“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 23 Febbraio 2015 00:00

Sogno

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Haruki Murakami è uno di quegli autori che non riesco ad inquadrare. E come tutto ciò che è misterioso in un modo che non riusciamo né a comprendere né a spiegare, è talmente affascinante da scatenare in me sentimenti contrastanti.
Nel momento in cui scrivo queste considerazioni, ho all’attivo una storia breve e un romanzo e mezzo, nella fattispecie Norwegian Wood, metà de La fine del mondo e il paese delle meraviglie e Sonno, racconto estratto da L’elefante scomparso e altri racconti. Ed è proprio su questo che voglio concentrarmi, forse perché è quello che, nella sua brevità, si presenta come un distillato dell’identità di questo autore.

La storia s’impernia sulla vita di una giovane donna che, improvvisamente, smette di dormire, ma che paradossalmente invece di sentirsi stanca, irritabile, e intorpidita, scoppia di energie: divora libri, fa sport, rifiorisce come un’adolescente.
Il racconto si dispiega pacatamente, alla maniera di Murakami, cioè senza alcuna fretta di arrivare a snodi narrativi importanti, o alla conclusione. Per la verità non si arriva mai da nessuna parte, la narrazione procede come un cortometraggio onirico in cui non solo i personaggi compiono azioni sempre uguali a sé stesse, ma spesso la fine del flusso narrativo arriva inaspettatamente, lasciando il lettore colmo di una strana sensazione a metà tra il disappunto e lo smarrimento (e lasciando intendere che, anche se non raccontata, la storia vada avanti all’infinito).
Eppure Murakami piace, affascina, tesse intorno al lettore una tela d’incanto che, attraverso il racconto della tranquillità quotidiana, lo trasporta in un piccolo mondo parco e luminoso, in cui avvengono tanti piccoli corto circuiti che i personaggi sembrano non saper affrontare, né tantomeno spiegarsi.
La scrittura di Murakami mi ricorda un carillon, una piccola scatola di porcellana cinese dai colori cupi e dalle rifiniture dorate che ne delineano i contorni esagonali: un piccolo lavoro d’intaglio che, aprendosi, rivela la stuatuina sbilenca di una ballerina che, pure col suo tutù scomposto e i sui movimenti meccanici, continua a girare su sé stessa con grazia ed eleganza, come se fosse un soffione portato dal vento.
La scrittura di Murakami rispecchia l’immagine del tempo ciclico proprio della cultura orientale e la visione naturalistica della religiosità orfico-misterica, e questo è uno dei motivi per cui, nell’animo di un occidentale, si generano sentimenti contrastanti e inspiegabili che lasciano dietro di sé una scia malinconica e nostalgica come se si fosse perso qualcosa di bello che però, nella realtà non deformata dalla nostalgia, bello non era. E forse è sempre per questo motivo che l’autore, nell’intervista al The Guardian del 13 settembre 2014, ha dichiarato di essere un emarginato presso i suoi connazionali, e in particolare dalla critica: forse per chi è abituato a questo tipo di sensibilità minuta e imperniata sulla bellezza delle piccole cose, i libri di Murakami appaiono quasi noiosi, banali.
Per non parlare del fatto che gli occidentali sono vittime del gap dovuto alla traduzione e alla successiva pubblicazione. Mi spiego meglio: i libri che noi leggiamo ora, in realtà sono stati pubblicati nei primi anni Novanta, o addirittura negli anni Ottanta. Basta prendere l’esempio di Sonno: il racconto è stato scritto nel 1993, ma in Italia è stato pubblicato solo nel 2001, tradotto dall’inglese, e nel 2009 dal giapponese.
Ora, nelle librerie, Sonno è spacciato come l’ultimo libro di Murakami (o al massimo il penultimo, se contiamo L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio), ma solo perché Einaudi ne ha pubblicato l’edizione illustrata da Kat Menschik solo nel 2014. Edizione bellissima, peraltro, con disegni blu, bianchi e argento che sembrano sospesi nel tempo e nello spazio, proprio come i pensieri del dormiveglia.
Gli anni intercorsi dalla prima edizione a quella tradotta, insomma, fanno sì che il lettore del 2015 venga affascinato anche da un tipo di ambientazione a cui non è abituato, in cui elementi pop degli anni Novanta si mescolano a quella delicatezza tipica dell’Oriente; una scenografia che non deve aver sorpreso particolarmente il lettore giapponese dei primi anni Novanta, però.
Considerati tutti questi elementi, resta il mistero della storia: la narrazione è conchiusa? È forse – come penso con sempre più convinzione – allegorica?
Leggete Haruki Murakami per scoprirlo.

 

 

 

 

 

 

Haruki Murakami
Sonno

illustrazioni Kat Menschik
Torino, Einaudi, 2014
pp. 77

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