria pavida vanità di scrittore incompreso, il suo senso di superiorità nei riguardi di chi gli sta vicino, il suo altezzoso isolamento e l’incapacità di vivere con pienezza e trasporto qualsiasi esperienza sentimentale o sessuale. Berlino è per lui uno sfondo inadeguato e privo di concreto interesse, a cui affidare qualche anno di spaesata malinconia: “... sono in una città straniera, solo, lontano da casa... risuona un fischio così penetrante, così insistente, così disperatamente umano, che alla fine sono costretto ad alzarmi per andare a sbirciare fra le listelle delle veneziane e assicurarmi che non sia per me − anche se so benissimo che è impossibile”.
La sua decisione finale sarà determinata dalla volontà di sopravvivere all’orrore, fuggendo da una tragedia annunciata e inevitabile: “Domani parto per l’Inghilterra... Il sole splende, e Hitler è il padrone di questa città”.     

 

 

 

 

Christopher Isherwood
Addio a Berlino

Traduzione di Laura Noulian
Adelphi, Milano, 2018
pp. 252

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