“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Domenica, 27 Dicembre 2020 00:00

Il cuore celato in recessi inaccessibili

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Sin da quando ero adolescente − frequentavo allora le scuole medie inferiori − il mio rapporto con i compagni di classe era in certo senso distaccato, ma non conflittuale.
Durante il percorso da casa mia nei pressi di Piazzale Susa, Milano, fino alla scuola mi piaceva fumarmi una sigaretta. I miei genitori non lo sapevano. Una volta a scuola, seguivo le lezioni con un convinto senso di lontananza. Il rapporto con gli inseganti era in apparenza normale, ma la mia mente cercava vie nuove.

Il professore di ginnastica una volta alla settimana ci faceva fare giri in bicicletta che, a suo dire, erano più utili sotto tutti gli aspetti di noiose partitelle di pallavolo nel cortile della scuola. Il che mi dava la possibilità di volare con la fantasia. Andavamo fino al Parco di Monza e ritorno.
Al mio fianco pedalava spesso Luisa Colnaghi. Non ero io che la cercavo, lei aveva sempre qualcosa da dirmi.
− Che bella pelle ha il tuo viso! − mi dice un giorno. Da parte mia solo un mezzo sorriso.

Alle superiori le materie erano più impegnative, e il mio interesse si concentrava in modo particolare sulle lezioni di letteratura e sui temi che dovevamo svolgere. Quando la prof riportava a scuola i temi corretti, il mio era quello che lei leggeva con una certa enfasi ad alta voce davanti a tutti, affinché fosse di stimolo agli altri compagni della classe.
Un giorno un professore, non ricordo di quale materia, mi ha fatto spostare di banco facendomi accomodare dietro quello occupato da due nuove compagne che, essendo state bocciate, avevano preferito cambiare scuola. Una della due, Lucilla era il suo nome, non mancava di girarsi di tanto in tanto sorridendomi. Giorno dopo giorno capitava più spesso. Io ricambiavo il sorriso, ma neanche una parola. Sul mio banco c’era sempre un libro, non di quelli scolastici. Lucilla se n’era accorta, e mi chiese se mi piacesse leggere. Le risposi di sì, e le invitai a dirmi se volesse che gliene dessi in prestito uno dei miei preferiti.
− Sì, fammelo avere.
E il giorno dopo le portai La nausea di Jean-Paul Sartre.
Ci sono voluti due mesi prima che me lo restituisse, senza che io le chiedessi se le era piaciuto. Da parte sua solo un sorriso. Delizioso. Non le ho mai chiesto di uscire con me.

Terminate le superiori, avevo deciso di iscrivermi all’Università Cattolica per ottenere la laurea in letteratura moderna. Sono bastati pochi mesi perché me ne andassi. Preferivo leggere secondo le mie scelte, e poi ho iniziato a scrivere, per il solo piacere di farlo, alcuni racconti brevi.
Maturava intanto la necessità di trovarmi un lavoro. Non potevo continuare a farmi mantenere da mio padre che faceva il cameriere. Mia madre, con problemi di salute, non lavorava.
Il lavoro l’ho trovato per caso. Ero nel cortile di casa mia con alcuni amici. Mi si avvicina un uomo sui quarant’anni e mi dice che sta cercando un giovane come me per farlo assumere presso l’AIG (American International Group) al fine di poter contare su un suo numero due di fiducia. Si trattava di Adriano Barbieri, figlio di un abitante del nostro caseggiato che nel tempo libero giocava a bocce con mio padre.
− Vieni domani con me, così potrò presentarti al direttore generale, la nostra è la filiale italiana del più grande gruppo assicurativo del mondo, e avrai la possibilità di farti conoscere e, sperabilmente, di essere assunto − mi dice. Poi aggiung:e “Ma, mi raccomando, non dire che la tua è una famiglia di comunisti”.
Sono stato assunto il giorno successivo. E già dal primo anno mi sono impegnato non solo per mettere in evidenza la mia costanza lavorativa, ma anche per dimostrare una spiccata attitudine alla creatività. Sta di fatto che Barbieri, manager del dipartimento di responsabilità civile auto, ha molto apprezzato alcuni miei suggerimenti per innovare le polizze di cui eravamo responsabili.
Tutto sembrava procedere nel migliore dei modi, e naturalmente io speravo di ottenere quanto prima la carica di capo ufficio.

I manager degli altri dipartimenti mi hanno dato subito l’impressione di avere una certa diffidenza nei miei confronti. Invidia, forse. O riserve politiche. Evidentemente Barbieri aveva dimostrato di avere fatto la scelta giusta per il suo dipartimento mettendomi al suo fianco.
Dopo due anni, nonostante la qualità del mio lavoro, di promozione ancora non se ne parlava. Ne ho solo accennato con poche parole a Barbieri, fa parte del mio essere, ma lui mi ha capito. Ed è stato chiaro: mi ha solo chiesto di avere pazienza finché non fosse riuscito a convincere i dirigenti della casa-madre di New York che occorreva intervenire presso i manager degli altri dipartimenti al fine di evitare che mii ostacolassero.

Nel frattempo ho fatto amicizia con alcuni dei colleghi che maggiormente stimavo. Senza trascurare che mi capitava di cercare la vicinanza con giovani colleghe che imi attraevano.
E Laura, che lavorava al dipartimento contabile, è stata quella con la quale ho cercato un certo rapporto. Il che è capitato durante una gita in Toscana, organizzata dalla direzione. Ci siamo piaciuti subito. E il nostro frequentarci ci ha portato a decidere di sposarci quanto prima.
Ed è così che ho rimosso dalla mia mente quella sfera interiore che da sempre mi bloccava.

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