"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Lunedì, 30 Settembre 2013 02:00

Il profumo della grandezza

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Dovresti vederlo mentre corre. Proprio tu, abituato a commentarne i movimenti ripresi da un’inquadratura panoramica, obliqua, fredda, mentre te ne stai svaccato su una poltrona o consumi il tuo pasto seduto al tavolo della cucina. Tu che, molle, senza vergogna, ne parli a voce alta, coi pezzi di cibo tra i denti. Dovresti guardarlo correre. Osserva da vicino la pelle lucida e le labbra serrate e il volto teso, inspira il suo odore. Osserva le articolazioni, le sue gambe nell’attimo dello scatto. È un preludio e fuga. Si muove e non è un uomo, è una pantera. I capelli tinti di biondo e pettinati a punta sono le lance che trafiggono il cuore impreparato. Avanti, osservalo mentre carica, come un ariete. Osservalo mentre attacca.

Sono sempre ai margini, io, al di qua della linea del campo. Ne avverto l’esalazione acre quando mi sfreccia accanto e – BAM! – sono invaso dalla zaffata ferina che emana da lui, assaporo il breve percorso dei suoi umori dalle narici alle terminazioni nervose, da odore a sensazione, a immagine. Immagino di nuovo lui, di fronte a me come quella notte. Immobile, perfetto. Lo visualizzo, è silenzioso, gli occhi su di me in giacca e cravatta. Muoio di caldo. Fa caldo, è sempre così caldo quando mi guarda, anche quando immagino che mi stia guardando. Mi allento la cravatta d’ordinanza. La pelle scoperta del mio cranio diventa più accesa e mi rendo conto che sto arrossendo, qui, in mondovisione, come una ragazzina del cazzo. Ma loro neanche se ne accorgono, nessuno se ne accorge, nessuno guarda me. E perché dovrebbero? La panchina, gli allenatori, la panchina avversaria, l’arbitro. Guardano tutti Mario. Anche tu, dalla tua dimensione lontana, attutita.
Chi ne parla male semplicemente non se lo è mai trovato davanti, non lo ha mai guardato muoversi in campo. Dico “guardato”, ma intendo “osservato”, compreso. La comprensione della grandezza non può che far apparire irrilevante tutto il resto. Giusto ieri leggevo un articolo sul regista di Ultimo tango a Parigi: la famosa scena dello stupro anale col burro venne girata a insaputa dell’attrice ventenne che interpretava la vittima. L’idea della scena venne a Bertolucci e a Marlon Brando una mattina, mentre, a colazione, imburravano una baguette. Il fattaccio, a quanto pare, avrebbe causato problemi psicologici e di tossicodipendenza alla povera Maria Schneider, che gridò poi alla stampa di essersi sentita sfruttata e violata. E allora? No dico, e allora? Quella dello stupro è una grande scena, punto. Una stupida ragazzina ventenne non ne ha riconosciuto la nobiltà e ha preferito mettere l’idea del suo ano davanti all’idea dell’arte. E i soliti innumerevoli parrucconi hanno cominciato subito a blaterare dei "diritti delle donne" e del "maschilismo ancora imperante". Bah. È lo stesso per chi parla di Mario: non ne ha intuito l’essenza. Non parlo di tecnica o presenza sul campo, quella ce l’hanno un sacco di giocatori. Parlo di qualcosa di più profondo, una sorta di emanazione. È come un odore permanente, subito sotto quello della pelle. È il profumo della grandezza. Quando dorme, il profumo della grandezza è ancora più intenso. Non l’hai mica intuita la grandezza, tu, col tuo boccale di birra in mano e il commento facile. Io sì, io che gli sono vicino da tempo, anche quando ha vissuto a Manchester. Mi sono trasferito anch’io, che credi. Lo hanno criticato perché parcheggia l’auto in doppia fila. Provaci tu a parcheggiare a Milano o a Manchester. A te forse verrebbe di girare in tondo per un’ora fintanto che la sorte decida di concederti un posticino, uno sfavillante rettangolo di due metri per uno delimitato da tre strisce blu. Ora, ti chiedo, ti pare il caso che anche Mario giri in tondo per un’ora? È il caso, non so, che faccia la fila in Ferrari per il parcheggio? Ecco quello che fa Mario. Mario parcheggia. In seconda fila, in terza fila. Poi riparte con la multa sul parabrezza. Il giorno dopo io vado all’ufficio postale e la pago. E mi sta bene.
È pieno di donne, ma questo lo sai anche tu. Con tua moglie che pulisce il pavimento e la canottiera coi buchi delle mollette ai lati. Pieno zeppo. Le donne di Mario sono uno stuolo e io le ho intraviste tutte. Per un po’ si è accompagnato con una pornostar inglese e i tabloid hanno parlato di “amicizia”. Subito dopo aver invitato Holly a cena (lei accettò nell’immediato, naturalmente), mi disse di chiamare un negozio di fiori per ordinare novecentonovantanove rose rosse e fargliele recapitare a casa. "La numero mille gliela faccio trovare all’Hilton", aggiunse con un sorriso. Poi si portò l’indice e il medio della mano destra alle labbra e ci fece guizzare dentro la lingua, due o tre volte, veloce. Si addice agli dèi la certezza del possesso.
Come oltreuomo, Mario non è gentile con me, non può essere gentile con me. I suoi modi mi insegnano continuamente come si debba essere umili al cospetto della grandezza. Ma ho capito che, nonostante voglia tenermelo nascosto, mi ama. Sì, amico pantofolaio, Mario mi ama. Lo hai visto il suo spot, te lo ricordi? Se non lo hai visto dovresti rimediare, è proprio un bello spot. Comincia con Mario che ti apre la porta e ti invita a seguirlo in quella che si presume essere la sua casa lussuosa, e a un certo punto molti oggetti pure loro lussuosi cominciano a levitare nell’aria, ma Mario non sembra farci caso. A un certo punto si vede una bellissima donna che gli sorride, e lui la apostrofa con un "Bella" (la sua voce brutale, quella voce che ricorda l’afa di un’Africa baritona, incontaminata). Senza fermarsi, inforca degli occhiali da sole volanti. È irresistibile con quegli occhiali, passa ore allo specchio a provare il modo più irresistibile di infilarseli e sfilarseli. Dunque Mario entra in una stanza futuristica al piano superiore della sua supercasa, stanza adibita a ripostiglio scarpe, e qui si capisce che lo spot pubblicizza un paio di scarpe sportive. Le suddette scarpe sono di colore nero e bianco con inserti gialli. Mario ne prende una con atteggiamento rispettoso e quella resta sospesa a mezz’aria. Sorridendo, Mario le dà una ditata e la scarpa si mette a girare su se stessa.
Dopo fummo in comunione per sempre.
Come potresti mai capire e come potrebbe mai spiegartelo uno come me? Se è vero il detto che la fortuna aiuta gli audaci, col sottoscritto dev’esserci stata qualche svista alla fonte: io non sono audace. Mario è audace. Io sono solo fortunato, perché lui ha riconosciuto la mia devozione, ha comunicato con me. La notte successiva alle riprese per lo spot eravamo sistemati in due stanze contigue ed io non riuscivo a dormire. Soffro d’insonnia, suppongo che molti fortunati carichi di responsabilità ne soffrano. A ogni modo. Mozart mi aiuta a dormire, il Requiem, in particolar modo. Quando viaggio lo porto sempre dietro, per la mia insonnia. Mi rilassa. Fondamentalmente Mozart temeva di star scrivendo una messa da morto a se stesso, perché nel momento in cui la componeva non è che stesse troppo bene e infatti non riuscì a portarla a termine. La sensazione di ascoltare qualcuno che tenta di placare i propri demoni e di darsi la pace è, a modo suo, confortante. Non trovi? Ma che ne sai, tu, con la tua frittata di zucchine e il suggerimento tecnico sempre sulla punta della lingua. E insomma verso le due di notte sono disteso sul divano della mia camera ed ascolto il Requiem quando bussano alla porta. Apro e c’è Mario, nudo.
Quanto grande sarà il terrore quando verrà il giudice a valutare ogni cosa severamente.
Mario ha lo sguardo fisso, sembra assente, ma io so che è lì per me. Lo intuisco subito, nonostante la confusione e la sorpresa.
Re di tremenda maestà che salvi per la tua grazia, salvami, o fonte di misericordia.
Giusto giudice vendicatore, concedimi la grazia della remissione prima del giorno della sentenza.
Mi sento arrossire, la stanza è diventata calda, opprimente. Mi faccio da parte e lui entra, silenzioso; i piedi sulla moquette verde sono zampe feline, le scapole ondeggiano leggermente, muovendosi ricordano i bracci di un locomotore.
Cercandomi, ti sedesti stanco.
Si gira e guarda me e mi attraversa. Si piega sulle ginocchia senza distogliere lo sguardo dalla mia faccia sudata. Mi sento piccolissimo, inutile, fuori contesto. Ci siamo solo io e Mario, io in piedi in canottiera e mutande, io grasso, io mezzo calvo, io volgare di fronte a lui nudo, lui schietto, lui seduto sui talloni e il volto divino animale scuro ferocissimo e le mandibole serrate per lo sforzo e lo sguardo fisso e spalancato. Il profumo della grandezza si fa sempre più intenso, mi penetra. Tutto è purificazione in questa notte di preghiera. Tutto è accettazione.
Una tromba, con un suono mai prima udito tra i sepolcri delle nazioni tutti sospingerà davanti al trono.
Un lungo sibilo che so essere di amore esclusivo proviene dai recessi del dio Mario accosciato. Poi il tonfo sordo di un molle riconoscimento, del suo Essere Per Me, del suo donarsi. Mi ha innalzato, visitatore pagano, pellegrino d’acciaio. Ha lasciato una testimonianza bruna, tangibile. Mi ha consacrato.
Confutati i maledetti e condannati alle fiamme ardenti, chiamami tra i benedetti.
Mario si alza. Il suo sguardo, nero nel bianco, sempre nel mio. Siamo uniti, e così sia. I nostri occhi sono l’Occhio. Tu sei me. Io sono Dio.
A passi lenti torna verso la porta, liberato. La apre, esce in corridoio, sparisce alla mia vista.
Ti prego, supplicando e prostrandomi, il cuore ridotto quasi in cenere, prenditi cura della mia fine.

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