“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Sabato, 28 Febbraio 2015 00:00

Tuttoporto

Scritto da 

Essendo un romanzo improntato sulla figura di Don Pino Puglisi, primo martire cristiano ucciso dalla mafia e beatificato nel 2013, tutto mi sarei aspettata tranne che essere colpita da aspetti che poco hanno a che fare con la religione, almeno in apparenza. Sono rimasta folgorata, per non dire ammaliata, dalla descrizione che l’autore fa di Palermo – Panormus cioè "tuttoporto" – delle sue strade, dei suoi colori e dei suoi profumi.

La bellezza contraddittoria di questa città, abbinata a quella del mare, è uno dei temi ricorrenti della narrazione: D’Avenia ne parla in maniera così affascinante – e affascinata – da riuscire a trasmettere l’amore per un luogo di cui la misteriosa bellezza resta però sempre sfuggente, e per questo ancora più anelata: c’è una parola che l’autore usa per indicare lo stato d’animo dei personaggi, ed è “spasimo”, termine che rende in maniera perfetta questo anelito dell’anima, questo desiderio quasi doloroso di raggiungere qualcosa o qualcuno. Suggerisce l’idea di un movimento, o meglio, di un’immobilità forzata abbinata ad un lavorio dello spirito; è proprio lo spasimo che il lettore prova nei confronti di Palermo, città ricca e per questo sempre derubata, città contraddittoria perché fa mostra di sé, ma la cui vera essenza resta intangibile.
Questo contatto con il luogo passa attraverso la definizione di una religiosità che ricorda quella legata al concetto di genius loci di pagano lignaggio; una città circondata dal mare, oppressa dal sole, piena di persone che spariscono e ricompaiono come in un gioco di specchi: è come se Palermo, compressa da queste forze, continuamente implodesse, e rifiorisse, disseccando però le parti meno nobili del suo territorio, come Brancaccio, in cui non è presente neanche una scuola media.
Eppure il genius loci è presente anche qui: secondo la concezione moderna, infatti, con questa locuzione si intendono le caratteristiche socio-culturali, architettoniche, linguistiche, e di abitudini che costituiscono il “carattere” e la fisionomia di un luogo.
Ciò che inferno non è è forse l’unico romanzo che ho letto finora in cui queste caratteristiche si fondono in modo tale da ricreare in maniera perfetta questa identità in un libro: un’identità contraddittoria, spesso ostentata e usata come giustificazione per perpetrare comportamenti e abitudini nocive come tentacoli malefici, tanto da trasformarsi – per qualcuno – in una prigione dalla cui sorte predestinata fuggire al più presto; allo stesso tempo però, è un senso di appartenenza visto con orgoglio, come bagaglio storico da portarsi appresso per comprendere la diversità.
È proprio cercando di mediare tra queste due anime che Don Pino Puglisi si impegnò per la costruzione di una scuola, per il miglioramento dei servizi igienici e sanitari e, soprattutto, per salvare i bambini da un brutale destino che, come un vampiro, succhiava via la loro infanzia in modo precoce.
In questo senso, il romanzo ha il merito di raccontare aspetti collaterali alla mafia che, di solito, passano in secondo piano rispetto all’estorsione e alla violenza, come la prostituzione minorile. Riesce ad evidenziare l’importanza dell’educazione, ponendo dunque l’accento sulla capacità di scelta in contrapposizione a qualcosa che il caso ha sorteggiato, ovvero il luogo in cui si è nati.
La storia è dunque quella di un uomo che non si nasconde, nonostante le sconfitte, le intimidazioni, e la violenza serpeggiante; in alcuni punti la narrazione assume toni forse un po’ troppo paternalistici, controbilanciati però da passi in corsivo – che sembrano tratti dagli scritti del sacerdote – i quali hanno il merito di mostrare le debolezze di un uomo, alla ricerca del coraggio per continuare a fare quello che fa. Anche i passi relativi all’infanzia del sacerdote permettono di rendere la sua figura, ormai beatificata, più accessibile, evitando di relegarla in quella dimensione mitica che tende a rapire tutti i martiri; in questo senso il fatto che la grandezza di quest’uomo venga espressa tramite le parole dei bambini (dei bambini che frequentano il centro ricreativo, e del bambino che Don Pino fu), fa in modo che si possa guardare al suo ricordo con un atteggiamento più pragmatico e realistico.
Anche la narrazione di sviluppa secondo un doppio passo: da una parte l’incedere dell’autore, molto elaborato e diretto retaggio della sua formazione di classicista, tende a racchiudere il lettore in un vortice di vertiginose immagini: l’uso di termini ricercati ed esatti, come pure il gusto per la citazione (soprattutto di Petrarca) e per una sorta di analisi etimologica delle parole, fa sì che D’Avenia riesca ad evocare degli scenari e della immagini molti suggestivi ed esatti, utili non solo per la descrizione di luoghi e situazioni, ma anche per la comprensione di sentimenti umani. D’altra parte, invece, il fatto di alternare capitoli raccontati dal punto di vista del sacerdote a quelli scritti dando voce all’esperienza di formazione e cambiamento dell’adolescente Federico, conferisce alla fabula una dinamicità particolare. Se consideriamo poi che vi sono anche dei capitoli scritti in terza persona, e che sono quelli riferiti alla mafia, possiamo forse cogliere una simbologia, dietro questa scelta: Cosa Nostra parla in terza persona perché tutto vede e tutto tace, perché è onnipresente e onnisciente come un narratore. Federico parla in prima persona perché sta vivendo una trasformazione che investe tutto il suo essere: in un primo momento si affida ai versi di Petrarca, ma a mano a mano che scopre un mondo diverso rispetto a quello nel quale è cresciuto, neanche le parole del poeta bastano più per esprimere quello che sta vivendo. Per questo Federico, in alcuni punti, si sdoppia in Lucia, cioè nella ragazza del quale si è innamorato, completando quel piccolo microcosmo che i due si sono creati.
Federico è, in parte, anche l’autore, che a posteriori si rende conto di quanto un supplente di religione come Don Pino Puglisi gli abbia permesso di imparare.
Infine, i capitoli che seguono Don Pino sono scritti un po’ in prima, un po’ in terza persona, quasi a suggerire la fatica di un uomo che, solo, riesce ad essere figlio e padre per tutti.

 

 

 

Alessandro D’Avenia
Ciò che inferno non è
Milano, Mondadori, 2014
pp. 317

Altro in questa categoria: « Sogno Elogio dell'entropia »

Lascia un commento

Sostieni


Facebook