“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Martedì, 03 Febbraio 2015 00:00

Letteratura come gioco, magia, realismo al contrario

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La marcia di avvicinamento a Infinite Jest mi ha portato dentro le riflessioni e la vita di David Foster Wallace. Devo dire che se i precedenti saggi hanno permesso di prendere confidenza, si fa per dire, con il suo pensiero, Un antidoto contro la solitudine avvicina al cuore del declino umano. E tenendomi, appunto, sul piano umano e volendo essere onesto, devo riconoscere che per questo tizio non è che scatti esattamente un’empatia: innanzitutto perché comprendere a pieno DFW è impresa ardua. Doveva essere uno difficile, di quelli che mascherano a fatica la sofferenza e con un umore ad andamento… diciamo sinusoidale.

Mi tengo cauto. Questo libro è una serie di interviste rilasciate dallo scrittore e che culminano con un breve resoconto della sua esistenza, dove più che in altre parti il lettore prova pena fino a una certa commozione. Altrimenti, è tutto un puntualizzare, riformulare domande, prenderne le distanze… palla alta e pedalare, direbbe un catenacciaro.
Ah, se poi volete struggervi ben bene D.T. Max ha pubblicato con Einaudi Stile libero la biografia completa di David: Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Un andante con brio, stilisticamente, alle prese con un’esistenza trascorsa a colpi di antidepressivi. Sì, più o meno l’orchestra del Titanic mentre la nave affonda.
Torno a Un antidoto contro la solitudine e sto al titolo, pochi arzigogoli e incursioni recensorie: così tutto viene più facile. Solitudine. Antidoto. È già emerso dalle prime righe che David Foster Wallace soffriva. E soffriva perché, come tutti coloro che nella storia hanno aperto la lampada interiore e fatto svolazzare il genio che è in noi, si sentiva solo. Cioè: stava in mezzo agli studenti, poteva contare su una famiglia in gamba, par di capire, aveva oramai una relazione duratura, condivideva amicizie con scrittori blasonati, su tutti Jonathan Franzen, ma era solo come chi è consapevole che in un Paese facile uno dei veicoli più importanti della paura sia la noia. E l’antidoto qual è? Lo facciamo dire a DFW: "Tutta la buona letteratura in qualche modo affronta il problema della solitudine e agisce come suo lenitivo". Vero è che in un altro passo la situazione pare più circolare, ovvero "il compito della buona letteratura è tranquillizzare chi è turbato e turbare chi è tranquillo". Ma, insomma, l’equazione pare sia: solitudine : letteratura = x : vita. Dove l’incognita è il grado di bontà dell’arte scrittoria. Ed è questo il punto, almeno di breakeven, oltre il quale si può ipotizzare di avere un palliativo.
Dobbiamo ora capire cosa DFW intendesse per buona letteratura. Gli esempi a volte sono come la manna dal cielo e ci dicono più di quello che valgono cento frasi. Per cui dalle varie interviste si capisce che a David Foster Wallace piacevano Don DeLillo, Cormac McCarthy e Jonathan Franzen. Gliene piacevano anche altri ma mi limito a citare quelli che circolano alla grande in edizione italiana.
Facendo un discorso più approfondito e al di là di qualche frase a effetto che vale come accorgimento per aspiranti − ne cito una: "Il trucco è capire quali sono i tuoi difetti e fare in modo che il lettore non li veda" − cogliamo che a DFW, passato attraverso una formazione culturale comunque di alto livello, dalla famiglia all’università ai corsi di scrittura creativa, non piaceva la narrativa a chiusura stagna dove prevale "la meccanicità dello stile, della tecnica e del punto di vista, a scapito del lato più occulto o spirituale della scrittura: le gioie che derivano dal processo della creazione". Insomma, non gli interessava la letteratura preoccupata solo di catturare la realtà in maniera tecnicamente impeccabile.
E qui si apre la voragine, della polemica e del dibattito fra realisti e modernisti, o post-modernisti, strutturalismo e meta-fiction. Proviamo a riempirla grazie a David Foster Wallace che in quanto a originalità, su questo campo, era all’avanguardia: lo scrittore americano sapeva chi aveva accompagnato la sua formazione, oltre ai libri letti ad alta voce dai genitori. Parliamo della tv. L’atteggiamento di DFW nei riguardi di questo strumento non era di banale demonizzazione. Ragionava sulla televisione cogliendo che "attraverso le immagini, possiamo avere un facsimile di relazione senza la fatica di una relazione vera. È un’anestesia della forma che rende il mondo intero in qualche modo familiare". Dunque reale. Ma di una realtà illusoria ed è questo il punto. Il compito del realismo di DFW diventava allora "l’opposto di quello che era un tempo: non più rendere familiare ciò che è strano, ma tornare a rendere strano ciò che ci sembra familiare. Mi pare fondamentale trovare modi per ricordarci che quello che troviamo familiare è perlopiù qualcosa di mediato e illusorio".
Proseguo con le sue parole: "La scrittura che è Realista con la R maiuscola a me sembra un po’ fasulla, perché ovviamente il realismo è un’illusione di realismo e l’idea che alcuni piccoli dettagli banali siano per qualche ragione più reali e autentici dei dettagli strambi o fuori norma mi è sempre sembrata un po’ rozza".
È un invito alla redenzione: la buona letteratura accentua il senso di intrappolamento ma per spingere le persone a prenderne coscienza. Perché bisogna guardare in faccia ciò che ci fa paura, ciò che vogliamo negare: il fatto che siamo soli, annoiati e, ovviamente, purtroppo o per fortuna, mortali. DFW se ne è ricordato tutta la vita poi, ancora giovane, ha deciso di accelerare il processo. Peccato, poteva dirci tante di quelle cose… ma ce ne ha dette comunque abbastanza.

 

 

 

 



David Foster Wallace
Un antidoto contro la solitudine
a cura di Stephen J. Burn
traduzione di Sara Antonelli, Francesco Pacifico, Martina Testa
Roma, Minimum Fax, 2013
pp. 292

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