“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Domenica, 11 Ottobre 2020 00:00

Viviamo in un mondo politico

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La riunione sarà impegnativa. Ma poi... perché chiamarla riunione? Quando si tratta di un semplice incontro di tre amici che un sabato pomeriggio, di primavera, desiderano semplicemente ritrovarsi in un piano bar nel centro di Milano per scambiarsi opinioni su come vanno le cose nel mondo. Il tutto reso brioso e altresì fantasioso da bicchieri di buon vino che ci viene portato a tavola dal cameriere del quale, col tempo, siamo diventati amici.

Il cameriere ci ha riservato un tavolo nello stanzino separato dal resto del locale, possiamo sentirci tranquillamente isolati. C’è anche musica trasmessa da un CD sempre acceso. Siamo ai primi bicchieri, d’un tratto ci guardiamo negli occhi, ci cattura il pezzo che dà un senso al nostro essere in quell’angolo di serena distensione. È il susseguirsi delle note di Political World. Un gioiello di Bob Dylan, del quale stiamo ascoltando con intensa partecipazione la versione italiana cantata da Francesco De Gregori. Conosciamo bene il testo, e ci è capitato più di una volta di esprimere il nostro sentire sul passaggio “la banca è una cattedrale” che tanto ci ha fatto discutere in altre occasioni. Ma oggi vogliamo andare oltre, e intendiamo confrontare quello che la canzone ci porta a investirci della nostra sensibilità nella vita di tutti i giorni. La quotidianità, insomma.

Sono io, Marcello, dirigente bancario, il primo a parlare. Una mattina di circa due mesi fa faccio per alzarmi dal letto per recarmi al lavoro nella banca di cui sono uno dei dirigenti, quando mi accorgo che la gamba sinistra non regge. Chiamo mia moglie Rossana perché mi aiuti, ma non c’è niente da fare. La gamba è priva di forza. Attimi di panico. Poi Rossana telefona al pronto soccorso perché venga inviata una lettiga a casa nostra per portarmi all’ospedale dove a una prima visita mi viene diagnosticata una paraparesi. Due giorni dopo mi informano che si tratta di neuropatia motoria. Il che ha convinto i medici a farmi restare per altri giorni in ospedale al fine di approfondire la diagnosi.
Giorni penosi. Rossana veniva a trovarmi ma si fermava poco dovendo tornare a casa per accudire i nostri due giovani figli. È stata dura per me la permanenza in ospedale. Ho rischiato la depressione, salvo un giorno quando svegliandomi all’alba guardando fuori dalla finestra mi colpisce la visione di un fondale di stelle sopra un cielo di un azzurro da incanto. Ho subito pensato che era un buon segno e che sarei guarito presto. Le notti erano insonni, di tanto in tanto un’infermiera veniva a controllare se tutto andava bene, mi faceva assumere un medicinale e mi salutava con una carezza. L’infermiera era carina e mi parlava con dolcezza. Poi è successo che una notte, io ero sveglio come al solito, la vedo entrare silenziosamente nella mia stanza, mi fa segno di stare zitto, in un nanosecondo si spoglia infilandosi nel mio letto. Ho cercato di parlare, reagire. Ma lei mi ha chiuso la bocca con le mani. Pochi secondi ed ecco che entra in camera il capo infermiere, che la trascina giù dal letto, e senza farla vestire la porta dal medico responsabile di turno. Il giorno dopo la focosa infermiera viene licenziata.
Passate due settimane dal mio ricovero, la neuropatia è in parte migliorata. Cammino, ma il medico curante mi dà una notizia poco incoraggiante: non guarirò mai del tutto, e c’è solo da sparare che riesca sempre a camminare, sia pur con difficoltà.
Mia moglie Rossana ha sofferto molto della mia malattia. Ogni tanto mi chiede cosa ho provato quando mi sono trovato quell’infermiera a letto in piena notte. − Niente di particolare − le dico. Sorride...

Di questa mia singolare esperienza ho parlato una sola volta al piano bar con i miei due amici, e ho chiesto loro di non tornare più sull’argomento, la qual cosa mi avrebbe disturbato.
Sono passati due mesi. Oggi però Alberto, studioso di tecnica digitale, dopo un buon numero di bicchieri, ci ha provato
− Allora, Marcello, te lo sei scordato del tutto il tuo mancato Kamasutra ospedaliero?
− Non dire cazzate! Lo sai che non mi va di parlarne. Anche con mia moglie non ne voglio più accennare... mi capisci?
− D’accordo, ma sappi che volevo solo dire che in un articolo pubblicato su un giornale ho letto che il Kamasutra, lungi dalla percezione pruriginosa che ne ha l’Occidente, nasce come trattato per la buona società. Ci sono amplessi tortuosi, ma anche attenzione alle esigenze più profonde della donne. Non era certo mia intenzione fare dello spirito di cattivo gusto sulla faccenda che ti ha coinvolto.

Così ha parlato Alberto, e allora sia io che Lucio, assicuratore, lo abbiamo coinvolto in uno scambio di opinioni su dove ci sta portando l’ossessione tecnologica, che a nostro parere rischia di oscurare la millenaria cultura umanistica.
− La digitalizzazione non intende cancellare il passato, ma piuttosto dare impulso all’attività di scrittura, in senso generale − Alberto.
Tra un bicchiere e l’altro i temi che affrontiamo si intrecciano, al punto che ci rendiamo conto di disperderci in parole prive di concretezza.
Da parte mia sento di dovere esprimere una convinzione, e dico − Secoli fa nasceva la politica come Ethos Polis, ma se oggi gli umani intendono proseguire nella ricerca del nuovo che non è nuovo ma, al contrario, sostituzione dell’etica con l’estetica, ciò in definitiva significa mettere il profitto al centro del terreno di coltura della società umana. Ma poi il profitto non sarà di tutti e le diseguaglianze aumenteranno, i posti di lavoro in calo. Ne sai sicuramente qualcosa tu, Lucio, considerato l’ambiente assicurativo in cui lavori. Non è così?

Dopo un paio d’ore stiamo perdendo il filo del nostro ragionare, ma tuttavia ciascuno di noi esprime a modo suo la convinzione che nelle storie di cui parliamo non manca una certa logica. Non fosse altro che il tutto lo si ritrova nel mondo in ci viviamo. E non è un caso che mentre stiamo per uscire dal piano bar siamo avvolti dalle note della canzone di Bob Dylan, Premio Nobel per la letteratura.

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